Piazza Monumento racconta

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Stigliano (MT), il Monumento ai Caduti

Le piazze parlano. Sembrano mute, ma parlano. Bisogna solo attendere e mettersi in ascolto. Con pazienza e fiducia. E, allora, le piazze raccontano. Con sapienza ed amore. Per questo, i loro racconti sono sempre avvincenti. Dentro quei racconti c’è tutto. Lutti e feste, gioie e dolori. Insomma, il sangue di fatti e misfatti aggrumatosi nella vita di una comunità che, giorno dopo giorno, si è srotolata inesorabilmente nel tempo. Spesso stancamente, a volte tumultuosamente. Tra urla disperate e religiosi silenzi, vuoti chiacchiericci e discorsi solenni.

Anche Piazza Principi Colonna a Stigliano ha tanto da raccontare. Mille, e più di mille, sono le cose che ha assorbito e custodito nel corso di molti anni. Belle o brutte, comiche o tragiche, banali o insignificanti. ma indimenticabili tutte.
Oltre mezzo secolo fa, ascoltò, sorpresa, le canzoni di Alberto Rabagliati e assisté, incredula, ad una scintillante esibizione di Gino Latilla che, per rendere più credibile una sua interpetrazione, non esitò a strapparsi in pubblico la camicia e continuò, in una calda notte stellata, la sua appassionata performance a torso nudo.

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Si fece poi ammaliare dalle virtù canore del reuccio Claudio Villa e di tanti altri divi della musica leggera. Persone, a dire il vero, talvolta un po’ attempate e astri ormai declinanti, a turno vennero e ancora continuano a venire, per allietare le serate della festa del Santo Patrono. Mandando in visibilio, in qualche caso, un pubblico appagato di poter vedere dal vivo idoli ammirati solo per televisione o sulle pagine patinate dei rotocalchi.


Ospitò, benevola, cortei di uomini politici, indigeni e foresti, che si avvicendavano ad illustrare i loro salvifici programmi e a promettere, anzi a garantire, lo sviluppo sociale ed economico del popolo stiglianese.
Seguì, stupefatta, il comizio di Ninnillo, uno scricciolo olivastro di circa otto anni, che leggeva con spigliatezza un discorso preparato per lui, allo scopo di reclamare i diritti essenziali di contadini, braccianti, disoccupati e di incitare una massa di derelitti alla lotta contro i padroni. Il suono di Bandiera Rossa, la loro Marsigliese, la inondò, la Piazza, prima e dopo l’intervento del minuscolo oratore, mentre lacrime di rabbia e di commozione rigavano tanti volti bruciati dal sole e scavati dalla miseria.


Non dalla commozione, ma dalla curiosità fu attraversata, la Piazza, quando in una strana campagna elettorale vide arrivare un estemporaneo pullman, così diverso dalla familiare “postale” della SITA. Scaricati i passeggeri, in poco tempo si tramutò in un palco su cui salì uno sconosciuto oratore, che tenne un lungo, tortuoso ed oscuro discorso. Nessuno comunque si allontanò. Tutti aspettavano impazienti di ricevere, come era stato ripetutamente preannunciato e promesso, doni sorprendenti elargiti grazie alla munificenza dell’ultimo re di Napoli, Achille Lauro. Finito il comizio, furono in effetti distribuite al popolo incredulo tante, tante monete. Ma i piccoli lazzari, che per primi se le erano accaparrate dopo risse selvagge, non tardarono a capire che quelle monete, sul cui retro era stampata la faccia bonaria e sorridente del Comandante, erano buone solo a sostituire i bottoni nei loro interminabili giochi quotidiani.

Stigliano (MT), il Monumento ai Caduti

Intanto, proprio in quegli anni la Piazza diventava sempre più civettuola, perché tanti vecchi stabili si andavano trasformando in graziosi negozi, che la resero più vivace e piena di vita. Tra gli altri videro la luce la macelleria, la prima con la bella insegna luminosa “CARNI”, di Tommaso Pinto, detto Truman, la moderna latteria di zio Ciccio De Chiara, noto Dantone, e la trattoria di zio Peppe Fornabaio, noto Oramai.
Stasera la Piazza è immersa in un mare di silenzio. Sono ormai un labile ricordo i fragori delle convulsive serate agostane. E’ tardi. Ma la Piazza non ha nessuna voglia di dormire. Almeno così a me pare. Allora mi faccio coraggio e mi avvicino. Prendo posto sui gradini della casa di Giovanni, mio caro amico d’infanzia, e le chiedo di raccontare. Di raccontare di sé. All’inizio è un po’ titubante. Poi inizia a parlare e il suo racconto diventa man mano sempre più spedito e appassionato. E’ meraviglioso ascoltarla. Ne sono ammaliato.

Per rompere il ghiaccio, esordisce esternando innanzi tutto il suo cruccio di non aver avuto fin dall’inizio una precisa identità e di essere rimasta per lunghi anni priva di un nome stabile.
«Fui variamente denominata – spiega – anche negli atti pubblici. Prima piazzetta della Cavallerizza, per il fatto che dietro di me insistevano i ricoveri per i cavalli nel palazzo nobiliare dei Principi Colonna, la cui facciata mi occupava per un intero lato, come una quinta di teatro. Poi piazza Vittorio Emanuele e piazza Umberto, dai nomi delle due strade, che si allungavano diritte come spade e mi colpivano alle spalle e al petto.


