Vincenzo Cilento – Sinossi delle opere e pensiero filosofico

VINCENZO CILENTO, L’APOSTOLO CRISTIANO DELLA GRECITA’

di Angelo Colangelo

SINOSSI DELLE OPERE E PENSIERO FILOSOFICO

Premessa

Vincenzo Cilento, si è già detto nel profilo biografico che abbiamo proposto, meritò la stima degli studiosi del mondo classico a partire dalla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, grazie alla traduzione integrale delle “Enneadi” di Plotino, rimasta a tutt’oggi insuperata. Della splendida ma ostica opera del filosofo neoplatonico egli fu, oltre che traduttore, anche un acuto e fine esegeta, grazie alla profondissima conoscenza della lingua greca antica, alla vasta cultura filosofica, ad una rara sensibilità letteraria.

L’attenzione di Cilento, comunque, non si indirizzò solo verso l’opera plotiniana, ma si rivolse a tutta la cultura classica, che studiò con passione e sapienza, ritenendo che essa rappresentasse una delle radici della moderna civiltà occidentale. Anzi, facendo sua l’idea crociana, per cui la storia dell’umanità è soggetta a un perenne divenire che non conosce salti né fratture, sostenne che la civiltà antica fosse fluita nelle età successive attraverso diverse espressioni letterarie, artistiche e filosofiche. Sono, questi, i presupposti teoretici di fondo utili a comprendere il pensiero cilentano, che si dispiega in una copiosa serie di opere, in cui si riverbera la ricca e multiforme personalità dello studioso lucano, al quale, perciò, ben si convengono le parole che egli stesso scrisse su Plutarco, l’altro suo autore prediletto insieme con Plotino:

«La vita di Plutarco – scrisse Cilento – è tutta nei suoi scritti; e gli scritti rispecchiano fedelmente la sua vita, il suo instancabile spirito, la sua memoria prodigiosa. […] fu, lui stesso, Plutarco, un tipo umano della umanità antica e universale. Come se lo spirito antico, nel suo sfiorire, volesse, prima di fasciare il mondo greco nel sudario della morte, una sua immagine ricordevole, lo cinse di ricordi, lo investì di sacerdozio, lo rese poeta e pensatore, senza dargli il genio, ma qualcosa di più umano del genio, la simpatia, perché ne scrivesse il testamento eroico e malinconico».i

A lumeggiare, pertanto, la figura dello studioso stiglianese è utile proporre le sinossi delle opere più importanti, che videro la luce nel fecondo decennio degli anni Sessanta e fino ai primi anni Settanta. In quel periodo, a parte gli scritti apparsi su prestigiose riviste specialistiche come “La parola del passato”, “Rivista di Estetica”, “Vichiana” ed altre, furono pubblicate nel 1961 da Ricciardi “Trasposizioni dell’antico” e “Medio Evo Monastico e Scolastico” e nel 1962 presso Sansoni la traduzione, con testo greco a fronte, di “Diatriba isiaca e dialoghi delfici” di Plutarco, ripubblicata nel 2002 da Bompiani. Seguirono nel 1967 “Comprensione della religione antica”, “Pygmalion” nel 1972 e nel 1973 “Saggi su Plotino”. Dodici opere fondamentali nell’arco di soli dodici anni!

La religione nell’antichità

Comprensione della religione antica” è la prima opera che prendiamo in esame anche per ragioni sentimentali, essendo ad essa legato il ricordo dei lontani anni universitari e dell’incontro con Padre Cilento. È un denso saggio, in cui si affrontano temi di grande rilevanza nell’ambito degli studi classici, perché rappresentano le molte sfaccettature di un fenomeno variegato e complesso qual è quello della religiosità dell’uomo antico. Attraverso un’approfondita e raffinata indagine l’autore si propone, riuscendovi perfettamente, di cogliere e di comunicare, come recita il sottotitolo, le «suggestioni del Sacro e dell’Antico nella coscienza storica».

