Vincenzo Cilento, l’Apostolo Cristiano della grecità

VINCENZO CILENTO, L’APOSTOLO CRISTIANO DELLA GRECITA’

Prologo

Il 1° dicembre 2023 ricorre il 120° anniversario della nascita di Vincenzo Cilento e ci pare giusto che tale ricorrenza non passi sotto silenzio. Ma non solo per un pur comprensibile sentimento campanilistico. E neppure per la devozione che continua a nutrire chi, suo allievo all’Università di Napoli alla fine degli anni Sessanta, lo ascoltò estasiato, perché, al pari del suo amato Plotino, «Nei suoi corsi, egli aveva la parola pronta e trovava con estrema facilità i pensieri convenienti. Ma il suo parlare era tutto una rivelazione d’intelligenza a tal segno che perfino il suo volto splendeva di quella luce».i

La ragione di fondo della nostra commemorazione è che il dotto barnabita stiglianese ha lasciato una traccia profonda nel panorama della cultura italiana e internazionale per la rilevanza dei suoi studi sull’antichità greca e sulla filosofia medioevale, in cui s’impegnò con dedizione assoluta, fornendo nel corso degli anni contributi critici universalmente apprezzati. Avendo saputo, inoltre, coniugare in maniera mirabile vita intellettiva e vita morale, può rappresentare ancora oggi un saldo punto di riferimento per chi vive in un mondo sempre più fragile, incerto e smarrito qual è il nostro.

Vincenzo Cilento trascorse tutta la sua esistenza immerso nel raccoglimento della preghiera, dello studio, della contemplazione. Del tutto simile a quei mistici medievali da lui indagati con rara finezza, che nella “prigione” dei chiostri cercarono e trovarono la “libertà” interiore. Fu, questo, l’ideale di vita che aveva sempre vagheggiato, come testimonia l’incipit del componimento “Secum morari, scritto negli anni giovanili e inserito nella bella silloge “Ore di poesia”, pubblicata postuma: «Solo, fuggir col proprio cuore, solo. / Tutto sentire e rinunziare a tutto, / dimorando con sé, con la solinga anima: / è questo il viver che m’aggrada».ii

Schivo e riservato per indole e per educazione, insomma, sempre volle rimanere lontano dai clamori della vita pubblica e dall’ingannevole luccichio della cultura-spettacolo, che già allora seduceva non pochi intellettuali, o presunti tali, e che oggi sembra essere diventata addirittura una malefica e irrinunciabile attrazione. Così, accogliendo l’invito di Plotino alla “fyghé mónos pròs mónon”, ossia alla “fuga da solo a solo”, ritenuto un ideale molto più intenso della regola epicurea del vivere nascosto (láthe biόsas), Cilento visse una vita appartata, dedicandosi ad una diuturna opera di ricerca e ad una fervida attività speculativa, che, come egli disse delle “Enneadi”, sembrano essere «fasciate di alti silenzi contemplativi».

LA VITA

La fanciullezza

Vincenzo Cilento nacque a Stigliano il 1° dicembre 1903, da Giuseppe, un umile calzolaio, che per due volte lasciò il paese per cercare fortuna in America, e da Filomena Cavaliere, donna virtuosa e pia. Il padre, al momento di registrarne la nascita all’anagrafe, gli dette anche i nomi di Luigi Francesco Paolo, rispettando un’antica consuetudine contadina diffusa nei paesi del Sud, per cui si riteneva che molti nomi potessero servire a tenere lontano il malocchio. Si deve convenire che nel nostro caso l’accorgimento funzionò nel miglior modo possibile.

Vincenzo fu il terzo di cinque fratelli, nati tutti a Stigliano. Il primogenito era Ottaviano, nato nel 1895 e morto a Roma nel 1969, dove aveva insegnato per molti anni, dopo essere stato per brevi periodi all’estero e a Taranto. Antonio, nato nel 1898 ed emigrato come tanti suoi compaesani, rimase in America anche dopo il rimpatrio del padre, sposò una ragazza stiglianese, che rimase presto vedova, essendo egli morto piuttosto giovane. Dopo Vincenzo, invece, videro la luce nel 1911 Margherita, che diventerà insegnante di lettere, e nel 1914 l’ultimogenito Nicola, che fu a lungo docente di storia medioevale nell’Università di Salerno, dove per un triennio ricoprì anche la carica di Rettore.

