Riflessioni sul saggio “Miscellanea Leviana”

Riflessioni sul saggio “Miscellanea Leviana”
di Peppino Mastromarino

Ho letto d’un fiato “Miscellanea Leviana – Il “Cristo, Aliano e la Lucania” di Angelo Colangelo e, dopo la lettura del libro, l’impressione a pelle è che l’introduzione di Stanislao de Marsanich su Levi e sui Parchi letterari sia ottima e chiarificatrice. Inoltre, la descrizione dei personaggi e dei luoghi Leviani fatta dall’autore con particolare riferimento ad Aliano e Stigliano risulta, a sua volta, suggestiva, un incanto della memoria alle prese di un viaggio narrativo a varie tinte, ove emergono gli stessi personaggi, il paesaggio, la storia, la cultura materiale, filtrati attraverso l’opera e la pittura di Levi.

Riflessioni sul saggio “Miscellanea Leviana”
Miscellanea Leviana il “Cristo”, Aliano e la Lucania – di Angelo Colangelo

La narrazione di Colangelo pone il lettore disponibile all’ascolto alla riflessione, al godimento estetico e viene suggellata da un invito pressante e inquietante, valido soprattutto nella temperie storica, politica e culturale che stiamo vivendo, al fine di un rinnovato impegno di umanizzazione della società, a non avere “paura della libertà” rispetto a rigurgiti populisti o a insensate ipotesi di totalitarismi.
Certamente, quel mondo magico e ancestrale che sembrava immutabile, ora non c’è più, ma vi è, oggi, il tempo della fretta, del consumismo, della crescente disumanizzazione, del pensiero unico veicolato dagli strumenti di comunicazione di massa che ci rendono sempre più schiavi del presente, senza memoria del passato e senza futuro.
Anche a me è capitato di leggere per la prima volta il libro già noto di Carlo Levi “Cristo si è fermato ad Eboli” nei primi anni universitari 1967/68 e fu un colpo di fulmine. Durante il Liceo Classico nessun docente ci aveva parlato o suggerito di leggere questo libro, ma poi la lettura e rilettura di quel testo e di altri scritti di Levi mi portarono a riscoprire tantissimi aspetti di una società emarginata, sollecitando urticanti riflessioni sul senso della “civiltà”, del progresso, della vita.
La visione, per così dire, quasi metafisica e lunare del paesaggio di Aliano, sospeso tra due fiumi, ed erto verso il cielo, descritto da Levi e riproposto da Colangelo, profondo conoscitore di quel luogo dove ha insegnato lettere per vari anni, non può non suscitare nel visitatore “un’emozione ineffabile”, ma anche, forse a me e ad altri, un senso di tristezza, di lontananza, di silenziosa spiritualità. Se visiti Aliano, non puoi non pensare ad altro se non al “Cristo” di Carlo Levi, alle sue pitture e vi si può provare la stessa sensazione dello scrittore, che lì vivendo per circa sei mesi nel 1935/’36, visse la monotonia della quotidianità, la solitudine del tempo invernale.