A tale scopo si esaminano con impareggiabile dottrina i rapporti fra Mito e Natura, fra Mito ed Ethos, nonché i misteri e il mistero che intridono la vita degli antichi e le rappresentazioni che ce ne offrono poeti e filosofi, non solo greci, a iniziare da Omero, Esiodo e Pindaro fino a Virgilio e a Plotino. E non si tralascia di focalizzare un’idea essenziale e significativa, l’immortalità dell’arte e delle umane religioni, che Cilento sostiene con forza, proponendo in maniera argomentata valide motivazioni e offrendo spunti di riflessione utili a comprendere anche la realtà del nostro tempo:

«Le religioni della Grecia e, in essa vista come miniatura spirituale dei tempi, le religioni tutte della storia, sono espressione emblematica dell’eterno e incoercibile e indistruttibile bisogno metafisico della natura umana. Preannunziare la fine di ogni religione (profeti alla rovescia di tal genere non mancano, in tempi di crisi, e non mancheranno mai) è in analogia di altri preannunzi, ugualmente funebri e persino più rozzi, quale è stato, memorabile, quello della «morte dell’arte». Come non morrà mai la poesia degli uomini così non morranno – per trasformarsi che facciano – le umane religioni. La loro grandezza e la ragione della loro perennità sta nel fatto che esse rappresentano tutta la integrazione soprasensibile dell’uomo». ii

Sono parole di straordinario valore, che rappresentano un solenne monito per l’uomo contemporaneo, sempre più irretito da un distruttivo relativismo morale e da un senso dissacrante della religione e dell’esistenza.

La diade “Trasposizione-Antico”

Le due opere “Trasposizioni dell’antico” e “Medio Evo Monastico e Scolastico”, a loro volta, compongono con “Pygmalion” un’ideale trilogia in cui si dispiega in modo organico il pensiero filosofico di Vincenzo Cilento. “Trasposizione” e “Antico” sono i due nuclei concettuali del suo sistema speculativo e intorno ad essi ruota una serie di temi interrelati e interagenti, talora in forma dialettica, che costituiscono il diorama culturale entro il quale si muove lo sguardo penetrante del dotto barnabita: il mito e la storia, la storia e il sacro, l’affabulazione e il mito, Verità e Poesia, Antico e Nuovo.

È bene, perciò, mettere subito a fuoco il senso che Vincenzo Cilento attribuisce ai concetti di “Trasposizione” e di “Antico”. Egli puntualizza in via preliminare che «la trasposizione è rinascenza». Vale a dire che l’uomo, cui non è concesso di creare dal nulla, ha però la prerogativa di “trasporre” «pensieri e parole, forme ed eventi, categorie e sistemi, fantasmi e concetti, in una serie infinita di correlazioni di cui è contesta la storia. Questa oscilla tutta tra sopravvivenze e sopravvenienze, tra antico e nuovo, fra tradizione e progresso. La trasposizione è come il medio tra tali polarità».iii

Ma, per comprendere meglio il concetto di Trasposizione, bisogna sgombrare il campo da un pericoloso equivoco, che potrebbe indurre a pensare a una mera operazione restauratrice, che sarebbe del tutto sterile. Così, argomentando con rigore logico e finezza esegetica e proponendo le sue riflessioni con una scrittura che affascina per limpidezza e classica eleganza, Cilento spiega che Trasposizione è «quella operazione della mente che fa sua e attribuisce al presente una posizione che fu già del passato e che perciò il tempo consunse, rinnovandola nell’adattarla a una situazione attuale e viva. […] Trasposizione non significa restaurazione e ringiovanimento, ma vera rinascita, ch’è quanto dire una nuova nascita, una vita novella».iv

All’idea di Trasposizione è connesso intrinsecamente il concetto di Antico, che è da intendere, pur esso, come categoria. Anche su tale tema si ribadisce la necessità di evitare ambiguità e fraintendimenti, che possano comportare il rischio di identificare l’Antico con il Passato, dandone una interpetrazione riduttiva e fuorviante. A tale scopo è fondamentale intendere che non tutto il Passato è Antico e nel prospettare il suo modo di sentire la storia e di pensare il passato e il presente, Cilento spiega con chiarezza che «l’antico, soggetto della trasposizione, non è il passato morto una volta per sempre, in antitesi col vivo presente, ma è qualcosa che ha il suggello della classicità e il segno dell’eterno. Ha valore categoriale e pertanto è come fuori del tempo».v

