La Voce dei calanchi in una terra senza voce

La Voce dei calanchi in una terra senza voce

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Aliano, Panorama dal terrazzo di casa Levi

A dispetto della fama procuratale, per diverse ragioni, dalle recenti vicende di Matera e di Tempa Rossa, la Lucania Basilicata rimane una «terra incognita» per non pochi italiani, che ancora oggi ritengono trattarsi di due regioni distinte. Certo è che, colpevolmente trascurata quando non addirittura angariata nel corso della storia dell’Italia unita, è stata anche penalizzata dalla sua irrilevanza demografica: circa 600.000 abitanti su un territorio di poco meno di 10.000 km².
E’ stata penalizzata sul piano politico, pur essendosi avvicendate sulla ribalta politica nazionale non poche personalità lucane, talora con ruoli istituzionali di alto livello. Solo per fare qualche nome, è il caso di ricordare Ascanio Branca, Emanuele Gianturco, Ettore Ciccotti, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Emilio Colombo.
Lo è stata sul piano economico, perché, dopo anni di latitanza dei governi della Destra e della Sinistra storica, risultarono inadeguati i pur importanti interventi previsti dalla Legge Zanardelli del 1904 e non furono raggiunti gli obiettivi della legge stralcio per la riforma agraria e della istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Sono falliti poi anche i vari piani di industrializzazione, senza contare lo «scippo» delle ingenti risorse del territorio (acqua, metano, petrolio), che hanno finito per produrre benefici del tutto irrisori alle popolazioni locali e non hanno mai innescato uno sviluppo reale e durevole.
La Lucania Basilicata, inoltre, è risultata svantaggiata sul versante culturale e letterario, pur avendo espresso eccellenze universalmente apprezzate, che però hanno potuto valorizzare il proprio talento solo lontano dal terra di origine, sulla quale il loro magistero ha avuto ricadute perlopiù modeste. Si pensi solo a Mario Pagano, Francesco Lomonaco, Francesco Torraca, Francesco De Sarlo, Eustachio Paolo Lamanna, Vincenzo Cilento, Giuseppe De Robertis, Rocco Montano, Leonardo Sinisgalli, Beniamino Placido, Pasquale Festa Campanile, Albino Pierro.
Una vera e propria «esportazione dei cervelli», dunque, che si sarebbe interrotta provvisoriamente negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, «in coincidenza – come ricorda Giovanni Caserta nella sua molto preziosa Storia della letteratura lucana – con la scoperta della questione lucana, come questione centrale e quasi emblematica dell’intera questione meridionale». Quando, peraltro, nota sempre Caserta, «Per una sorta di astuzia della storia, il merito di aver posto all’attenzione nazionale e internazionale la Lucania toccò a intellettuali che venivano da fuori».
A significare, però, la marginalità della regione rispetto al resto dell’Italia sotto il profilo sociale e culturale, mette ancora più conto sottolineare il ritardo della istituzione di un razionale ed efficiente sistema scolastico.
Si può ricordare, in proposito, che fino a qualche decennio fa i giovani lucani, che intendevano accedere agli studi universitari, erano obbligati all’esodo verso Napoli, l’antica capitale borbonica, definita opportunamente da Tommaso Russo «il luogo centrale sia della elaborazione del pensiero meridionale che della sua diffusione e della sua influenza». E per molte ragioni, che qui non è il caso di esaminare, l’esodo non si è interrotto neppure dopo la istituzione dell’Università di Basilicata nel 1982.
Nel campo della comunicazione e dell’informazione la subalternità dei lucani è confermata con netta evidenza dalla mancanza per troppo tempo di un autorevole quotidiano regionale, che ha obbligato molti giornalisti a cercare un’affermazione professionale lontano dalla regione. Esemplari sono in proposito le biografie di Giovanni Russo, lucano di adozione, di Beniamino Placido, di Renato Angiolillo. O, ancor prima, dello stesso Ferdinando Petruccelli della Gattina (Moliterno, 1815 – Parigi, 1890), patriota, politico e scrittore, ma soprattutto brillante polemista, che Indro Montanelli considerò «il più grande giornalista dell’Ottocento».
L’assenza di un importante organo di stampa regionale non è stata certamente compensata dalle pagine locali inserite nei quotidiani campani come Il Mattino o il Roma, o nella pugliese Gazzetta del Mezzogiorno, o, in anni ormai lontani, nel romano Il Tempo.
La voce dei calanchi A contrastare tale fenomeno, che ostacolava non poco la crescita culturale lucana, è servita solo in parte la fioritura negli ultimi due secoli di una stampa periodica locale che, come annota Raffaele Nigro nella prefazione al bel saggio La stampa periodica lucana 1944-1994 di Domenico Notarangelo, «ha miracolosamente reagito alle tante difficoltà presentate dal territorio aspro, dall’isolamento dei centri urbani, dalla povertà, dalle difficoltà di diffusione dei mezzi d’informazione, attestando la propria presenza un po’ dovunque nella regione».
Fra le numerose testate, spesso talmente effimere da limitarsi all’uscita del numero zero, sorprende il fatto che La voce dei calanchi quest’anno riesca a celebrare il suo quarantesimo anniversario. Il periodico alianese, infatti, nacque nel lontano 1976, su iniziativa del parroco don Pietro Dilenge, come foglio ciclostilato d’informazione e di promozione della parrocchia San Giacomo e poi del locale Circolo Culturale “Nicola Panevino”.
Nel tempo ha acquisito una sempre più precisa identità e ha avuto una più larga diffusione, raggiungendo i tanti emigrati alianesi sparsi nel territorio nazionale e nei vari continenti. Ciò è stato reso possibile evidentemente dalla sua crescente credibilità e dalla capacità di assumere negli anni una più attraente veste tipografica, grazie all’uso delle nuove tecnologie.
Negli anni pionieristici La voce dei calanchi ebbe il grande merito di raccogliere intorno a sé molti giovani, cui offrì occasioni di discussioni e riflessioni sulla vita amministrativa, sociale e culturale di Aliano. Nel tempo, poi, non solo ha registrato e, in qualche caso, orientato gli eventi, che nel bene e nel male andavano segnando la comunità, ma ha contribuito non poco alla sua crescita civile, favorendo il confronto, anche serrato ma sempre costruttivo, sulle tematiche più urgenti e vitali.
Non ha mancato inoltre di alimentare e arricchire il dialogo ideale, ospitando con gli articoli dei redattori fissi molti e preziosi contributi di noti esponenti della cultura, della letteratura, dell’arte, del giornalismo. Giovanni Russo, Gilberto Marselli, Raffaele Giuralongo, Raffaele Crovi, Donato Sperduto, Yuko Nishimaki, Nicola Coccia sono solo alcuni fra i tanti che hanno acconsentito di scrivere su La voce dei calanchi, perché, tramite Carlo Levi, si sono avvicinati ad Aliano, fino a sentirsi partecipi della sua vita comunitaria e suoi cittadini ideali.
In definitiva, il periodico alianese ha goduto di una miracolosa longevità, svolgendo una funzione di indiscutibile utilità. Si auspica, perciò, che, pur nel nuovo scenario creato dall’avvento dell’informatica, ancora per molti anni possa esercitare una meritoria opera di informazione e di promozione civile. Continuando, come sempre, ad essere con coerenza, coraggio ed orgoglio «la voce, e non il lamento, della gente di Aliano».

V. Angelo Colangelo

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