Quando nel 1978 fu girato l’omonimo film da parte del regista Francesco Rosi, già abitavo a Stigliano e viaggiavo quotidianamente per Matera, attraversando Craco vecchio, dove potetti assistere per varie ore alle riprese di alcune scene del film, rivedendo mentalmente la narrazione Leviana del “Cristo”.
La descrizione della Casa di Levi ad Aliano assurge, come rileva giustamente Colangelo, a simbolo dell’arte che salva, ad “àncora di salvezza” dalle brutture insidiose di un tempo difficile e, al contempo, rappresentava per Levi un usbergo alle delusioni e ai travisamenti, lasciando aperto uno spiraglio di speranza.
L’accenno, e non poteva essere altrimenti, alla storia locale e al moto sociale del brigantaggio postunitario è sicuramente un argomento storico spinoso e controverso, che riguardò anche altri paesi della Lucania-Basilicata e soprattutto la zona del Vulture-Melfese e zone della Puglia. La storiografia, su questo fenomeno sociale postunitario, superando un certo alone mitologico e letterario di leggenda, ha dato un giudizio più realistico alla reazione del brigantaggio nelle terre meridionali, ed ha posto maggiore attenzione, come fecero molti studiosi e lo stesso Carlo Levi, alle reali condizioni sociali da cui scaturì il brigantaggio, cioè alle condizioni di arretratezza, di sudditanza, di analfabetismo, di fame, di miseria e di sfruttamento delle popolazioni contadine.
Attualmente dai documenti inediti e dagli atti giudiziari raccolti e conservati da Giustino Fortunato, la cui famiglia fu accusata di manutengolismo e di borbonismo, documenti depositati e conservati presso l’Archivio di Storia Patria a Napoli, si può dedurre una visione più oggettiva di quel fenomeno che la letteratura ha intravisto come un’epopea libertaria, una specie di jacquerie, mentre già l’angolazione del pensiero di Giustino Fortunato, di altri meridionalisti e anche dello stesso Levi poneva l’attenzione sul vissuto reale di quella affamata e miserevole società contadina che, su istigazione di alcuni capibanda come Carmine Donatelli, detto Crocco, di Ninco Nanco e di altri briganti locali, trascinarono i poveri derelitti in quel germe di “lotta proletaria” per la sopravvivenza, inaugurata, come disse Fortunato “con un sistema di sangue”. Fu proprio Giustino Fortunato che conosceva uno degli ultimi briganti rioneresi viventi ancora agli inizi del ‘900, Michele Di Gè, a sollecitare Gaetano Salvemini, sulla base dei documenti forniti dallo stesso Fortunato e attraverso interviste dirette, affinché pubblicasse la “La vita di Michele Di Gè nativo di Rionero scritta da esso” nel 1911, ripubblicata, poi, dallo stesso Salvemini nel 1914 col titolo L’autobiografia di un brigante.
La battaglia di Acinello tra briganti e forze regolari della Guardia Nazionale mi ha ricordato una analoga battaglia tra briganti e truppe della Guardia Nazionale presso il Rione di San Vito a Gioia del Colle con scene truci di una violenza inaudita da parte dei briganti, comandati da un sergente borbonico Pasquale Romano, originario di Gioia del Colle
Non è da dimenticare, a proposito, la polemica intercorsa nel 1923 tra Giustino Fortunato e Benedetto Croce sulle condizioni che avevano creato la cosiddetta questione meridionale e, in particolare, sul ruolo dei Borboni di Napoli. Infatti, Giustino Fortunato riteneva che i Borboni avessero rappresentato il Mezzogiorno quale era effettivamente, mentre Benedetto Croce, di replica, aveva sostenuto che i Borboni erano stati la peggiore espressione del Mezzogiorno.
Nelle belle e interessanti pagine storiche di Colangelo sui briganti alianesi viene richiamata anche la figura del più noto brigante lucano Carmine Donatelli detto Crocco, un capobanda forte fisicamente, comandante rispettato e riverito dai suoi seguaci e acclamato dalla popolazione come a Melfi. Tuttavia, il generale borbonico Josè Borjes, nel suo Diario, ritrovato dopo la sua fuga verso lo Stato Pontificio e dopo essere stato catturato e ucciso dalle truppe piemontesi, aveva, in tale diario, scritto di riferire al re Francesco II che i briganti erano nient’altro che dei miserabili e scellerati e che Crocco era “un sacripante” [personaggio che si ritrova nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e anche nell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, per indicare un uomo possente ma smargiasso], mentre Langlais, un altro avventuriero francese, un comandante che aveva sposato la causa borbonica, era “un bruto”, per cui con queste premesse era impossibile difendere Francesco II e la causa del legittimismo.
Il terremoto del 23 novembre 1980, pur nella sua tragica realtà di distruzioni e di morti, ha fatto conoscere anche la Lucania-Basilicata ed ha rappresentato uno spartiacque tra il prima e il dopo del terremoto.
Oltre tutti i malesseri ben noti di questa terra dissestata a livello idrogeologico, oltre la miseria e l’analfabetismo, emerse anche la ricchezza del territorio a livello storico -artistico-paesaggistico, che già lo stesso Levi aveva intravisto, mentre restava irrisolto ieri ed oggi il problema della emigrazione, su cui già i più avveduti meridionalisti avevano riflettuto, ma senza risolvere la questione.

