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La via dei Barnabiti a Stigliano

C'è una strada nel centro di Stigliano, paese della montagna materana, di cui la tradizione popolare ha sempre ignorato il nome ufficiale, “Via Solferino”. Si è preferito chiamarla con una locuzione dialettale “Appìtt dә Kampanàrә”, “Salita dei Campanari”. Ma, per un’altra sua peculiarità, ignota ai più, si potrebbe chiamare “Via dei Barnabiti”, perché vi abitarono alcuni illustri Padri.

La via dei Barnabiti a Stigliano – di Angelo Colangelo

L’aver dato un notevole contributo in termini di risorse umane alla gloriosa Famiglia barnabitica è nota di merito e motivo di legittimo orgoglio per la comunità stiglianese. Considerevole, ben ventitré, è il numero di sacerdoti che, nati a Stigliano tra la seconda metà del secolo XIX e la prima del ‘900, hanno fatto parte di questo Ordine religioso, mettendo al suo servizio i loro diversi carismi.
Per una strana e fortunata coincidenza, che comunque potrebbe essere non proprio casuale e avere invece una credibile spiegazione nel condizionamento creatosi nell’ambito delle famiglie e del vicinato, molti dei barnabiti stiglianesi, 9 su 23, abitarono in via Solferino, o nei paraggi. È, questa, una sghemba e ripida strada che nel cuore del paese si arrampica, per circa duecento metri, dal punto d’incrocio fra Corso Umberto e piazza Garibaldi verso Piazza Marconi, già Largo Plebiscito, dove è la storica Cappella dei Sacri Cuori.
Via Solferino, come tante altre strade di Stigliano, deve il suo nome ad un evento della storia risorgimentale, che pochi ricordano e molti ignorano. Allora è forse il caso di rammentare che si tratta di un piccolo paese lombardo, il cui nome sarebbe rimasto probabilmente oscuro, se nel 1859, durante la II guerra d’indipendenza, non vi si fosse combattuta una delle importanti battaglie, in cui i piemontesi col supporto decisivo dei francesi sconfissero gli austriaci, che così persero definitivamente il controllo della Lombardia.
Un fatto, dunque, accaduto in un tempo remoto e in un luogo lontano da Stigliano, un paese sperduto tra i monti lucani. Anche per questo non è meraviglia che sul nome ufficiale della strada stiglianese abbia prevalso quello dialettale, che si è sedimentato nella memoria collettiva: “Appìtt dɘ Kampanàrɘ”, vale a dire “Salita dei Campanari”. È, in tutta evidenza, un nome legato alla piccola storia locale, meno importante della storia nazionale ma rispetto a questa più viva nel sentimento popolare. In quel ripido budello, infatti, fino agli anni ’50 del secolo passato erano concentrate molte storiche botteghe artigianali, dove si fabbricavano campane tanto rinomate da essere esportate anche lontano dalla Lucania-Basilicata.
Si potrebbe aggiungere, inoltre, che per la curiosa peculiarità sopra accennata la strada dei Campanari la si potrebbe anche chiamare “Via dei Barnabiti”. Per analogia con Corso Vittorio Emanuele, che fu battezzato dalla inventiva odonomastica popolare “Via dei Preti”, perché vi nacquero e vi abitarono molti sacerdoti stiglianesi. O come, chissà mai, potrebbe accadere un giorno per via Principe di Napoli, cui toccherebbe il nome di “Via dei Sindaci”, visto che di là provengono tutti i quattro “primi cittadini” dell’ultimo quarto di secolo. Un autentico record, difficilmente riscontrabile altrove.
