Pensieri vaghi di fine anno

di Angelo Colangelo.

Nell’attesa del nuovo anno, come capita a molti, anch’io ripenso per stanca abitudine ai fatti che hanno segnato l’anno morente, pur sapendo che non è di alcuna utilità.

Pensieri vaghi di fine anno
Venditore di almanacchi

Anche stavolta l’ozioso e mesto revival finisce per dirottare la mente verso le pagine del celebre “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, che Leopardi scrisse nel 1832 a Firenze e poi inserì nelle sue limpide “Operette morali”. E le sue amare riflessioni mi confermano nell’idea che è bene accettare la vita «come Dio la manda, senz’altri patti» e prendere atto che «quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non la vita passata, ma la vita futura».

Cosi nella solitudine, che spesso le festività natalizie portano con sé tra l’ingannevole scintillio di luci e il vuoto frastuono di voci, sono nati questi pensieri vaghi, e vani, sull’anno che si sta consumando, senza lasciare rimpianti tali da insinuare un pur lieve desiderio di poterli rivivere. Come, del resto, è stato per tutti gli altri che l’hanno preceduto. Sono, i miei, pensieri non attinenti alla sfera personale, ma alla realtà di un mondo tormentato da eventi funesti e inquietanti: guerre, epidemie, calamità naturali, migrazioni forzate per sfuggire alla miseria e alle violenze. Mali, insomma, perlopiù antichi, anche se non ne mancano di nuovi, che hanno il copyright della modernità. Ad esempio, la subdola dittatura della tecnologia, il globalismo, il neoliberismo, il consumismo, il nichilismo e molti altri ismi contemporanei, che hanno sfigurato con rapidità vertiginosa il mondo esistente, facendo nascere alla fine hanno questo nostro mondo, non privo di luci, ma denso di gravi ombre, cha lasciano presagire un futuro poco allettante.

I processi messi in atto dai nuovi modelli economici hanno concentrato nelle mani di una ristretta oligarchia le risorse e le ricchezze del mondo e hanno condannato a una miseria disperante milioni di individui in tutti i continenti. Altrettanto devastante risulta lo sviluppo tumultuoso delle nuove tecnologie, che hanno sconvolto la vita relazionale degli individui, hanno minato la civile convivenza dei popoli e hanno finito per ledere gravemente la dignità stessa dell’uomo. Non a torto il teologo e saggista Severino Dianich afferma che l’avvento del digitale, l’unica vera novità del terzo millennio, «è qualcosa di sconvolgente, capace di cambiare la natura dell’uomo».i Ed è molto dubbio, anzi improbabile, che possa essere di aiuto all’uomo l‘Intelligenza Artificiale già messa in cantiere, che alcuni sperano provochi una rivoluzione positiva nel lavoro, nell’informazione e nella vita rutinaria di ogni giorno, mentre altri temono che possa produrre solo danni irreversibili alla specie umana.

Di fronte a una realtà così inquietante si è indotti a temere per la stessa sopravvivenza del pianeta e a prestare ascolto a chi ne profetizza la fine, nel caso in cui non ci sia un ravvedimento tempestivo e universale. Lo aveva già fatto, d’altronde, negli anni Quaranta del secolo passato Albert Einstein, il quale ammoniva che solo il progetto di un Nuovo Umanesimo, fondato su una nuova etica ambientale, avrebbe potuto evitare la catastrofe verso cui il mondo correva.

Da tutti i perversi fenomeni planetari ovviamente non è indenne l’Italia. Anzi qui, come denunciava giusto un anno fa il noto sociologo Giuseppe De Rita, il degrado delle condizioni sociali e culturali è stato aggravato dalla dissoluzione della cultura umanistica, che «si è ritirata sempre più, prima dalle aspirazioni del popolo, poi dai desideri dei piccolo-borghesi e infine anche dallo stesso ceto medio, distratto, godereccio e senza gravitas». Senza dire, peraltro, che «le classi dell’ultima generazione – dopo aver facilitato tutto per raccogliere consenso, capaci di assecondare le masse, ma incapaci di trasformare i sudditi in cittadini – si sono beatamente suicidate innanzi tutto strozzando l’alta cultura, mortificando la ricerca e impedendo ai disagiati di accedervi».ii

Ne consegue che, se in questa drammatica fase della storia dell’umanità si vuole affrontare l’ardua impresa di una svolta salvifica ed elaborare un nuovo progetto di vita sulle macerie che si sono accumulate tra lo scorcio finale del XX secolo e il primo ventennio del nuovo millennio, bisogna avviare un non facile processo di rigenerazione etica e culturale. È necessario, cioè, costruire movimenti di pensiero, che rimettano al centro la persona e permettano di riscoprire il senso della sacralità della vita. In sostanza, si deve progettare una nuova visione esistenziale, rivitalizzando la lezione dell’antica civiltà greca e del cristianesimo.

