Apostoli della carità sulle orme di Francesco

Apostoli della carità sulle orme di Francesco

di Angelo Colangelo

Nel centesimo anniversario della morte si ricorda Padre Lino Maupas, per trent’anni apostolo della carità a Parma come lo fu il suo confratello Padre Antonio da Stigliano, che per lungo tempo testimoniò il Vangelo in terra di Puglia

Risale al lontano 1996 il mio primo incontro con Parma e in questo lungo periodo ho avuto modo di conoscerla e di apprezzarla sempre di più. Soprattutto da quando, sono all’incirca 18 anni, ci vivo stabilmente. Si tratta di una città con grandi tradizioni culturali ed artistiche e una storia plurisecolare importante, come testimonia il solo fatto che prima dell’Unità fu capitale di uno dei ducati di quel tempo. Anzi, sotto la guida di Maria Luigia, seconda moglie di Napoleone e duchessa dopo il Congresso di Vienna fino al 1847, anno della sua scomparsa, Parma visse una fase storica per molti versi esaltante.

Durante la mia lunga permanenza nella città ducale ho preso atto con piacere che fra le molte qualità dei parmigiani va annoverato il culto della memoria, che li spinge a ricordare e ad amare le numerose personalità che si sono distinte nei vari campi di attività: da fra’ Salimbene ai Farnese, dal Parmigianino ad Aristide Barilli, da Giuseppe Verdi a Arturo Toscanini, da Alberto Bevilacqua ai fratelli Giuseppe e Bernardo Bertolucci, da Luca Goldoni a Giorgio Torelli, da Pietro Barilla a Giacomo Chiesi, fino a Franco Nero e Vittorio Adorni. Qui mi fermo, non senza aver prima precisato che il mio elenco è colpevolmente lacunoso.

La capacità di rendere omaggio alla memoria storica è rivelatrice di un tratto saliente del carattere dei parmigiani, vale a dire una grande umanità, che non è certo offuscata dal senso di orgoglio campanilistico, che talora assume forme esasperate, come essi stessi riconoscono con uno spiccato senso di autoironia. La loro sensibilità, perciò, li spinge a tenere in alta considerazione i non pochi personaggi, che non possono vantare quattro quarti di parmigianità, ma che, venendo dalla provincia o addirittura da mondi remoti, a Parma trovano le condizioni favorevoli per mostrare e valorizzare i loro talenti.

Fra questi ultimi va inserito, a pieno titolo, un frate francescano dalmata, noto semplicemente come Padre Lino, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte. La ricorrenza sarà degnamente celebrata nella città, che lo adottò e lo ospitò per oltre trent’anni e lo vide protagonista della vita sociale, oltre che religiosa. Opportunamente, perciò, si è detto che «nessuno come lui seppe conoscere l’animo dei parmigiani. Entrava nelle case di tutti e da tutti riceveva confidenza: non era colto e godeva l’amicizia dei letterati; era povero ed era chiamato nelle case dei ricchi: per i poveri era un fratello, per i disperati una speranza».i

Padre Lino giovane

Padre Lino evoca la figura manzoniana di Fra’ Cristoforo e fa tornare alla mente il brano dei Promessi Sposi, dove l’autore spiega che «tale era la condizione de’ cappuccini, che nulla pareva per loro troppo basso, né troppo elevato. Servir gl’infimi, ed essere servito da’ potenti, entrar ne’ palazzi e ne’ tuguri, con lo stesso contegno d’umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder l’elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino».ii

Alpinolo Ildebrando Umberto Maupas era nato il 30 agosto 1866 a Spalato da Giovanni, un nobile francese che era funzionario statale dell’Impero austro-ungarico, e da Rosa Marini, originaria di Avezzano in Abruzzo, che era stata in gioventù un’attrice molto apprezzata. Dopo aver letto un opuscolo sulla vita di San Francesco di Assisi, regalatogli per la cresima da uno zio monsignore, decide di entrare nel convento di Kosljun. Ma, dopo la fine del noviziato, è costretto a tornare in famiglia, perché non è ritenuto adatto alla vita religiosa.

Alpinolo, però, non si rassegna e grazie all’intercessione dello zio prete e di un suo ex-insegnante riesce ad avere la possibilità di ripetere il noviziato nel convento di Fucecchio. Nel 1890, ordinato sacerdote a Rimini dal vescovo di Forlì, viene destinato in Albania, ma non può partire, perché deve ricoverarsi nell’ospedale di Bologna. Nel 1893, dopo un breve soggiorno a Casalmaggiore, è assegnato al convento dell’Annunziata a Parma, dove inizialmente ha il compito di coadiuvare il parroco della annessa Chiesa in Oltretorrente.

Parma Chiesa dell’Annunziata

Ma non è questo l’ufficio in cui profonde le sue energie migliori. Ben presto, assecondando la sua naturale inclinazione, che l’ha indotto a entrare nella grande famiglia francescana, i superiori lo invitano a prendersi cura degli ultimi della città, che a quel tempo vive in uno stato di malessere sociale ed economico tanto grave, da sfociare in frequenti e spesso cruente sommosse popolari.

È proprio in quel periodo che ai parmigiani diventa familiare la figura di Padre Lino, che, le spalle incurvate e un mozzicone di sigaro in bocca, trotterella senza sosta per i borghi più poveri a portare un tozzo di pane o una scatola di medicinali o una parola di consolazione a chiunque ne abbia bisogno. Per i poveri accetta addirittura di frequentare i palazzi dei ricchi e dei nobili e arriva ovunque ci sia la possibilità di ottenere da chi ha ciò che gli serve per darlo a chi non ha. Lo fa senza mai risparmiarsi, tant’è che negli ultimi tempi, quando le forze incominciano a non sorreggerlo più e ha difficoltà persino a salire le scale del convento e a raggiungere la sua cella, talvolta gli capita di addormentarsi sul nudo pavimento, davanti al suo amato Crocifisso.

