Mincilluzzo

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Mincilluzzo

Alla sera, quando la televisione non era stata ancora inventata, le famiglie si raccoglievano davanti al focolare e ascoltavano le storielle raccontate dagli anziani. Quando Stigliano fu occupata dal generale Crocco e dai suoi briganti, i cittadini di fede liberale vennero catturati e imprigionati. Per alcuni si parlò addirittura di fucilazione. Tra questi sfortunati, ingiustamente accusato da un delatore, vi fu un certo Mincilluzzo, di mestiere banditore e tamburino comunale. Tutti a Stigliano conoscevano la natura mite di Mincilluzzo e il suo talento ritmico e musicale; le sue mani compivano vere e proprie acrobazie con le bacchette quando colpivano magistralmente la pelle tesa del tamburo. Il giorno della fucilazione Crocco ordinò ai suoi di trovare un banditore per annunciare l’esecuzione, la quale doveva servire da monito a tutti, perché chi tradiva il buon Re Francesco non poteva passarla liscia. I briganti cercarono qua e là, ma non riuscirono a trovare nessun banditore; e un popolano, finalmente, fece notare che l’unico era proprio uno di quei prigionieri in attesa di essere giustiziati. I briganti riferirono la notizia al loro generale, il quale disse: “Prima gli facciamo annunciare l’ordinanza e poi lo fuciliamo”. Mincilluzzo fu prelevato dal carcere e portato alla presenza di Crocco. Ossequioso e tremante fece un inchino all’alto personaggio e lo ringraziò credendo di essere stato liberato. Il generale quasi divertito glielo lasciò credere e con sguardo severo gli chiese se sapeva leggere. Purtroppo Mincilluzzo era analfabeta. Crocco allora non si scoraggiò e disse al bandidore: “Tu dovrai dare annuncio dell’esecuzione secondo le parole che ti suggerirà un mio uomo”.

MincilluzzoMincilluzzo, sempre più ossequioso, fece cenno che avrebbe obbedito senza meno. Il banditore e il suo occasionale compagno cominciarono a girare per le strade del paese. Il rullio del tamburo incorniciava magnificamente la voce squillante di Mincilluzzo che declamava l’ordinanza, frase dopo frase, così come suggerita dal suo accompagnatore. Finito il giro, i due tornarono alla piazza principale del paese dove, a ridosso di un muraglione, i condannati alla fucilazione, nel frattempo, erano stati fatti schierare. Crocco sedeva su di una poltrona di velluto rosso, circondato dai suoi ufficiali e poco più in là il plotone di esecuzione. Il lavoro di Mincilluzzo però non era ancora concluso; egli infatti doveva recitare l’elenco dei condannati, e dunque il brigante cominciò a sussurraglieli uno per uno: “Nicola Colangelo, Pietrantonio Rasulo, Pasquale Lafata, Antonio Volpe e… Mincilluzzo…”. Potete immaginare la grande sorpresa del banditore quando dovette pronunciare il proprio nome. Il poveretto cominciò a tremare e a sudare freddo; poi, con quel poco coraggio che ancora gli restava e con mesta rassegnazione, egli stesso si avvicinò agli altri compagni di sventura. Crocco ne fu colpito e, per quel senso di cavalleria che spesso è d’uso in tempi di guerra, chiese al banditore se avesse un ultimo desiderio. Mincilluzzo con voce tremante rispose che gli avrebbe fatto piacere suonare un’ultima volta il suo strumento. Il generale acconsentì e a Mincilluzzo fu restituito il tamburo. Cominciò a ritmo di marcetta poi, accelerando i colpi si profuse in virtuosismi di alta scuola. Le sue mani si muovevano vorticosamente nell’aria, quasi impercettibili alla vista. Continuò così per dieci minuti buoni, finchè, un ultimo magistrale rullio pose termine al pezzo. I briganti, meravigliati dalla bravura del banditore, lo applaudirono. Il generale Crocco rimase in silenzio a fissare la figura tremante di Mincilluzzo, mentre il plotone attendeva suoi ordini. Ad un certo punto la sua bocca si allargò in una grande risata e rivolgendosi a tutti i condannati disse: “Andate!, siete liberi, e ringraziate Mincilluzzo che col suo tamburo è riuscito a mettermi di buonumore”. Alcuni raccontano che dopo quel giorno Mincilluzzo si legò devotamente alla causa dei briganti e che il suo tamburo accompagnò sempre, in tutte le marce e le battaglie, le schiere di Crocco.

Salvatore Agneta

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