Scuola e letteratura, palestre di vita

di Angelo Colangelo.

Lo storico e critico della letteratura Giovanni Caserta esamina in un bel saggio l’attività didattico-educativa, letteraria e politica di Francesco De Sanctis nel 140° anniversario della sua morte.

L’avventura umana, intellettuale e politica di Francesco De Sanctis si snodò, com’è noto, per alcuni decenni del XIX secolo e diventò presto esemplare per quanto di significativo il protagonista era riuscito a realizzare, durante il periodo delle lotte risorgimentali e per oltre un ventennio dopo l’Unità d’Italia, nel mondo della scuola, nell’ambito della critica letteraria, nel campo della politica. È giusto, perciò, che la figura di una personalità così eccelsa sia riproposta all’attenzione di tutti, affinché la sua preziosa testimonianza possa tuttora giovare non solo a coloro che operano nel cerchio angusto della letteratura, ma all’intera comunità nazionale.

Si deve, dunque, accogliere con favore il fatto che, dopo le numerose e valide iniziative messe in campo nel bicentenario della nascita (Morra Irpina, 1817), si commemori Francesco De Sanctis a 140 anni dalla morte, avvenuta il 29 dicembre 1883 a Napoli, benché essa ricada a soli sei anni dalle precedenti celebrazioni. Ed è bene che ancora una volta non manchi la voce della Lucania-Basilicata, che nella prima occasione marcò la sua presenza grazie a un convegno organizzato dalla Deputazione di Storia Patria e patrocinato dal Comitato Nazionale presieduto dal compianto Gerardo Bianco.

Non stupisce che ora abbia sentito il bisogno di dare un suo personale contributo Giovanni Caserta, il quale durante la sua lunga, intensa e feconda attività di docente e di studioso ha dedicato un’assidua attenzione al grande Irpino, da lui considerato un luminoso e irrinunciabile punto di riferimento etico e culturale. Ne è ulteriore ed eloquente prova il libro ora pubblicato da Villani (Potenza, 2023, pp. 135, .14), in cui già il titolo “Francesco De Sanctis il maestro l’insegnante il critico” lascia intendere come l’indagine dell’autore sia ad ampio raggio e faccia riferimento alle molte e varie attività desanctisiane, pur privilegiando la dimensione pedagogica, che gli sta particolarmente a cuore.

Il saggio di Caserta, come si spiega nella premessa, consta di tre lavori realizzati in tempi diversi. Nella prima parte si riflette, centocinquanta anni dopo, sul saggio non privo di attualità La scienza e la vita, che nel 1872 De Sanctis utilizzò come discorso inaugurale per l’apertura del nuovo anno accademico all’Università di Napoli. In un secondo e corposo capitolo si propone un testo, che, già pubblicato alcuni anni fa in tre puntate su un giornale sindacale materano, è stato ampiamente rivisitato e illustra il metodo didattico e il pensiero pedagogico di De Sanctis.

C’è, infine, la densa relazione “Colloqui lucani”, che, presentata nel 1997 a Valsinni in occasione di un convegno sulla poetessa Isabella Morra, è stata ripresa e aggiornata, dopo essere rimasta nel cassetto per circa 25 anni. Praticamente inedita, essa affronta il tema, molto suggestivo e mai finora da altri trattato, dei rapporti del De Sanctis con la cultura lucana. Lo stesso Caserta, auspicando che possa essere un giorno esplorato più a fondo e in maniera organica e documentata, ci regala intanto pagine significative riguardo all’ascendenza intellettuale e morale del Maestro irpino su tre suoi illustri allievi lucani: Luigi La Vista, Giustino Fortunato e Francesco Torraca.

Altrettanto considerevoli sono le riflessioni sulla riscoperta del valore della lezione desanctisiana grazie al contributo importante di un altro importante intellettuale lucano, Carlo Salinari, nativo di Montescaglioso. Ciò avvenne, quando, sorto il bisogno di costruire un nuovo Risorgimento sulle macerie lasciate della guerra e dalla dittatura fascista, «forte fu l’esigenza di tornare al De Sanctis, al suo vigore morale e al suo modo di concepire il ruolo dell’intellettuale nei confronti della società e dei concreti bisogni di essa».

Il libro di Caserta, pubblicato con il dichiarato intento di mantenere viva la memoria di De Sanctis e di farlo conoscere a un vasto pubblico, alla fine ne mette a fuoco il senso e il valore della lunga, intensa, luminosa attività didattica, pedagogica e critica. Grande spazio, infatti, è dedicato alla disamina, come sempre accurata e perspicace, del lungo e indefesso impegno del De Sanctis per la scuola e non si manca di delinearne con efficacia la visione pedagogica, di cui si rivelano tratti di sorprendente modernità. Come attesta, ad esempio, il fatto che nella cosiddetta prima scuola di Vico Bisi e successivamente all’Università non si ergono mai barriere fra la cattedra e i banchi, ma il Maestro e i discepoli, socratizzando, procedono insieme sulla via del reciproco apprendimento verso il traguardo sempre mobile e, per questo, faticoso ma esaltante del sapere.