Nel 1928 il Podestà Eugenio Barisano delibera che a Stigliano le piazze Garibaldi e Umberto I, cioè io, siano denominate rispettivamente piazza 24 maggio e piazza Vittorio Veneto, “per eternare il ricordo della fatidica data del 24 maggio 1915 e della gloriosa battaglia di Vittorio Veneto”. Così fu scritto testualmente. Dopo il 1928, intanto, si andavano finalmente spengendo le furiose polemiche divampate intorno alla collocazione del Monumento ai Caduti della Grande Guerra».
La Piazza prende fiato e fa una pausa da attrice consumata. Dopo un po’ riprende a narrare. E’ evidentemente compiaciuta dell’attenzione che le presto e non esita a raccontarmi la lunga e tormentata vicenda, che alla fine l’aveva dotata di questa opera, diventata parte integrante del suo spazio vitale. Per un certo verso la sua anima.


«Nel 1924, come in tanti altri paesi italiani, era nato un Comitato Civico per far sorgere un monumento in ricordo dei 131 stiglianesi caduti in guerra. Fu iniziata una raccolta dei fondi necessari e fu dato l’incarico di realizzare la scultura all’artista romano Giuseppe Ciocchetti. Ma, quando l’opera fu pronta, non poté essere sistemata, perché ancora erano vivi i contrasti fra i cittadini e all’interno del Consiglio Comunale sulla scelta dell’area dove doveva sorgere il Monumento. Scartata la possibilità di una sistemazione in Villa Marina, perché fu ritenuta franosa, su indicazione del Sovrintendente per l’Antichità e l’Arte del Bruzzio e della Lucania, Commendatore Galli, fui scelta io, piazzetta della Cavallerizza. A tale scelta, però, si opponeva il Comitato, forte del sostegno di una petizione firmata da oltre 700 cittadini, che preferivano piazza Garibaldi. Anche i numerosi stiglianesi emigrati negli Stati Uniti di America, interpellati, non avevano mancato di far pervenire il loro parere.


Di tale richiesta si fece portavoce nella seduta del Consiglio Comunale tenutasi il 23 ottobre 1926 il consigliere Vincenzo Dinisi. Egli affermò che piazza Garibaldi era il sito più adatto, anche perché in quel luogo “i nostri eroi si distaccarono dai loro cari quando l’appello della Patria li chiamò a compiere il più nobile e più grande dei loro doveri, che compirono sacrificando la loro giovane esistenza”. D’altra parte – sosteneva sempre Dinisi – se avessero scelto me, si sarebbero creati molti problemi sia per motivi di pubblica sicurezza, perché intenso era il traffico di carri e carretti provenienti dalla vicina Cavallerizza, sia perché alti erano i costi per i notevoli lavori di sistemazione delle condotte idrica e fognaria necessari alla installazione del Monumento. E i fondi a disposizione del Comitato erano appena di 2000 lire.


La storia andò per le lunghe e l’inaugurazione del Monumento poté avvenire solo il 30 ottobre 1930. Fu organizzata una cerimonia solenne, con grande partecipazione di popolo. Il vescovo mons. Raffaello Delle Nocche celebrò la Messa, assistito dall’arciprete don Rocco Longo. Il Podestà Francesco Campobasso e il Segretario del Fascio Vincenzo Dinisi pronunciarono fervide orazioni, intrise di enfatica retorica fascista. Seguirono le marce della fanfara diretta dal Maestro Giuseppe Colangelo e i fuochi pirotecnici del fochista Pancrazio Di Napoli. Tutto fu immortalato nelle immagini del fotografo ufficiale Salvatore Amato. Da quel giorno io diventai per tutti gli stiglianesi Piazza Monumento e così sono stata ricordata sempre, anche dopo la recente improvvida decisione di chiamarmi Piazza Principi Colonna».

La narrazione finisce. Resto stupefatto per la prodigiosa memoria della Piazza e per la sua straordinaria abilità affabulatoria. Mi fermerei ancora ad ascoltarla, nell’incanto di questa placida notte dominata da un silenzio surreale. Ma vedo che ora è stanca e ha voglia di dormire. Non voglio, perciò, più trattenerla.
Mi appresto allora ad allontanarmi e mi avvio lentamente, quando, trasognato, vengo raggiunto da una voce. E’ la voce di mio nonno, che non ho mai conosciuto. Il suo nome è scolpito nel Monumento con i nomi di tanti altri contadini come lui, costretti, più di un secolo fa, a lasciare la zappa e a imbracciare il fucile per una guerra di cui non sapevano le ragioni. Ammesso che le guerre possano mai avere una ragione.

Stigliano (MT), il Monumento ai Caduti
Affretto il passo e condivido il rammarico per l’intitolazione inopportuna che ha dovuto subire pochi anni fa, dopo essere stata costretta per decenni a cambiare frequentemente nome. L’ultimo nome è quello dei potenti principi Colonna, che possedettero Stigliano come feudo alcuni secoli fa, senza magari neppure conoscerla e sapere dove mai si trovasse.
Mi congedo e, per consolarla, la Piazza, le dico che quel che conta sono il sentimento popolare e la memoria collettiva. Per questo, per il popolo di Stigliano dal 1930 lei sarà sempre e solo Piazza Monumento. E ricorderà alle future generazioni le vittime sacrificali delle inutili stragi della prima e della seconda guerra mondiale.


Angelo Colangelo

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