Una città da leggere e la vampa dei ricordi

Una città da leggere e la vampa dei ricordi

di Angelo Colangelo

Ho terminato da poco la lettura del libro Una città da leggere che l’autore Emilio Chiorazzo, giornalista di lungo corso e già caposervizio de Il Tirreno di Livorno, mi ha inviato prima di Pasqua, accompagnandolo con un affettuoso messaggio, in cui teneva a sottolineare con grande modestia che la sua opera non si proponeva nessuna finalità culturale. Sperava solo che io fossi riportato ai tempi trascorsi a Empoli dal lavoro che aveva realizzato nel periodo della pandemia.

In quei lunghi e interminabili giorni della quarantena, per tutti noi segnati dalla noia e dall’ansia, Emilio pensò bene di raccogliere molte storie legate alla vita quotidiana di Empoli, dove tuttora abita, dopo esservi approdato il 13 giugno 1970 all’età di 11 anni da Carbone, un piccolo paese della provincia di Potenza. Si trattava di storie varie e significative, alcune risalenti ai primi anni del Novecento, altre più recenti, che avevano meritato l’attenzione dei più importanti quotidiani nazionali. Senza neppure averlo programmato, l’autore si ritrovò di nuovo immerso nei fatti accaduti in un arco temporale di oltre un secolo, su cui già da tempo aveva avviato una paziente e meticolosa ricerca e che tornavano ora sotto la sua lente di appassionato e attento osservatore.

Emilio Chiorazzo

Confesso che ho iniziato subito a leggere il libro non solo per rispetto dell’amico, ma per il desiderio di conoscere meglio la storia della città, che mi accolse, oltre sessant’anni fa, ai tempi del ginnasio. Non ho tardato a comprendere che l’opera vale molto di più di quello che l’autore aveva voluto farmi credere e ho preso atto che i fatti legati alla storia di Empoli sono per lui anche una preziosa occasione per lanciare lo sguardo verso più ampi orizzonti.

Una città da leggere e la vampa dei ricordi

Con una narrazione scarna e incisiva, agganciata sistematicamente alle cronache che apparvero a caldo sui giornali nazionali, Emilio non solo ci squaderna pezzi incandescenti di vita empolese, ma con sapienza li contestualizza in uno scenario più vasto e così propone frammenti importanti di storia italiana. Si rivivono così i drammatici fatti accaduti l’1 marzo 1921, quando l’uccisione di quattro militari, provenienti da Livorno e diretti a Firenze, portò alla celebrazione di uno storico processo presso la Corte di assise del capoluogo toscano, che vide rinviati a giudizio circa 150 persone ed ebbe una risonanza mondiale.

Non meno intensa è la rievocazione degli anni inquietanti del terrorismo e delle stragi, che insanguinarono l’Italia nella seconda metà del secolo scorso e misero a dura prova la tenuta del sistema democratico del Paese. Il racconto, comunque, va ben oltre quei tragici eventi, che Sergio Zavoli icasticamente rappresentò come la notte della Repubblica.

Il lungo periplo, che l’autore ci propone nella storia della sua città di adozione, risulta interessante proprio perché investe anche la vita sociale, economica, letteraria della città che in molti ambiti si rivela un sorprendente laboratorio a livello nazionale. A Empoli, ad esempio, fu istituito il primo registro delle unioni civili in Italia, iniziò la lotta al tabagismo, per la prima volta fu eliminato l’utilizzo delle forze di polizia per l’ordine pubblico negli stadi.

Le numerose storie, tristi o gioiose, tragiche o esilaranti, vedono protagonista una folla di persone famose o anonime. È un campionario di varia umanità, che va dai comunisti, che clandestinamente stampano e distribuiscono durante il fascismo l’Unità, al medico, che si rivela capace di geniali sperimentazioni di protesi per gli arti amputati; dal marocchino, che dopo il trapianto del cuore inventa un marchio di giubbotti di pelle e dà vita a una catena di negozi in tutto il mondo, alla giovane cinese, che crea una linea di borse di successo da lei disegnate.

Non può mancare, naturalmente, il racconto della famosa tradizione del volo del ciuco, che l’autore tratta nel capitolo finale, affidandolo alla penna magistrale di Indro Montanelli, di cui sono riportati integralmente ben tre articoli scritti in anni lontanissimi fra loro. Sono, queste e tante altre storie, preziose tessere musive, che alla fine compongono il vivido quadro di una città che è sì di provincia, ma è stata sempre effervescente e palpitante di vita.

Chi scrive è rimasto avvinto dalla lettura, ma non può nascondere di aver provato una particolare emozione in due momenti specifici. Il primo, quando, leggendo le pagine dello storico processo presso la Corte di Assise di Firenze per i tragici fatti del 1921, si è imbattuto nel nome del sostituto Procuratore del Re, Cavalier Ciruzzi. Ne avevo sentito parlare oltre sessant’anni fa da un suo parente, che insegnava nel prestigioso Istituto barnabitico Alla Querce di Firenze, ma di questo magistrato stiglianese non sono mai riuscito a saperne di più. Chissà che non sia giunta l’ora di fare qualche ricerca in proposito.