La via dei Barnabiti a Stigliano – Il curioso caso del concentramento di barnabiti stiglianesi in via Solferino è stato segnalato da Padre Giuseppe Montesano sul periodico d’informazione della diocesi di Tricarico, fondato nel 1990 per una illuminata iniziativa del Vescovo Francesco Zerrillo (Fermenti, n. 124, 2013). Abitando l’autore del preziosissimo articolo in un vicoletto affacciato su via Solferino, non è difficile cogliere nel suo scritto una nota di sincera emozione e di malcelato orgoglio per il fatto che tanti suoi confratelli provenissero dalla Salita dei Campanari o da una delle tante tortuose stradine, che da essa si diramano.
Barnabiti, come molti sanno, furono chiamati i Chierici Regolari di San Paolo, uno degli Ordini religiosi sorti dopo il lungo e tormentato Concilio di Trento. La Congregazione dei Barnabiti fu istituita nel 1530 dal cremonese Antonio Maria Zaccaria (Cremona, 1502 – 1539), un giovane appartenente ad una delle famiglie più illustri della città, che sotto la guida di un padre domenicano decise di assecondare la sua vocazione religiosa, subito dopo aver finito gli studi universitari nel 1524 e aver conseguito la laurea in medicina. I Padri presero il nome dalla chiesa di San Barnaba in Milano, che fu la loro prima chiesa officiata. I Barnabiti si distinsero, insieme con i Gesuiti, i Somaschi e gli Scolopi, per l’intensa e apprezzata attività nel campo dell’istruzione e a tale scopo, seppure lentamente, si diffusero in tutta Italia e poi anche fuori dai confini nazionali, fondando dappertutto scuole e collegi di grande prestigio.
Nell’Italia meridionale la prima presenza dei Barnabiti si registrò nel 1634 a Napoli, dove furono chiamati dal Cardinale Francesco Boncompagni come penitenzieri del Duomo. Furono così istituite a San Felice a Cancello, a San Giorgio a Cremano, a Vasto e ad Arpino importanti Scuole di Apostolato, che svolsero una benemerita attività in campo religioso ed educativo. Numerosissimi furono i ragazzi delle regioni meridionali che vi furono accolti e, anche quando non arrivarono al sacerdozio, poterono ricevere una solida istruzione, che sarebbe altrimenti stata loro negata e che invece rappresentò lo strumento della loro emancipazione.
Pare, ma non è sicuro, che già nel Seicento un sacerdote stiglianese sia entrato a far parte della grande Famiglia barnabitica. In ogni caso il primo Barnabita di Stigliano, storicamente accertato, è padre Salvatore Sarubbi, che nel paese della montagna materana nacque nel 1870. Fu indirizzato nella scuola apostolica di S. Giuseppe a Pontecorvo di Napoli dall’Arciprete don Salvatore Potenza.
Padre Salvatore fece così da battistrada agli altri 22 componenti “de la paesana schiera” di Barnabiti “sparsi, qua e là, da l’Alpi infino a Trani”, come ricordava, compiaciuto, Padre Giuseppe F. De Ruggiero nella “cantata semiseria” dedicata al paese natale, di cui parleremo tra poco. Chiusero il lungo corteo Padre Cosimo Vasti, ordinato sacerdote nel 1969, e, poco dopo, Padre Pietro Gariuolo. Padre Sarubbi insegnò nel prestigioso Istituto Bianchi, dove ricoprì anche l’incarico di Rettore. Di lui merita di essere ricordata la pubblicazione nel 1904 di un apprezzato manuale di filosofia, “Elementi di filosofia ad uso dei licei”, che ne attesta il riconosciuto valore di docente e di stimato cultore degli studi filosofici. Morì nel 1937 a Roma, dove era stato chiamato nel 1922 come Assistente Generale.
Successivamente un altro Sarubbi, Michele (Stigliano, 1885 – Napoli, 1946), ne ripercorse le orme, segnalandosi come valente insegnante di discipline classiche nelle scuole di Bologna e di Napoli. Nella città partenopea fu al Bianchi un anno dopo la laurea, conseguita nel 1914. Se ne allontanò, quando nel 1916 fu chiamato a prestare servizio militare, prima a Bari nella 2^ Compagnia di Sanità e poi presso l’Ospedale Militare di Taranto. Finita la guerra, tornò al Bianchi, dove fu Vicario nel Collegio, insegnante di lettere e filosofia e, infine, nel 1922 Rettore. Negli anni successivi fu anche nominato Visitatore Generale per la Provincia Napoletana.