In altre parole l’Antico non va inteso come qualcosa di statico, ma rappresenta il passato vivo, che si è riversato nel presente. In definitiva, si può affermare che l’Antico non è altro che «un passato tipico, indimenticabile, sempre attuale e presente, perché lo spirito umano se n’è impadronito e l’ha fermato nelle sue opere immortali».vi

Riguardo alla genesi e allo sviluppo del pensiero cilentano, a questo punto, giova riportare una chiosa autorevole di Marisa Tortorelli Ghidini, la quale rileva:

«L’iniziazione all’Antico fu per Cilento scoperta di un mondo e rivelazione di un pensiero, perfetto per compiutezza e per profondità, capace di offrire – al suo solitario cultore – l’universo di un dio dimenticato. Iniziò così, in anni lontani, e si sviluppò per decenni, il lungo interminabile dialogo tra Cilento e Plotino, e ne nacque un nuovo universo di pensiero, che diede alle parole dell’Antico un suono comprensibile anche agli uomini del nostro tempo».vii

Insomma, le due idee cardinali di Trasposizione e di Antico, che costituiscono le fondamenta nell’architettura del pensiero cilentano, dinamicamente s’intersecano e vicendevolmente si lumeggiano. Grazie alla loro dialettica si evita una distorta visione della storia, segnata da fratture e da surrettizie parentesi o, al contrario, da strani appiattimenti, che avvolgono ogni cosa in un alone di indistinto e di vago, rendendo incomprensibile il secolare percorso storico dell’umanità.

Volendo, in conclusione, ricorrere a due suggestive e poetiche immagini usate dallo stesso Cilento, la diade Trasposizione-Antico rappresenta un prezioso «filo di Arianna nel labirinto della Storia, nel cammino degli umani pensieri»,viii oppure «un ponte di passaggio oltre le rovine dei tempi e i silenzi della barbarie».ix Essa ci apre la strada alla comprensione dei punti nodali attraverso i quali trascorre perennemente la storia ed evolvono le civiltà e ci mostra che filosofia plotiniana, fede cristiana e storicismo crociano non solo non sono inconciliabili, ma armoniosamente convivono. La loro dialettica coesistenza permette di superare tutte le aporie e le contraddizioni, che si sono create e cristallizzate col tempo.

La luce del Medioevo

I concetti di Trasposizione e di Antico sono le chiavi utilizzate dal Cilento per accedere anche ad una lucida analisi e ad una corretta interpetrazione del Medioevo. La filosofia e la civiltà medioevali, considerate da un nuovo punto prospettico grazie alle nuove coordinate ermeneutiche, si accendono di una luce nuova e impediscono interpretazioni di maniera per cui l’età medioevale finisce per essere giudicata con valutazioni superficiali e negative.

A tale scopo Cilento non solo si avvale di un nuovo modo di concepire il rapporto tra passato e presente, ma anche di un particolare metodo, quello della filosofia nominalista, che privilegia gli individui rispetto alle categorie e i singoli filosofi rispetto ai sistemi. A suo parere, infatti, non giova parlare di Medievismo ma di uomini del Medio Evo, non di Umanesimo ma di umanisti, non di Romanticismo ma di romantici.

Non è, poi, un caso che, sottolineando lo stretto legame fra le due opere, “Trasposizioni dell’Antico” e “Medio Evo Monastico e Scolastico”, lo stesso Cilento ricordi che in quest’ultima gli antichi sono ancora presenti con i loro più autorevoli esponenti, Platone nei chiostri e Aristotele nelle Scholae. La loro presenza testimonia con grande autorevolezza che «il gran dialogo occidentale, iniziato nell’Accademia antica e perfezionato nel Peripato tre secoli prima di Cristo, non è ancora terminato; e forse non avrà mai termine».x

È, però, evidente che il Medioevo non può ridursi a monachesimo e scuola, a chiostro e università. Nella molteplicità delle sue espressioni esso manifesta una ricchezza di contenuti e di valori, che purtroppo per lungo tempo e da molti critici sono stati sottovalutati, quando non sono stati colpevolmente ignorati. Cilento, perciò, ricostruisce un significativo legame, capace di connettere non solo l’Antichità e il Medioevo, ma il Medioevo morente e l’Umanesimo nascente, proprio perché rifugge dal criterio erroneo sia di una piatta continuità che di un inconcepibile iato.