Mi ha profondamente colpito, poi, la notizia, pur essa sorprendente, che la tipografia, utilizzata per stampare il giornale comunista clandestino negli anni della dittatura, si trovava all’interno dell’Istituto dei Padri Scolopi, dove io ero stato convittore. Non può, dunque, meravigliare il fatto che mi sia ritrovato di colpo a pensare con affettuosa nostalgia e con un sentimento di sincera gratitudine ai cari Padri Borromeo, Giovannuzzi e Rocchiccioli, che molto contribuirono alla mia crescita educativa.

Padre Giancarlo Rocchiccioli

In particolare, è riaffiorato nella mia mente il vivo ricordo di Padre Giancarlo Rocchiccioli, un giovane sacerdote della provincia di Lucca scomparso quattro anni fa, che mi accolse, quando, timido e smarrito, entrai in convitto dopo la terza media. Fu lui che mi fece leggere per la prima volta Cristo si è fermato a Eboli. Quando poi, oltre trent’anni dopo, pubblicai Gente di Gagliano, il mio primo saggio sulla famosa opera di Carlo Levi, se ne compiacque e si premurò di farlo leggere a Firenze ad alcuni suoi giovani alunni liceali.

Non mancò neppure di congratularsi per la pubblicazione del mio saggio sul padre barnabita Vincenzo Cilento. In quest’ultimo caso, con la sottile ironia che lo caratterizzava, mi rimproverò di essermi rivelato un pessimo allievo degli scolopi, avendo osato scrivere per la concorrenza. Ma, aggiunse subito, era pronto a perdonarmi per la grande stima che nutriva per il grande studioso di Plotino e a condizione che non gli spedissi una copia del mio libro, ma m’impegnassi a portargli di persona.

Mantenni la promessa, seppure con un po’ di ritardo. Andai a trovarlo a Firenze con il mio caro amico Stefano, in occasione di un convegno su Galileo Galilei, organizzato nel suo liceo di via Cavour, cui volle invitarmi. Mi regalò delle ore indimenticabili. S’intrattenne con me per tutta la mattina. A sera mi fece salutare anche Padre Giovannuzzi, accompagnandomi nella stanza, dove questi da tempo viveva su una carrozzella. Ci congedammo a ora tarda con il proposito di rivederci presto. Non è accaduto.

Dopo di allora non ci rivedemmo più, ma continuarono i frequenti contatti epistolari e le periodiche conversazioni telefoniche, iniziate da quando ero riuscito fortunosamente ad avere dall’amico Nicola Coccia il suo numero di telefono. Mi parlava con serenità della sua vita dopo aver lasciato a 75 anni la scuola. Prestava servizio pastorale nella storica chiesa di San Giovannino, che era stata affidata agli scolopi fin dal Settecento, assolveva con dedizione all’incarico di bibliotecario e di archivista, curando l’enorme e prezioso patrimonio librario della ex-Provincia toscana, aveva intensificato negli ultimi tempi l’attività di pubblicista, che non aveva mai abbandonato neppure quando insegnava ed era Preside.

A tale proposito mi tenne informato delle pubblicazioni dei suoi libri, in particolare di due saggi biografici, scritti in collaborazione con altri e di cui aveva voluto farmi dono. L’uno era dedicato all’amato confratello Padre Ernesto Balducci, l’altro a Padre Alessandro Serpieri, il letterato ed astronomo, che ebbe a Urbino fra i suoi alunni Giovanni Pascoli. Risale alla Pasqua del 2017, prima che le sue condizioni di salute si aggravassero in seguito a un incidente, l’ultimo scritto che Padre Rocchiccioli mi ha inviato e che conservo gelosamente con altri suoi scritti.

Lo considero un vero lascito spirituale, che desidero condividere e rendere pubblico in questo particolare momento in cui il mondo è in ambasce e sembra correre dissennatamente verso la catastrofe. Valga davvero come un caldo appello agli uomini di buona volontà, perché rinsaviscano e contribuiscano a far nascere un mondo nuovo, fondato sulla pace: «Novus homo, novum testamentum, novum canticum. Cantet canticum novum, non lingua, sed vita. La novità della Resurrezione ci conforti e ci faccia alzare gli occhi. P. Rocchiccioli».

Ma è giunto il momento di interrompere il flusso impetuoso dei ricordi e ritengo opportuno concludere la mia nota. Lo faccio brevemente, ribadendo che Una città da leggere di Emilio Chiorazzo è davvero un gran bel libro. Lo dico con serena convinzione e non per piaggeria e garantisco che non condizionano il mio giudizio neppure le comuni radici lucane con l’autore. Certo questo mi inorgoglisce. E, perciò, sono contento che lui abbia mantenuto sempre un solido rapporto con la sua terra nativa. Come, peraltro, dimostra il saggio da lui scritto sulla vita di Nicola Panevino, il magistrato partigiano suo concittadino, che, trucidato all’età di soli 34 anni in una rappresaglia tedesca in provincia di Genova, fu sepolto ad Aliano, il paese natale del padre.

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