Stigliano, Palazzo Rasole (Archivio L’angolo della memoria)

Come tutti i fratelli, Vincenzo trascorse l’infanzia in una delle abitazioni dell’antico palazzo di Nicola Rasole nei pressi di Villa Marina e fin da piccolo mostrò una spiccata propensione per lo studio. Si distinse per precocità d’ingegno già in seconda elementare, quando ebbe come maestro Vincenzo Ciruzziiii e per compagno di classe un altro Vincenzo, De Chiara, pur egli destinato a dare lustro al clero stiglianese, diventando nel 1952 Vescovo della storica diocesi di Mileto in Calabria.

V. Cilento, pagella II elementare (Archivio Rocco Derosa)

Cilento primeggiò fra quaranta alunni in tutte quelle che all’epoca erano le materie di studio: composizione e calligrafia, lettura, riassunto e spiegazione delle cose lette, nozione di grammatica e aritmetica, geometria e contabilità scritte e orali. Delle sue doti non comuni è traccia in un’autobiografia incompiuta e dal titolo enigmatico, “Il lupo mannaro”, rimasta inedita ma casualmente ritrovata dopo la morte tra le sue carte. In essa l’autore si mimetizza sotto il nome di Giuliano, di cui si dice tra l’altro che «aveva una prodigiosa memoria», che «in terza elementare si esibì nella recita di dieci poesie» e poi «undicenne, recitò i versi di Foscolo e di Leopardi al Conte».

Il protagonista, dietro il quale si cela l’autore, manifesta una personalità spiccata, una passione sconfinata per lo studio, una tenera amicizia per il più grande cugino Ottavio, che un po’ invidiava in quanto aveva il privilegio di studiare al ginnasio di Salerno. Giuliano, infine, mostra un’altra notevole peculiarità, ossia una fantasia molto fervida e ancora più vasta della memoria e una grande passione per i miti. Come acutamente osserva Andrea Bonini, un confratello che fu molto legato al barnabita stiglianese, qui c’è già la radice della futura produzione poetica di Padre Cilento; ma c’è soprattutto la matrice delle future “trasposizioni dell’antico”, che avrebbero animato le pagine del suo importante saggio “Pygmalion”.iv

Gli anni della formazione e l’ordinazione sacerdotale

Nell’estate del 1914 Vincenzo terminò le scuole elementari. Gli toccò allora di partire, come era già capitato e ancora per lungo tempo sarebbe accaduto a tanti altri ragazzi, strappati agli affetti familiari e costretti a lasciare il paese, per poter proseguire gli studi in qualche seminario o istituto religioso.

Il piccolo Cilento va a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, dove compie gli studi ginnasiali nella locale Scuola Apostolica Barnabitica, mentre in Europa si avvertono i primi angoscianti segnali di un conflitto, che sarebbe presto divenuto mondiale. Nell’ottobre 1919 arriva a San Felice a Cancello, sede del Noviziato della Provincia di Napoli dei Padri Barnabiti. Qui veste l’abito religioso e nell’anno successivo, dopo aver professato i Voti temporanei, si trasferisce a Lodi nel rinomato collegio barnabitico di San Francesco, per affrontare gli studi liceali.

V. Cilento mentre celebra (Archivio Angelo Colangelo)

Dopo aver conseguito il diploma di maturità presso il liceo statale “Pietro Verri”, ritorna a Stigliano. Finalmente può godere, seppure per poco, di un sereno soggiorno in famiglia, che gli consente di ritemprare le forze. Solo per breve tempo interrompe, dunque, il lungo periodo degli “esilî collegiali”, che, insieme alla cara e dolce figura materna, sono evocati con toni di struggente nostalgia nella bella lirica “Se tu tornassi, mamma”:

E taccia pur la bocca che baciava / I miei capelli un dì; ma quel tuo sguardo / fermo, dolente, chiuso in un mistero / ancor vorrei che mi scendesse in core / come allor che da esilî collegiali / reduce alfin mi tremar le vene/ adolescenti; e al limitar tu, / giovine mamma, levavi la mano / a placar la mia corsa da quel poggio.v

Nell’agosto del 1923 Cilento è ospite dello Studentato Teologico di via dei Chiavàri a Roma e si dedica agli studi di Teologia alla scuola del grande padre barnabita ligure Giovanni Semeria (Coldiroli, 1867 – Sparanise, 1931). Un anno e mezzo dopo, il 5 gennaio 1925, emette la Professione Solenne nella chiesa di San Carlo ai Catinari. Percorso l’iter dei vari Ordini Minori e Maggiori e divenuto diacono nel mese di ottobre 1926 nella chiesa di San Giovanni in Laterano, il 18 dicembre successivo, a ventitré anni appena compiuti, è ordinato sacerdote da Monsignor Ercolano Marini, Arcivescovo di Amalfi, nella chiesa di Santa Maria del Caravaggio in piazza Dante a Napoli.