Emergono, così, la specificità e l’importanza del pensiero e della civiltà medievali attraverso una analisi critica che risulta tanto più illuminante, in quanto è rigorosamente documentata con puntuali riferimenti alle opere di Boezio, Giovanni di Salisbury, Goffredo di San Vittore, Alano di Lilla, Tommaso d’Aquino e molti altri, di cui il dotto barnabita possiede una perfetta conoscenza. Grazie alla disamina cilentana, insomma, gli autori medievali non sono più letti con metodi convenzionali e forme stereotipe e acquistano un senso vivo ed autentico. Il Medioevo, perciò, risulta essere «se stesso e solo se stesso» e si manifesta «ricco, di suo, come l’antico; e più dell’antico è fiero, poetico, solenne. Erede dell’antico, lascia al mondo rinascimentale e moderno legati preziosi, tuttora inesausti del passato e di se stesso. Come le categorie greche sono un acquisto per l’eternità, parimente le categorie medievali sono e saranno categorie umane perenni».xi

Il senso e il valore dei miti

La trama della speculazione cilentana, ordita col filo resistente dei concetti di Trasposizione e di Antico e irrobustita da una rara acribia filologica, si realizza compiutamente nell’ultima opera dell’ideale trilogia, che l’autore, utilizzando il titolo del primo dei sette saggi della raccolta, preferì chiamare “Pygmalion” anziché “Nuove Trasposizioni”. È una scelta non solo formale, se si considera il valore paradigmatico che l’autore attribuisce al mito dell’antico statuario.

Ai fini di una corretta comprensione del tema specifico è, però, utile accennare alla considerazione che Cilento ha del mito in generale, di cui spiega il senso, la funzione e il valore, dopo averne analizzato lucidamente la specifica essenza, che prescinde da una particolare dimensione temporale o spaziale. Da tale indagine generale passa poi ad individuare l’intimo rapporto che lega il mito alla poesia, alla religione, alla realtà, alla storia, sottolineando che «il mito non è ancora poesia, ma è l’eterna possibilità di poesia; e non è più religione ma fu, quando sorse, realtà religiosa; l’essenza intima del mito non ha fine e confine in un tempo determinato, quello dei Greci ad esempio, e costeggia tutta la storia, fa da araldo ad ogni pensiero, accompagna finanche la pratica vitale di ogni giorno e il nostro sentimento di uomini».xii

Del mito pigmalionico, in particolare, egli realizza e propone una ricostruzione mirabile per ricchezza di riferimenti letterari e filosofici e per la fine analisi delle molte varianti, giungendo alla conclusione che più di ogni altro esso invera, quasi incarna l’idea di Trasposizione. Dal Pigmalione delle “Metamorfosi” di Ovidio, alla “Pietà Rondanini” di Michelangelo, alla “Ilaria del Carretto” di Jacopo della Quercia, alla “Gertrude” di Gide, il mito riesce a rappresentare perfettamente «lo stato d’animo pigmalionico degli artisti e dei poeti: far vivere nel mondo ideale quel che non c’è e non ci sarà mai nella realtà. Di qui nascono anche la “fuga da solo a solo” di Plotino, il grido di Michelangelo affinché il suo marmoreo Mosè gli parli dalla pietra come la sua idea gli parlava dentro; di qui nasce il “Pensiero dominante” di Leopardi».xiii

Ad avvalorare la sua incisiva e dotta disamina, che ha il grande merito di interpellare attraverso i secoli letteratura e poesia, scultura e musica, religione e filosofia, Cilento chiama direttamente in causa l’amato Plotino e ciò che questi afferma nel penultimo trattato riguardo al mito di Glauco, il pescatore che acquista il dono dell’immortalità dopo aver degustato dell’erba magica:

«Orsù, ritorna a te stesso e guarda; e se non ancora ti vedi bello imita l’autore di una statua che deve riuscire bella: quegli in parte scalpella, in parte appiana, qui leviga, lì affina, sino a quando avrà espresso un bel volto nella statua. Similmente anche tu togli il soperchio […] e non cessare dal tormentare la tua statua fino a quando il divino splendore della virtù ti brilli innanzi, finché non avrai visto che la temperanza si è assisa saldamente sul santo piedistallo».xiv

Si può, insomma, concludere dicendo che per Cilento Pygmalion non è solo mito, ma si carica di un pregnante significato psicologico ed esistenziale, sicché la statua vivente diventa, essa stessa, un forte simbolo filosofico.

I Saggi su Plotino e Plutarco

Le riflessioni filosofiche cilentane trovano una puntuale conferma nei “Saggi su Plotino”, nei quali s’indagano e mettono in luce gli aspetti teoretici, logici, estetici della filosofia di Plotino. Lo scandaglio sistematico e illuminato di Cilento si trasforma via via in una serena navigazione nel mare luminoso della Grecità, soffuso di chiara luce mediterranea. La filosofia dell’antica Ellade, destinata a diventare insieme con l’arte e la letteratura uno dei capisaldi della moderna civiltà occidentale, viene esplorata nelle sue molteplici espressioni ed epifanie e con probanti elementi testuali se ne verifica l’interna ed eterna vitalità, che le consente perennemente di rinnovarsi e riattualizzarsi. Di secolo in secolo, di trasposizione in trasposizione.

Non è davvero un caso, perciò, che nell’ultimo dei sedici saggi dell’opera Cilento riproponga il tema intrigante della «originalità, novità, modernità» di Plotino, che aveva esposto in una meravigliosa sinusia neoplatonica presso l’abbazia di Royaumont, e affermi che la speculazione plotiniana ha «una sua pregnanza tragica e umana, ecumenica e tuttavia ellenica, tale da varcare i secoli medievali e cristiani, impregnandoli del suo misticismo, l’era rinascimentale, l’età romantica, il mondo moderno».xv

Innegabile, pertanto, è il tributo che i filosofi moderni devono all’autore delle Enneadi, il cui pensiero si traspone per varie affluenze a Bergson, Heidegger, Husserl e Sartre. Per questo Emma Del Basso, raffinata interpetre dell’opera cilentana, registra con grande sensibilità che Cilento «nel seguire il riaffiorare e il rivivere delle dottrina plotiniana in modi e forme nuove, nell’arco di lunghi secoli, ritrova una conferma a quel processo misterioso ed eterno, ch’egli chiama “trasposizione” e che riporta alla coscienza umana la parola pregna di alto sapere della grecità che non muore».xvi

L’opera “Plutarco Iside e Osiride e dialoghi delfici”, a sua volta, comprende quattro (oltre a “Iside e Osiride”, “La E di Delfi”, “Gli oracoli della Pizia”, “Il tramonto degli oracoli”) dei circa settanta trattati compresi in unico corpus, eterogenei per temi e opzioni stilistiche, che furono poi raccolti sotto il titolo di “Moralia” o “Ethicà”. In essi Cilento esamina la figura del sacerdote delfico (Cheronea, circa 46 – 120 d. C.), che assimila la tradizione isiaca, correlandola agli oracoli delfici. In tal modo, scrive ancora la Del Basso, egli dà «un contributo notevolissimo alla comprensione di un autore, nel quale il patrimonio culturale antico armonicamente confluisce e dal quale la civiltà occidentale trarrà dottrina e ispirazione».xvii

L’interessante iniziativa editoriale di ripubblicare a distanza di quarant’anni il volume “Iside e Osiride e dialoghi delfici”, che incontrò subito il favore unanime dei cultori delle discipline classiche, fu giustificata anche dal fatto che le opere proposte sono senz’altro tra le più belle di Plutarco. Inoltre, come spiega nella sua breve ma intensa presentazione Giovanni Reale, che della ripubblicazione fu l’artefice, «l’edizione con la traduzione e gli apparati che Vincenzo Cilento ha curato si è subito imposta come un classico, oltre che per la profonda conoscenza della materia trattata, per la finezza e il tono poetico della traduzione, dovuto alla vicinanza spirituale dell’autore al pensiero plutarcheo».xviii

