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martedì 28 Giugno 2022
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Le nuove poesie di Nicola Fornabaio

È innegabile che nella poetica di Nicola Fornabaio abbia un ruolo rilevante il legame con i luoghi di origine e pertanto con la vita della fanciullezza e dell'adolescenza.

Le nuove poesie di Nicola Fornabaio

Due anni dopo “Simmetrie Esistenziali” è uscita, sempre per i tipi di Eretica edizioni (Buccino, pp. 92, € 15), la seconda raccolta di poesie di Nicola Fornabaio, “Sauro Assolato”, che prende il nome da una delle 81 poesie che la compongono. La difformità dei due titoli potrebbe trarre in inganno e far pensare che vi sia stata una virata nella poetica dell’autore. Si potrebbe, cioè, ritenere che il poeta, nato a Stigliano cinquant’anni fa, abbia distolto la sua attenzione dalla geografia dell’anima per rivolgerla verso un paesaggio esteriore. O che abbia addirittura circoscritto il campo dei suoi interessi e dell’ispirazione poetica al mondo delle radici, assumendo simbolicamente il torrente Sauro, che scorre a valle tra Stigliano ed Aliano, come elemento evocativo della terra natale e dell’età adolescenziale.

A noi pare che si debba subito sgombrare il campo da tale possibile equivoco, che indurrebbe ad un’erronea interpetrazione e a una valutazione non corretta dell’opera appena pubblicata. È innegabile che nella poetica di Nicola Fornabaio abbia un ruolo rilevante il legame con i luoghi di origine e pertanto con la vita della fanciullezza e dell’adolescenza. Ciò non può certo sorprendere chi ben sa per esperienza diretta che quel rapporto diventa ancora più tenace, ostinatamente tenace, in tutti coloro che da quel mondo si sono allontanati, per scelta o per costrizione. E che nel tempo hanno finito per idealizzarlo e per trasformarlo in luogo dell’anima, eternamente osservato ed evocato «dal pianerottolo della memoria».
Quel che piuttosto merita di essere rimarcato nel confronto tra le due raccolte poetiche di Fornabaio è che il suo sguardo non è mai sviato dal proprio mondo interiore, pur rifuggendo da una poetica puramente intimista. Per questo, anche nella seconda come nella prima silloge, grande è lo sforzo di catturare i segreti moti dell’anima, i pensieri reconditi, le vaghe speranze di un futuro meno tormentato. Non tanto e non solo per sé, ma per l’umanità tutta. È bene sottolineare, infatti, che l’autore non si ritrae mai in se stesso, perché è spinto da un contemptus mundi o da una sorta di incantato solipsismo. Consapevolmente, invece, cerca e trova una fuga di salvezza esistenziale nel rifugio sicuro dell’anima e della poesia, in cui si porta dietro il mondo esterno. Con le sue malie e i suoi tormenti. Vale a dire persone luoghi storie con un lungo corteo di ricordi ansie speranze che diventano la materia palpitante del suo poetare.

Le nuove poesie di Nicola Fornabaio
In altre parole anche nei componimenti di “Sauro assolato”, che vanno ad aggiungersi ai precedenti 100 della prima raccolta, i sentimenti e i pensieri del poeta toccano la vita di ciascuno di noi e ci invitano a interrogarci sul senso autentico del bene e del male, del dolore e della felicità, della vita e della morte.
Tranne che in rare eccezioni sono ancora una volta poesie brevi in versi sciolti, costruite spesso con espressioni secche, che sono rese più incisive dall’uso dell’ellissi dei verbi. Esemplare al riguardo è la poesia “Cade la sera alle finestre”, in cui si evoca una ventosa serata autunnale: «Sparite le rondini / muti i friniti. / Imbevuta l’ostia al vino / l’olio sul pane / il mosto nei tini. Le ferite di banchi vuoti / le novene recitate a mente / la mia terra, una chiusa officina. Due strisce arrugginite / lo Jonio e l’Appennino. / Binario morto il mio paese».
Questi versi mettono in evidenza, peraltro, un tratto costante della poesia di Fornabaio. Quasi sempre è un episodio banale, un rumore casuale, un moto sfuggente, una visione istantanea ad accendere la memoria o l’immaginazione e a originare la smania di poetare. È allora che insorge l’urgenza di mettere «ordine alle parole, setacciandole», confida lo stesso autore, finché non prendono vita «versi improvvisati, che si solidificano meditati». E l’ansia creativa si acquieta, finalmente appagata, nella balsamica gratificante scrittura.
Si accende allora un balenio di fantasmi poetici, che riverberano sensazioni, sentimenti, pensieri, suggestioni con toni talora elegiaci e crepuscolari, ma sempre densi di una forte carica emozionale. Vere e proprie folgorazioni nei componimenti più brevi, che nelle poesie di maggiore estensione fluiscono, invece, in una forma più distesa e pacata. E allora le immagini giustapposte, che si alternano, si sfiorano e si lumeggiano vicendevolmente, danno vita a vivide raffigurazioni plastiche, che non di rado sono impreziosite da fascinose metafore.
È in tali componimenti, come “Insacco le mani” e “Cricchiano le pietre fredde sotto i piedi”, che a noi pare si possa cogliere maggiormente l’influenza di Rocco Scotellaro non solo a livello fonico e per alcune opzioni lessicali, sì anche sul piano tematico. A conforto della nostra supposizione, e solo a mo’ di esempio, valga un ampio stralcio dei versi conclusivi de “L’inverno gela i vetri”: «Scuro nel bicchiere, scorre vino / riempie le ferite di una vita. / Vibrano umide luci lontano. / Togliamo giacche pesanti, / poggiamo sulla sedia. / Tagliamo il pane, contadini, / puntiamolo al petto. / Il coltello affonda nel bianco. / Il caldo buono ci avvolge. / Gambe, volti arrossati / spalle fredde alla finestra / la voria dietro la porta. / Sbattono imposte. / Ricordi fuori ad aspettare. / Parlo ancora con il fuoco. / Fiamme avvolgono la legna, / saltellano e scaldano. / Anime di morti / rispondono scoppiettando».
Qui echi della poetica scotellariana ci pare di poter cogliere nelle note della solitudine e del silenzio che è rotto solo dai rumori della natura, vale a dire il vento di borea, che fa sbattere le imposte.

Le nuove poesie di Nicola Fornabaio
Altrove, invece, la presenza scotellariana aleggia nella rappresentazione di luoghi, persone, momenti, atmosfere. Allora capita che Fornabaio metta in evidenza una partecipazione dolente tipica di chi, come scrisse Rosalma Salina Borello del grande poeta di Tricarico, «sente la patria d’origine come nido e prigione». E, attraverso una serie di visioni oniriche, la trasforma in nostalgico sogno, in adorabile mito.
In sintesi, i versi di “Sauro assolato” rivelano, o per meglio dire confermano, un tratto tipico dello stile del poeta stiglianese, il quale ama intrattenersi in un assiduo dialogo interiore con se stesso. Per questo la sua anima, socratizzando, nostalgica ricorda, ansiosa s’interroga, pensosa riflette. E non esita, infine, ad aprirsi agli altri, tutti e tutto avvolgendo in un afflato universale di straordinaria umanità.

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