La via dei Barnabiti a Stigliano – Più tormentata fu l’esperienza del terzo Sarubbi, Padre Antonio, nato a Stigliano nel 1916. A partire dal 1970 dovette vivere un lungo periodo fuori dalla Congregazione a causa di spiacevoli incomprensioni con i Superiori. Mai venne meno, comunque, il suo profondo sentimento di appartenenza all’Ordine religioso che l’aveva accolto, ragazzo, qualche anno dopo la conclusione della prima guerra mondiale, come eloquentemente conferma il fatto che alla sua morte, nel 1993, sulla sua lapide fu scolpita la parola “Barnabita”.
Abitavano i Sarubbi nel breve tratto dell’ampia scalinata, che dalla metà di corso Umberto s’inerpica verso il centro di via Solferino. In cima alla gradinata erano le case dei Padri Pasquale Lubreglia, Michele Rienzi e, poco distante, di Vincenzo Marchese. Poco più su, ancora oggi, fa bella mostra di sé una graziosa costruzione caratterizzata, all’ingresso, da un grazioso portichetto, che fa pensare a un edificio religioso. Tale, in effetti, quella casa fu considerata da tutti gli stiglianesi, perché apparteneva a Domenico De Ruggiero, che annoverò tra i suoi figli quattro sacerdoti, i quali si segnalarono per le eccelse doti intellettuali e per la fede cristallina che illuminarono le loro vite: Giuseppe Francesco (Stigliano, 1889 – Perugia, 1978), Pietro Antonio (Stigliano, 1898 – Bari, 1962) Salvatore (Stigliano, 1902 – Bologna, 1990), e Maria, (Stigliano, 1907 – Arienzo, 1988).
Furono tutti ammaliati dalla santità di Antonio Maria Zaccaria, tranne il secondogenito che sentì, presto e forte, il richiamo del Poverello di Assisi e fu frate francescano dei Minori Cappuccini. E, come ricorda il fratello Giuseppe in un tenerissimo scritto, fu talmente rigoroso nell’osservanza della Regola che «anche quando la mamma nostra insisteva dolcemente, perché s’inducesse, almeno per il tempo di permanenza in famiglia, a far uso di calze, in giorni di freddo intenso, o ad alleggerirsi del saio, nelle afose notti estive», egli rispondeva «con una bella risatina, una carezza, e via, fermissimo sempre nel proposito di fare onore a madonna povertà» (AA. VV., Padre Antonio da Stigliano, Roma, 1962).
Ottimo Predicatore e ricercato Confessore, Padre Antonio fu anche apprezzato scrittore e autore di significative opere di contenuto religioso e spirituale. Ma di lui va rimarcata l’attenzione premurosa verso l’infanzia, di cui è concreta testimonianza l’Asilo di S. Antonio, realizzato ad Andria e capace di accogliere un centinaio di bambini.
Maria diventò suora assumendo il nome di Madre Gloria e appartenne alle Suore Angeliche di S. Paolo, che nacquero sempre per volontà di padre Zaccaria in occasione della riforma dei monasteri femminili. Di lei ancora oggi si ricorda l’instancabile attività nei lunghi periodi di permanenza nel paese natale, allorché trasformava la casa di famiglia nella Salita dei Campanari in un’alta Accademia di taglio e cucito frequentata da decine di ragazze stiglianesi.
Salvatore, divenuto barnabita, insegnò nella Scuola apostolica di Arpino, poi dal 1940 per sei anni fu Provinciale dell’allora Provincia Napoletana (1940-46). Dopo essere stato Rettore e Preside al Bianchi fino al 1950, fu nominato Provinciale del Brasile. Si rivelò anche uno scrittore prolifico come testimonia la sua bibliografia, pubblicata nel 1980 a Firenze e ricca di ben 102 titoli.