In effetti, nella sua bella introduzione Vincenzo Cilento non solo non intende dissimulare, ma sembra voler far trasparire la sua congenialità e l’umana simpatia per l’antico scrittore di Cheronea. Di lui esalta soprattutto la saggezza, una virtù preziosa, perché è più «umana del genio» e prepara la strada alla serenità spirituale, che è la massima tra le virtù. Secondo Cilento, dunque, la saggezza ispira tutta l’opera di Plutarco che, grazie alla «armoniosa unità del suo carattere», mostra che «non c’è, in lui, discordia tra il sentimento morale e il giudizio storico: egli è moralista nelle ‘Vite’ come è storico nei ‘Moralia’. Forse per paradosso, egli è più storico in quasi tutti i trattati e i dialoghi […]». xix

I trattati e i dialoghi plutarchei, poeticamente tradotti e commentati da Cilento, hanno peraltro il merito di occuparsi non dei singoli uomini, seppure magnanimi, come avveniva nelle “Vite parallele”, ma della realtà complessiva di un periodo storico, di cui l’autore coglie e rappresenta le molte e interessanti sfaccettature.

L’angolo della poesia

Nelle rare e brevi pause che il ministero sacerdotale e l’intensa attività didattica e di ricerca gli concedevano, Cilento non tralasciò di coltivare due grandi passioni, la musica classica e la poesia. Lo fece ininterrottamente dagli anni giovanili fino alla maturità, a testimonianza del fatto che la Musa non lo sollecitò e lo ispirò occasionalmente, ma si era insediata stabilmente nella sua anima, aiutandola a percorrere la strada che conduce verso «quel Dio ch’a tutti è Giove». Il Padre barnabita, dunque, fu un valente pianista, che non disdegnava di eseguire, per sé o per pochi intimi, brani impegnativi dei prediletti Beethoven e Debussy. Della sua innegabile competenza e della sua delicata sensibilità musicale, d’altronde, è traccia manifesta in tutta la produzione poetica.

Qui piace ricordare a tale riguardo, ma solo a titolo esemplificativo, tre stupendi componimenti: “Notturno”, un poemetto in cinque tempi che apre la raccolta poetica pubblicata postuma, “Castello” (da Beethoven) e “I ‘Preludi’ di Claude Debussy interpetrati da Walter Gieseking”, un raro gioiello di fattura alessandrina per l’ineffabile grazia che lo connota. In questo raffinato e complesso poemetto l’autore ha voluto inserire le battute iniziali dei brani musicali, per esaltare la stupefacente serie di incantate immagini poetiche che ammaliano il lettore, trascinandolo in una sorta di rapimento estatico.

I tre componimenti citati fanno parte di una raccolta di 49 poesie, che fu pubblicata nel decimo anniversario della morte dell’autore con il titolo “Ore di poesia”. Nella nota introduttiva Emma Del Basso e Gerardo Sangermano, che ne hanno sapientemente e amorevolmente curato la pubblicazione, spiegano di aver utilizzato un insieme di manoscritti (cinque quaderni e diversi fogli sparsi) che furono loro affidati dalla signora Margherita, la sorella di padre Cilento. Ricordano anche che uno dei quaderni era stato compilato dall’autore stesso nell’inverno 1952 e ne era stato fatto omaggio a Benedetto Croce per il suo genetliaco. Alla morte di questi, però, era stato restituito all’autore dalla famiglia del Filosofo. Seguendo sostanzialmente gli schemi redatti dallo stesso Cilento, i componimenti poetici, non sono stati ordinati cronologicamente ma per temi e sono stati distribuiti in cinque sezioni, di cui le prime due, “Notturni e momenti” e “Poemetti e ritratti”, comprendono quasi tutte le poesie del manoscritto dedicato a Croce.