La destinazione al Bianchi e gli studi universitari

Dopo l’ordinazione sacerdotale è destinato al “Bianchi” e da quel momento la sua vita s’intreccia inestricabilmente e per sempre con quella del prestigioso Istituto napoletano. Finisce per identificarsi del tutto con esso, sicché nella percezione di alcune generazioni di confratelli, docenti e studenti il “Bianchi” è Cilento e Cilento il “Bianchi”.vi Non senza ragione, perché, caso forse unico nella storia dell’ordine religioso fondato da Sant’Antonio M. Zaccaria, il barnabita stiglianese per oltre quarant’anni visse e operò, senza mai distaccarsene, solo in quella sede, dedicandosi in maniera impareggiabile alla formazione di molte generazioni di giovani come Docente, Preside e Rettore.

V. Cilento con p. Lavaia, altri confratelli e una classe liceale (Archivio Cesare Monaco)

Padre Cilento abitò sempre al terzo piano dell’Istituto in una camera, il cui balcone si affacciava su piazza Montesanto e sulla effervescente via Pignasecca, l’amata «reggia dei plebei», che si snodava fino al centro della città e fu da lui immortalata in una lirica pervasa da trepida commozione:

«O Montesanto, reggia dei plebei, / valle sei del mio sogno / e paesaggio dei miei occhi, mutevole figura / d’unico affanno in ogni mia stagione / o per vetri traspari, onde l’inverno / malinconia e lacrime distilla, / o da aperto balcone ti colori / tutto nel sole, breve spazio sei, / ma nel cuore mi cresci a l’infinito!» vii

La sua stanza col tempo diventò una biblioteca specializzata nel settore della filologia classica e della filosofia neoplatonica, che poté vantare anche la dotazione di alcuni incunaboli, oltre che di numerosissime opere moderne rappresentative dei suoi gusti e dei suoi interessi. Là maturarono la traduzione integrale e l’edizione critica delle “Enneadi”, le stupende pagine dei numerosi saggi, le liriche raffinate e le meditazioni filosofiche, che raggiungono alti vertici di estatica contemplazione.

Nei primi anni di permanenza al “Bianchi” Cilento è impegnato soprattutto negli studi universitari. Nel 1930 consegue con il massimo dei voti e la lode la laurea in Filosofia presso la Regia Università di Napoli, discutendo con Antonio Aliotta una tesi su Lucien Laberthonnière, il poeta, filosofo e teologo francese conosciuto di persona grazie ai buoni uffici di Padre Giovanni Semeria. Anche la scelta della tesi è rivelatrice dell’anticonformismo del sacerdote stiglianese, essendo il pensatore francese elemento di spicco del movimento modernista, che era visto con fastidio dalle gerarchie ecclesiastiche.

Il sodalizio con Benedetto Croce e la traduzione delle Enneadi

Pressappoco negli stessi anni Cilento ebbe modo di incontrare Benedetto Croce e fu un incontro decisivo, perché servì a mettere a fuoco i suoi interessi letterari e ad orientare il prosieguo della sua attività di ricerca filosofica, indirizzandone con chiarezza le inclinazioni. Fu allora che il barnabita stiglianese avviò con Plotino un profondo e ininterrotto dialogo ideale, che si sarebbe protratto tutta la vita.

V. Cilento con Croce (da internet)

Della frequentazione assidua di Palazzo Filomarino in via San Biagio dei Librai, la storica abitazione di don Benedetto, che con affetto lo chiamava Vincenzino, sono testimonianza i versi della poesia “Biblioteca Croce”, da cui traspare un sentimento di affetto e di gratitudine per il gran “Vegliardo”:

«Eri nostra dimora: gravemente / su te crescemmo; per le tue pensose / pagine il cuore spaziò più grande / che lo spirto fluiva come dolce/ miele che stilla lento lene grave».viii

Croce, dal suo canto, molto lo stimò fin da subito e in una lettera del 1947 a Vittorio Enzo Alfieri con ammirazione lo descrisse come “un Padre barnabita dottissimo in letteratura e in filosofia e ottimo filologo, che vive assorto nei suoi studi”. Fu, perciò, lo stesso Croce a incoraggiarlo nell’ardua impresa di tradurre dal greco in lingua italiana le “Enneadi” di Plotino, un filosofo molto ostico, che Cilento considerava «l’ultimo uomo del mondo antico: egizio, per nascita; greco, della paideia alessandrina; romano, di vita e di ambiente …».ix