È, infatti, verità condivisa e conclamata che i greci insegnarono all’umanità a osservare il mondo da un punto di vista teoretico, indagando le ragioni delle cose e ricercando una spiegazione razionale dei fenomeni naturali e una teoria razionale dell’uomo. La loro indagine filosofica e la loro storia letteraria, dunque, furono fondamentali nella creazione del pensiero moderno e con pieno diritto i popoli appartenenti alla cosiddetta civiltà occidentale sono considerati figli dei greci, anche se poi nei loro vari contesti storici e ambientali hanno manifestato e declinato tale discendenza con diverse modalità e varie connotazioni.

Se poi si accetta che con la grecità il cristianesimo costituisce l’altro pilastro della moderna civiltà europea, su questa base si deve concepire e realizzare una nuova visione di vita, che contemperi armoniosamente, come raccomandava San Tommaso, il lógos ellenico e la fede cristiana. Si tratta, in estrema sintesi, di stemperare la fierezza ellenica della ragione nella pratica cristiana dell’umiltà e di elevare il sentimento amicale dell’antica filìa dei Greci alla virtuosa solidarietà dell’àgape dei Cristiani.

Ed è cosa possibile, se si tiene per vero che fra Grecità e Cristianesimo non c’è conflitto, ma continuità. Per questo può venirci ancora una volta in soccorso il filosofo Vincenzo Cilento, quando afferma che ogni rinnovamento passa attraverso la capacità di liberarsi da uno dei più gravi mali della modernità, consistente nel fatto che l’umanità del nostro tempo è sorda a ogni istanza metafisica e ha smarrito il senso del sacro e del mistero. È, questa, «una delle piaghe più dolorose del mondo, perché dopo aver reso Dio estraneo all’uomo, finisce per rendere anche l’uomo estraneo all’uomo e quasi estraneo a se stesso».iii

Per meglio comprendere il problema, che non è solo religioso, ma filosofico e antropologico, è bene chiarire che il sacro attiene sì alla sfera divina, ma connota tutto ciò che Dio manifesta nella sua stupefacente e inesauribile epifania. Da ciò si evince che l’uomo non può ignorare il sentimento del sacro e, se lo fa, perché «rilutta al trascendente», finisce per misconoscere colpevolmente la sacralità non solo di Dio, ma della Natura, della Storia, della Vita e, in definitiva, di sé stesso. In una parola l’uomo diventa altro da sé, si disumanizza. Poi, non è difficile arguire, dalla disumanizzazione alla demonizzazione il passo è breve!

L’uomo contemporaneo ne è una tragica testimonianza. Valga a conferma di ciò un solo, ma emblematico, esempio. Già un secolo fa il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset in un aureo libretto dal titolo eloquente, “La deshumanización del Arte”, lanciò un allarme sul destino dell’arte contemporanea, che egli riteneva si stesse disumanizzando. Riguardo a tale esiziale fenomeno, divenuto argomento di indagine e di dibattito per critici letterari, filosofi e sociologi, non mancarono le acute riflessioni di chi sottolineava il paradosso di legare il concetto dell’arte al disumano. Essendo impossibile dissociare la poesia dal sentimento dell’umano, si precisava, molto opportunamente, che l’arte non si disumanizza, ma piuttosto «il disumano si manifesta nell’uomo e nel cuore della sua coscienza. L’arte, come sempre, ne registra la dimora e le relazioni. Ancora una volta la letteratura risponde ad una situazione effettiva dell’uomo».iv

All’uomo del terzo millennio, in definitiva, spetta il duro ma inderogabile compito di riappropriarsi dei valori etici e culturali da tempo smarriti, per dare vita al progetto di un Nuovo Umanesimo, che gli consenta di ricollocarsi nel cuore della storia e della vita del mondo. Lo può e lo deve fare con la consapevolezza dei suoi limiti e delle sue risorse, della sua forza e della sua fragilità, della sua grandezza e delle sue miserie. Perché, ci ricorda Pascal, le miserie dell’uomo sono sì miserie, ma miserie di gran signore. Miserie di un re spodestato.

i “Sempre sporca è la guerra”, intervista rilasciata a Donatella Puliga, ne “La Lettura” del 24 dicembre 2023

ii Intervista di Massimo Franco a Giuseppe De Rita, in Corriere della sera, 31 dicembre 2022.

iii V. Cilento, Res sacra homo, in Medioevo monastico e scolastico, o. c., p. 345

iv S. Battaglia, Mitografia del personaggio, Rizzoli, Milano, 1968, p. 401

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