Della poesia del barnabita stiglianese si è occupato pochi anni fa con un esame critico approfondito ed organico Benito Uragoxx, il quale attraverso l’accurata analisi di molti componimenti non ha mancato di fornirci illuminanti riflessioni sulle opzioni ritmiche e metriche adottate di volta in volta dal poeta. Queste risultano decisive per la comprensione di una poesia nuova, che pur si innesta su metri antichi. Cilento, infatti, classicista per vocazione, amò naturalmente i poeti antichi, i greci piuttosto che i latini, e di loro amò adottare assiduamente la metrica. Ma ebbe cari anche molti poeti moderni italiani e stranieri: tra gli altri Leopardi, Carducci, Pascoli, Gozzano, Goethe, Rilke, Gide e Valéry.

È per questo che lui stesso nei suoi componimenti non solo usò diffusamente l’endecasillabo, ma al principe dei versi volle dedicare l’ultimo componimento della raccolta, “Sine titulo”, per confessare che quello sempre gli batteva dentro con i suoi «infiniti respiri e mille accenti / sempre nuovi e diversi come nuovo / il palpito che ognuno a notte sente / se si curva sul petto e su l’affanno / ad ascoltarsi. [ … ]».xxi

Oltre alla musica, dunque, sulla poesia di Cilento una forte incidenza ha avuto l’imitazione dei poeti antichi e moderni. Lo stesso Urago, guidando con sapienza il lettore nel laboratorio poetico del barnabita, lo aiuta a comprendere come l’imitazione sia originale e creativa, rilevando con acutezza che «il Cilento non nasconde le sue fonti, anzi ci tiene a metterle in mostra e sfida a scoprirle inserendone i motivi in una visione diversa o del tutto personale. Non li scopriremo mai come refusi distratti di brani altrui, o residui organici di materia indigesta di maldestra fattura: sono tutti passi di grandi scrittori, i quali non fanno ombra all’autore nostro ma gli fanno onore perché li ha saputi leggere, assimilare tanto da farli divenire parti essenziali della sua coscienza di uomo, della sua cultura letteraria, musicale, filosofica e poetica».xxii

V. Cilento con allievi a Paestum

Se musica e imitazione dei poeti antichi sono in tutta evidenza due componenti essenziali della poetica cilentana, non meno importante è la presenza di un terzo ingrediente, ossia il pensiero filosofico, che permea alcune poesie in particolare. Esemplare a tal riguardo è il complesso e mirabile componimento “Paestum”, un’ode saffica dedicata al noto sito archeologico campano, che fu molto amato dal poeta. Composto di diciannove strofe tetrastiche,xxiii di cui qui appresso si propongono le ultime sei, esso offre una plastica rappresentazione del passaggio dal paganesimo al cristianesimo, che, si è già detto, dal Cilento era considerato «la più solenne» delle trasposizioni».

«Vinse il tempo gli dei; ma la bellezza

vinse il tempo e la morte; a la tragedia

negri, sinistri, altissimi rotando,

gridano i corvi.

Coro di morte di languenti Olimpi

è nostra vita ed è storia del mondo.

Di ciglio in ciglio trapassaron muti

cenni divini.

Mentre a te, Nume, la marina chioma,

rorida dianzi, già s’inaridiva,

un giovinetto Iddio quieto parlava al

margine d’un lago.

La mano ormai di scettro disvogliata

cadde delusa, ai moribondi numi;

e il loro estremo oracolo mortale

disse: Silenzio!

O coro fermo di colonne, i grandi

secoli fermi nel tuo cuor pagano

tu ricongiungi a questo piccol nostro

tempo fuggente.

Raduna tu nei vasti intercolunni

ogni Nume che fu figlio dell’Uomo,

ogni pianto di schiavo, ogni appassita

rosa del tempo».xxiv

Tra le rovine dell’antica Posidonia, la città fondata da coloni greci in onore del dio del mare sulle coste campane, i templi maestosi di Era Lacinia e di Atena attestano il culto degli antichi Numi. La selva delle doriche colonne, ancora bagnate dal pianto degli schiavi che le levigò molti secoli addietro, sopravvive alla estinzione delle divinità olimpiche. Ma tra le rovine, scomparsa anche la cella ove fu venerato il Nume col tridente, nella infinita distesa di bifere rose, che due volte all’anno esplodono dalla nuda terra, si respira ora la presenza viva del «giovinetto Iddio», che «quieto parlava al margine d’un lago».