Oggi, come evidenzia Angelo Colangelo, il discorso dell’emigrazione dal nostro territorio si coniuga con il problema della denatalità, ma anche con il problema dell’esodo giovanile, una “vera esportazione di uomini” (don Tonino Bello), ovvero “una diaspora intellettuale”, ovvero una forma inquietante di “sparpagliamento” e di “disgregazione sociale” con conseguenze deleterie per il nostro territorio. E così i paesi interni della Lucania-Basilicata perdono ogni anno numerosi abitanti, come risulta dalle recenti rilevazioni statistiche.

Rifliessioni sul saggio “Miscellanea Leviana”
Angelo Colangelo

Levi, nei suoi scritti, narra in particolare “il sogno americano” dei nostri poveri contadini, ma la realtà presente dimostra che si è giunti in modo pervasivo a defraudare il Meridione di risorse umane che non faranno più ritorno, mentre diventa più pressante il problema della immigrazione da altri territori europei ed extracomunitari a causa di guerre, pandemie, mancanza di risorse materiali e culturali. E qui torna attualissimo il richiamo di Levi contro le forme di xenofobia e di razzismo. L’invito all’accoglienza e alla solidarietà si condensa, come ha richiamato lo stesso Colangelo, nel ricordare il baruch abbà del padre dello scrittore per dare il benvenuto allo straniero.

A. Colangelo e A. Colaiacovo a Firenze, Palazzo Vecchio

Un capitolo interessante riguarda i personaggi del “Cristo” che Angelo Colangelo ha studiato e approfondito nei suoi studi e in varie pubblicazioni; si tratta di una galleria tipologica di personaggi che si muovono e caratterizzano il mondo di quella società contadina “senza tempo e senza storia” e dove le donne, pur essendo subalterne agli uomini, hanno una precisa connotazione sociale e si presentano come magiche, silenziose, risolute con il loro fascino e la loro attrattiva sessuale e, in fondo, hanno un ruolo dominante nella dinamica familiare. Sono proprio le donne, a mio parere, l’espressione più convincente del familismo amorale radicato nei paesi meridionali.
Colangelo affronta, inoltre, il tema del paesaggio, fondamentale sia nelle narrazioni leviane e sia nella sua pittura, un rapporto simbiotico tra l’uomo e la natura. Ma sottolinea con evidenza che Carlo Levi non fu solo un eccellente scrittore e pittore, un intellettuale impegnato, ma anche un poeta di straordinaria levatura con una grande sensibilità artistica e plastica.
Il resto della narrazione di “Miscellanea leviana” sulla espressa volontà dell’autore de “Cristo” di essere sepolto ad Aliano, come effettivamente avvenne non senza polemiche, il rapporto d’amore verso la Lucania, la questione subliminale del cosiddetto antilevismo, il celebre richiamo a non avere “Paura della Libertà”, sono ulteriori temi, che aiutano a comprendere meglio l’opera di Levi, un vero e proprio meridionalista del Nord, divenuto per elezione un lucano-basilicatese.
In definitiva, si può affermare che il libro “Miscellanea Leviana” è una raccolta coerente di argomenti desunti dalle opere di Levi che aprono decisamente alla riflessione, mentre, al contempo, l’”aurea brevitas” degli argomenti, trattati egregiamente, li rende facilmente leggibili, godibili, significativi.

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