La traduzione integrale con l’edizione critica in 4 tomi, pubblicata tra il 1947 e il 1949, colmò una grave lacuna nel campo degli studi filosofici italiani e fu accolta con grande favore da tutti gli studiosi europei. L’opera, dedicata alla mamma da poco scomparsa, che gli aveva disvelato l’Anima, e al genio di Benedetto Croce, che gli aveva dischiuso la via dello Spirito, richiese davvero un lavoro improbo. Innanzitutto perché, come spiega l’autore nella Premessa, il “tradurre” è «un’esperienza così individuale e incomunicabile e, a un tempo, un lavoro di esattezza scientifica che, tra le opere dello spirito, è una delle più ardue, se vuol trovare, com’è giusto, un punto stabile, ove concorra e si plachi, serenamente, il libero e vasto gioco di persone e di cose collaboranti in relazioni e in lunghi contatti: l’autore, il testo e, postremo, il traduttore stesso».x

Non vanno dimenticate, peraltro, le gravi difficoltà ambientali in cui la traduzione delle “Enneadi” fu portata avanti. Sempre nella Premessa, datata “Napoli, 6-7 novembre 1945”, si ricorda: «Questa mia versione, nata or sono molti anni, crebbe e si alimentò di paure, angosce, solitudini, durante la guerra, con pochi e scarsi sussidi di studio, sotto un cielo giorno e notte minacciato, tra ombre di persone care che non riuscimmo neppure a seppellire».xi

È il caso di aggiungere che di cordiale dimestichezza fu il legame di Cilento non solo con Croce, ma con la sua famiglia, come testimonia il fatto che fu lui a celebrare le nozze di Lidia, figlia terzogenita del Filosofo, con lo storico Vittorio de Caprariis. Quel legame durò ben oltre la morte di don Benedetto, che avvenne il 20 novembre 1952 e procurò al padre barnabita indicibili amarezze.

Da alti esponenti della gerarchia ecclesiastica, infatti, piovvero su di lui aspre critiche per aver instaurato un intenso e assiduo rapporto intellettuale ed umano con il filosofo dello Spirito. Tali critiche s’infittirono quando Cilento, assediato dai giornalisti, animati da una morbosa e strumentale curiosità riguardo ad una presunta “conversione” di Croce negli ultimi giorni di vita, serenamente rispose che i grandi spiriti non hanno bisogno di confessarsi, perché si confessano direttamente con Dio. La risposta del barnabita, capziosamente interpretata come un’affermazione eretica, era in realtà dettata dal profondo rispetto per la posizione di Croce, che pochi anni prima, nelle disposizioni lasciate per la sua morte, aveva raccomandato di evitare che un religioso si proponesse di “redimerlo” in fin di vita, ritenendo “cosa orrenda profittare della infermità per strappare a un uomo una parola che egli non avrebbe mai detta”.xii

Padre Cilento fu molto colpito dalla virulenza degli attacchi che gli erano mossi per ottusità e malanimo. Ciò non ostante, non volle mancare ai funerali di Croce, dove, pur nascosto tra la gente, fu notato con il suo atteggiamento dimesso sotto la mantella nera, appartato dalle molte e autorevoli personalità, tra le quali non mancava il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, e in mezzo a una folla di anonimi cittadini accorsi a dare l’estremo saluto al Filosofo. In ogni caso nei giorni successivi, pur soffrendone molto, Cilento reagì alle polemiche con grande dignità, chiudendosi in un rigoroso e impenetrabile silenzio, che ne confermava la nobiltà d’animo e la solidità d’una fede incrollabile seppure tormentata.

Gli anni Sessanta e l’attività accademica

Gli anni Cinquanta e Sessanta sono intensi e fecondi per Cilento, sempre più animato da una divorante passione per la ricerca nel campo della filosofia antica e medievale, in particolare di Platone, di Plotino e del neoplatonismo. Assume allora l’incarico per l’insegnamento di “Storia della filosofia antica” alla Scuola di perfezionamento in filologia classica nell’Università di Napoli, dove dal 1955 ottiene per concorso la libera docenza in “Storia della filosofia antica” e l’incarico per l’insegnamento di “Storia della filosofia medioevale”. Nel 1963 è vincitore di concorso per la cattedra di “Storia della filosofia antica” all’Università di Bari, che tiene fino al 1966, quando si trasferisce a Napoli come ordinario della cattedra di “Religioni del mondo classico”. Vi resterà fino alla collocazione a riposo nel 1974 per raggiunti limiti di età.