Le immagini poetiche delle sei strofe conclusive perfezionano un quadro luminoso, in cui appare la mirabile visione dell’antico che resiste, trasposto, nel «tempo fuggente» del presente e si riveste di nuova vita. «I colonnati pestani, – commenta al riguardo Maria Rosaria Taglè – simili a un coro della tragedia greca, sia per la compattezza, sia soprattutto per la loro funzione di testimonianza, sono sopravvissuti per questo fine: dimostrare che nel loro ambito pagano è possibile l’incontro di due ere. E nella fusione del tempo passato con il presente avverrà la risoluzione di tutti i contrasti».xxv

Assorto nell’estatica contemplazione, il poeta intona un triste epicedio agli antichi dei e nel contempo innalza un inno commosso al Cristo trionfante. Vale a dire all’Uomo, figlio di Dio e Dio egli stesso, che condivise, asciugandolo, il pianto degli schiavi e mutò per sempre il destino dell’umanità sofferente. Eppure, il trionfo del cristianesimo se pur provoca la fine della religione degli antichi Dei, non comporta, però, la scomparsa della grecità, che non si dissolve del tutto, perché ancora una volta l’Antico si traspone nel Nuovo.

In conclusione, a noi pare che il componimento appena preso in esame dimostri che non è azzardato considerare una parte della poesia cilentana come una sorta di “ancilla philosophiae”. Si vuol dire, in sostanza, che l’attività poetica, pur non essendo stata l’occupazione preminente, compendia e liricamente riverbera gli aspetti più significativi non solo della biografia umana di Vincenzo Cilento, ma anche della sua formazione intellettuale e morale, della sua profonda religiosità e, in definitiva, della sua speculazione filosofica.

(seconda parte, continua)

leggi altro di Angelo Colangelo

i V. Cilento, Iside e Osiride e Dialoghi Delfici, Bompiani, Milano, 2002, p. XXVII

ii V. Cilento, Comprensione della religione antica, Morano, Napoli, 1967, p. 15

iii V. Cilento, Trasposizioni dell’Antico. Saggi su le forme della Grecità al suo tramonto, Ricciardi, Milano-Napoli, 1961, p. VII

iv Ibidem, p. XII

v Ibidem, p. 202

vi V. Cilento, Premessa storica al pensiero antico, Bari, 1963, p. 26

vii M. Tortorelli Ghidini, L’umanesimo di Vincenzo Cilento, ne L’eco dei Barnabiti studi, p. 34

viii V. Cilento, Trasposizioni dell’Antico, o. c., p. 199

ix Ibidem, p. XIV

x V. Cilento, Medioevo monastico e scolastico, Ricciardi, Milano-Napoli, 1961, p. VII

xi Ibidem, p. IX

xii V. Cilento, Pygmalion, Ricciardi, Milano-Napoli, 1972, p. 1

xiii Ibidem, p. 14

xiv Plotino, Enneadi, I, 6, 9, 7-15; 7, 108 § 41

xv V. Cilento, “Presenza di Plotino nel mondo moderno”, in Saggi su Plotino, Mursia, Milano, 1973, p. 315

xvi E. Del Basso, o. c., p. 5

xvii Ibidem, p. 5

xviii V. Cilento, Plutarco, Iside e Osiride e Dialoghi Delfici, o. c., p. V

xix Ibidem, p. XI

xx B. Urago, Saggio sulla poesia di Vincenzo Cilento, Provincia Italia Centro-Sud dei PP. Barnabiti, Napoli, 2012

xxi V. Cilento, Ore di poesia, o. c., p. 100

xxii B. Urago, o. c., p. 84

xxiii Si tratta di strofe saffiche formate da tre endecasillabi seguiti da un quinario, che sostituisce l’antico adonio

xxiv V. Cilento, Ore di poesia, o. c., p. 58

xxv M. R. Taglè, Paestum nell’immaginario di Vincenzo Cilento, in Rassegna storica salernitana 42, XXI 2, dicembre 2004, Laveglia editore

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