Sulla scorta di quanto si è appena detto non è azzardato ipotizzare che Caserta abbia considerato per se stesso un vero e proprio testamento spirituale l’ultimo mirabile discorso tenuto da De Sanctis il 29 gennaio 1883 a Trani, in cui mostrava senza veli un aspetto essenziale della sua personalità, quando con grande sincerità confessava: «La politica non è stata mai per me una vocazione: io ero nato per vivere in mezzo ai giovani e predicare a loro ciò che mi pareva il bello e il buono, e mi sentivo felice in mezzo a loro».

Non è chi non veda che, pur non avendo mai lesinato il suo impegno politico e civile sia come semplice cittadino che come rappresentante delle pubbliche istituzioni, anche l’intellettuale materano sempre ha vissuto la partecipazione politica come un dovere dei tempi. Si potrebbe dire desanctisianamente o, se si preferisce, levianamente. Per questo ha inteso dare un valore preminente al suo ruolo di docente rispetto a tutte le altre attività, cui pure si è dedicato sempre con serietà, competenza e passione. Insomma, sulle basi di tale premessa Caserta accoglie ancora una volta la lezione desanctisiana e non a caso assume come punti fermi della sua ideologia culturale l’istruzione e l’educazione, considerati due strumenti essenziali e irrinunciabili non solo ai fini del riscatto personale dei singoli individui, ma del progresso sociale e civile di ogni comunità.

Come mostrano le riflessioni sparse a piene mani nelle dense pagine del libro e proposte con garbo ed incisività grazie al suo ben noto stile comunicativo e coinvolgente, il professore materano condivide l’idea di fondo del Professore irpino, per cui solo «quella lezione è bella, che ci avrà resi migliori». E a tale proposito non manca di evidenziare la premurosa sollecitudine che De Sanctis «rivolse alla educazione-istruzione del ceto contadino, particolarmente povero, e quindi alle scuole rurali e alla formazione di maestri nelle scuole rurali». Lo fece sia come educatore che come politico (fu per ben tre volte Ministro della Pubblica Istruzione!), essendo profondamente convinto che fosse funzione primaria non solo della medicina, ma della pedagogia “rifare il sangue, ricostruire la fibra, rialzare le forze vitali” di una comunità la quale aspirasse a migliorare le condizioni della vita sociale e civile.

Tale esigenza risultava tanto più motivata, se solo si considerava in una prospettiva storica il rapporto che in Italia era intercorso tra la cultura e la scienza e che per certi versi bisognava ripensare e correggere. «Purtroppo, – spiega Caserta – soprattutto nella storia della cultura e della scienza italiana, era accaduto che, in certi momenti, proprio l’intellettuale aveva voltato le spalle al popolo, facendolo oggetto di ironia, di riso e satira». Non aveva torto, perciò, De Sanctis nel ritenere che per questo motivo gli Italiani, dopo Dante e Machiavelli, avessero vissuto «tre secoli vergognosi di decadenza, secoli di degenerazione della fibra, di fiacchezza morale …»., cui era urgente porre riparo per costruire una nazione fondata su irrinunciabili valori etici e civili.

Caserta, insomma, mostra di condividere pienamente, sul piano teorico e pratico, l’idea che De Sanctis illustrò in un altro testo molto noto, pubblicato nel 1872 sulla “Nuova Antologia”, dove aveva dichiarato con assoluta convinzione e senza indulgere alla retorica: «Una scuola non mi par cosa viva, se non a questo patto, che accanto all’insegnamento ci stia la parte educativa, una ginnastica intellettuale e morale, che stimoli e metta in moto tutte le forze latenti dello spirito».

Della coerenza di tale atteggiamento etico ed intellettuale dell’insegnante materano offrono tuttora viva e concreta testimonianza i numerosissimi ex-alunni, che per alcuni decenni nello storico liceo “Duni” ebbero il privilegio di godere del suo magistero, che investiva, tramite la letteratura, i più alti valori dell’umana esistenza. Sul modello dell’amato De Sanctis era, quello di Caserta, un insegnamento imperniato sulla dignità della persona e sull’etica della responsabilità, che sollecitava docenti ed alunni al dovere di essere uomini, perché innegabilmente «la vita è dovere, e il dovere è sacrifizio».

Come è agevole comprendere, De Sanctis e con lui Caserta e altri benemeriti, che vissero l’insegnamento come una missione, pur operando in tempi e in contesti storici affatto diversi, hanno il grande merito di averci trasmesso un patrimonio di inestimabile valore, che sarebbe delittuoso continuare a dissipare con il rischio di disperderlo definitivamente. Cosa che, purtroppo, pare stia avvenendo da qualche tempo a causa di azioni politiche improvvide e demagogiche, che condannano la scuola italiana a languire penosamente.

Rocco Scotellaro l’utilità di una rivisitazione
A. Colangelo con G. Caserta, foto di Alceo Melchiorri

Ciò accade a dispetto della buona volontà di tanti onesti ma impotenti insegnanti ridotti alla triste condizione di grigi e demotivati operatori in una scuola che, horribile dictu, si è voluto trasformare in una neutra “agenzia educativa” o, peggio, in un improbabile laboratorio d’impresa. Si vuol dire, in altre parole, che la scuola italiana, devastata da riforme malfatte o mai fatte, ha ormai smarrito la sua identità e fatica a svolgere il suo ruolo istituzionale, che è quello di educare attraverso l’istruzione al dovere, alla libertà, al rispetto di sé e degli altri. Vale a dire a una vita che sia vissuta con dignità e senso di responsabilità.

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