La fine del viaggio terreno

Dopo una penosa malattia durata per sette lunghi anni, Padre Cilento si spense il 7 febbraio 1980 nell’abitazione, al Parco Comola 67, della sorella Margherita, la quale amava ricordare peraltro che «la casa negli ultimi anni di vita si era trasformata prodigiosamente in una vera e propria dépendance dell’Università, dove Padre Cilento ebbe modo di continuare, socraticamente, una indefessa e feconda opera di studio e di ricerca con molti suoi discepoli».xiii

Nello stesso giorno la salma fu traslata all’Istituto “Bianchi”, che era stato la dimora di Padre Cilento per oltre quarant’anni. In un battibaleno la notizia della scomparsa si sparse per tutta la città, perché a Napoli, si sa, le notizie si diffondono più rapidamente che altrove. Iniziò il triste pellegrinaggio di una folla di autorevoli esponenti delle varie Istituzioni, di amici, colleghi, e soprattutto di tanti ex alunni, che nel corso degli anni avevano avuto il privilegio di abbeverarsi alla fonte pura della sua scienza e della sua sapienza.

Il giorno successivo nella vicina Parrocchia di Santa Maria in Montesanto vi fu la concelebrazione della messa funebre solenne, presieduta dall’Arcivescovo di Sorrento, Mons. Antonio Zama, che era unito da tempo al Padre da un forte sentimento di amicizia e di stima. Dopo le esequie, in un clima di sincero e profondo cordoglio, il feretro si mosse verso Poggioreale, dove la salma fu tumulata nella Cappella dei Barnabiti.

Terminava così il viaggio terreno di Vincenzo Cilento e si concludeva a Napoli in piazza Montesanto, “la reggia dei plebei” pullulante di vita ai piedi della Certosa di San Martino, che ai suoi occhi incantati di poeta era parsa splendere «… come una coppa di cristallo, / sorseggiata dai venti ebbri di sogno / in una fiaba attonita di stelle».xiv Scompariva con lui un grande studioso del mondo antico, considerato a ragione uno degli ultimi grandi umanisti. Un “Umanista Cristiano”, come fu felicemente definito.

(prima parte, continua)

i Porfirio, Vita di Plotino, 13. Testo e versione, a cura di G. Pugliese Carratelli e V. Cilento, Napoli, Macchiaroli, 1946

ii V. Cilento, Ore di poesia, a cura di Emma Del Basso e Gerardo Sangermano, Nuove Edizioni Tempi Moderni, Napoli, 1990, p. 20, vv. 1-4

iii Vincenzo Ciruzzi, di Leonardo e Giuseppina Campanelli, nacque a Stigliano, a quel tempo in provincia di Potenza, nel 1851 e conseguì il diploma di abilitazione all’insegnamento a Roma. Nel 1884 ottenne una benemerenza dall’Ufficio scolastico provinciale.

iv A. Bonini, Cilento Padre e Maestro, in “Barnabiti Studi”, 20, 2003, pp. 15-16

v V. Cilento, Ore di poesia, o. c., p. 51, vv.12-20

vi L’Istituto è intitolato a San Francesco Saverio Maria Bianchi (Arpino, 1743 – Napoli, 1815). Nel 1870 iniziò l’attività scolastica della prestigiosa scuola dei PP. Barnabiti, che si è interrotta solo nel 2018, a causa delle gravi difficoltà economiche. Si è dovuto occupare delle operazioni inerenti alla dolorosa chiusura del prestigioso Istituto un altro illustre barnabita stiglianese, Padre Giuseppe Montesano. Per circa un secolo e mezzo, dunque, il “Collegio” Bianchi, come amava chiamarlo Padre Cilento, ha formato generazioni di studenti all’insegna del motto “Dulcis Sapientia Mundis”, “È dolce la sapienza per i retti”

vii V. Cilento, ibidem, p. 61, vv. 31-39

viii V. Cilento, ibidem, p. 43, vv. 47-51

ix Plotino, Enneadi, Prima versione integra e commentario critico di V. Cilento, vol. I, Bari, Laterza, 1947, p. IV

x Ibidem, p. III

xi Ibidem. p. XV

xiiM. Griffo, Il pensiero di Benedetto Croce tra religione e laicità, in occidentale.it

xiii Lettera di Margherita Cilento ad Angelo Colangelo, 16 marzo 1998

xiv V. Cilento, Ore di poesia, o. c., p. 62, vv. 51-53

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