Poco dopo il suo arrivo a Parma Padre Lino ricevette anche l’incarico di cappellano prima del Riformatorio Lambruschini alla Certosa, perché si occupasse dei ragazzi “difficili”, poi del carcere di san Francesco al Prato, dove si prese cura in ogni modo dei detenuti, vivendo in mezzo a loro e alle loro famiglie. Ne venne ripagato con testimonianze di affetto impensabili, che durarono fino alla sua scomparsa, avvenuta all’improvviso il 14 maggio 1924 a soli 58 anni. Cadde da militante sul campo, perché la morte lo colse, mentre si trovava nei locali del pastificio Barilla, dove si era recato per caldeggiare l’assunzione di un povero giovane bisognoso.

Padre Lino, Tomba

Gli ergastolani vollero costruirgli a loro spese la bara. Una folla di oltre trentamila persone partecipò commossa ai funerali. Parma, città anticlericale ma comunque capace di avvertire laicamente il profumo della vera santità, capì la gravità della perdita. E poiché, come si è detto, ama il culto della memoria, rimase sempre e profondamente legata al suo Frate, che fu sepolto nel cimitero della Villetta. Per questo ora si appresta a commemorarlo con una serie di importanti e concrete iniziative, come già accadde nel passato, quando nacque la “Mensa di Padre Lino”, che ancora oggi è attiva, gestita dai frati francescani dell’Annunziata in collaborazione con la Caritas diocesana.

 

Padre Lino statua

Nell’evocare la figura Padre Lino, dichiarato nel 1999 Venerabile dalla Chiesa, mi viene spontaneo associarla a quella di Padre Antonio da Stigliano. Per questo, sull’esempio di Plutarco, che nelle sue Vite parallele propose simultaneamente le vicende biografiche di due personalità similari, l’una greca e l’altra una romana, ritengo che non sia disdicevole spendere qualche parola per il frate cappuccino del mio paese. A conferma anche del fatto che sempre più forte è in me il senso di appartenenza a Parma e a Stigliano.

Il frate francescano stiglianese mi fu familiare fin da quando ero ragazzo e dal mio balcone, che affacciava sul lungo loggiato della sua casa, lo vedevo immerso nella lettura o raccolto in preghiera, durante i suoi soggiorni estivi in famiglia. Mia madre me lo additava ad esempio. Mio padre, che nutriva per lui una grande venerazione, nei suoi periodici viaggi a Bari, appena poteva, andava a salutarlo nel convento di Santa Fara, che dal 1947 accoglieva una comunità di cappuccini.

Padre Antonio, al secolo Pietro Antonio De Ruggiero, era nato nel 1898 a Stigliano da Domenico e Maria Beata Pantone, in una famiglia religiosissima. Basti dire che due suoi fratelli, Giuseppe Francesco e Salvatore, furono insigni barnabiti, mentre la sorella Maria vestì il velo delle Suore Angeliche con il nome di Madre Gloria. Pietro Antonio, invece, avvertì forte il richiamo di San Francesco e volle indossare il saio dei Minori Cappuccini.

Padre Antonio con mamma Maria e la sorella Madre Gloria

Ottimo Predicatore, fu anche apprezzato scrittore e autore di significative opere di contenuto religioso e spirituale. Ma di lui meritano di essere segnalate in modo particolare l’instancabile attività sociale e l’attenzione premurosa per l’infanzia, per la quale molto si prodigò prima a Bari, poi ad Andria, dove si adoperò per fondare l’Asilo di S. Antonio, destinato ad accogliere un centinaio di bambini. Padre Antonio morì nel 1962 nel Policlinico del capoluogo pugliese, dove era ricoverato per una grave malattia.

Padre Antonio da Stigliano

Padre Giuseppe De Ruggiero nel suo elogio funebre ne esaltò le virtù cristiane e la rigorosa osservanza della Regola e, rivolgendosi direttamente all’amato fratello, ricordava commosso: «Anche quando la mamma nostra insisteva dolcemente, perché t’inducessi, almeno per il tempo di permanenza in famiglia, a far uso di calze, in giorni di freddo intenso, o ad alleggerirti del saio, nelle afose notti estive, tu rispondevi con una bella risatina, una carezza, e via, fermissimo sempre nel proposito di fare onore a madonna povertà».iii

Questa tenera testimonianza, intrisa di affettuoso orgoglio fraterno, conferma la sublime straordinarietà del magistero del Poverello di Assisi. Alla vigilia dell’evento “Francescolive!”, che per quattro giorni fino a domenica prossima convoglierà su Firenze oltre mille giovani provenienti da ogni angolo d’Italia, Roberto Vecchioni, che parteciperà all’evento, ha dichiarato: «Dio ha fatto un essere meraviglioso che si chiama Francesco e ha perso lo stampo, non ce ne sono più. È stato unico».iv

Il noto cantautore e poeta ha detto una verità inoppugnabile. È, però, altrettanto vero che nel corso di otto secoli non sono mancati tanti seguaci del grande Santo, che, pur senza raggiungere le altezze inarrivabili del capostipite, hanno operato e continuano ad operare meritoriamente per il bene dell’umanità. Le vite di Padre Lino e di Padre Antonio, che si sono snodate in tempi diversi e sotto cieli fra loro lontani, sono a tale proposito esemplari e fanno di loro due mirabili apostoli della Carità.

i www.padrelino.it

ii A. Manzoni, I promessi sposi, cap. III

iii AA. VV., Padre Antonio da Stigliano, Roma, 1962

iv Intervista a Olga Mugnaini, la Nazione del 10 aprile 2024

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