via dei barnabiti
Padre Giuseppe Francesco Diruggiero

Infine, Giuseppe Francesco De Ruggiero, il figlio maggiore di Domenico e Maria Pantone, che è stato descritto, in maniera essenziale e senza retorica, come una «figura poliedrica di uomo, di religioso, di professore, rettore di collegi e parroco, oratore, scrittore e pittore, poeta, soldato e cappellano militare, che ha lasciato l’impronta della sua personalità nei diversi ambienti del suo apostolato». (Barnabiti, n. 31, 1980)
Non può stupire che una così mirabile figura abbia costituito un modello di vita non solo per i confratelli, gli studenti, i parrocchiani che ebbero il privilegio di conoscerlo da vicino e di apprezzarne le molte virtù, ma anche per tanti adolescenti stiglianesi, che per suo merito si avviarono sulla strada del sacerdozio.
Valga per tutti l’esempio di Padre Nicola Fornabaio (Stigliano, 1917 – Napoli, 2006). Questi amava raccontare che fu per interessamento di Padre Giuseppe che, all’età di quattordici anni, entrò nella scuola apostolica di Cremona. Dopo aver percorso il lungo iter formativo tra Milano, Monza e Lodi, Padre Fornabaio fu ordinato sacerdote nel 1943. Laureatosi poi in biologia all’Università di Perugia, fu destinato a svolgere il suo apostolato in Cile, dove insegnò, fu Rettore e s’impegnò nella costruzione di una “Colonia” barnabitica. Per l’intensa e feconda attività dispiegata per oltre un ventennio nel Paese andino Padre Nicola si meritò un attestato di benemerenza da parte della Repubblica cilena e l’appellativo di “El Chileno” da parte dei confratelli dopo il rientro in Italia, avvenuto nel 1973 in seguito all’avvento del regime dittatoriale di Pinochet.
Tornando a Padre Giuseppe De Ruggiero, è opportuno fornire pochi ma indicativi elementi della sua ricca e complessa biografia. Innanzi tutto non si può fare a meno di ricordare la sua esperienza di soldato e Cappellano militare, con il grado di Tenente, durante la Grande Guerra, dove conobbe la dura vita della trincea. Allo scoppio del conflitto egli fu assegnato all’840 Ospedaletto nella Compagnia di Sanità, mentre i tre fratelli furono impegnati sul fronte di guerra in altri luoghi molto distanti fra loro. Al pari di un altro grande Barnabita, il mitico Padre Giovanni Semeria (Coldiroli, 1867 – Sparanise, 1931), Padre Giuseppe diede prova di zelo e coraggio e alcuni suoi atti gli valsero 2 medaglie d’argento e 1 di bronzo.

via dei barnabiti
Padre De Ruggero mentre celebra la Santa Messa sul fronte della I guerra mondiale

Della sua dura esperienza bellica rimane il preziosissimo lascito di 350 lastre fotografiche, con cui ritrasse scenari e momenti del tragico evento, che per quattro anni sconvolse l’Europa.

via dei barnabiti
La Grande Guerra, scatto di P. Giuseppe De Ruggiero

Padre Giuseppe, infatti, coltivò anche la passione della fotografia e ha lasciato un patrimonio di inestimabile valore documentario, che, grazie alla generosità della famiglia ma anche all’abnegazione e alla sensibilità di Rocco Derosa e Giuseppe Colangelo, due premurosi cultori di storia e di tradizioni locali, è custodito in un bel Museo sorto a Stigliano nel 2015 e dal 2019 ufficialmente chiamato “Memoriale di Guerra”.

La via dei Barnabiti a Stigliano – Di Padre Giuseppe va segnalata, inoltre, la varia e pregevole attività di giornalista, scrittore e poeta, che meriterebbe molto di più e di meglio che queste scarne annotazioni. È auspicabile che un giorno sia indagata a fondo, perché se ne possa cogliere e godere lo straordinario valore letterario, culturale e spirituale. Si pensi che si tratta di un corpus di 20 volumi manoscritti e di circa 130 pubblicazioni, di cui è disponibile la bibliografia a stampa, curata dalla Provincia Barnabitica Romana per i sessant’anni del suo sacerdozio.
Qui piace proporre poche note e brevi riflessioni riguardo alla già citata cantata, ultimata a Roma il 12 marzo 1967 e pubblicata dall’editore Leoncavallo di Trani con un suggestivo grafico di copertina del nipote dell’autore, Francesco De Ruggiero. L’operetta, intitolata “Stiglianeide”, a prescindere da ogni valutazione estetica, va intesa come un inno d’amore all’indimenticato paese natale. Benché ne fosse stato lontano per gran parte della vita, Padre Giuseppe mostra di esserne sempre e a tal punto innamorato da dover rendere «… grazie al Creatore, / che noi prescelse in un consiglio arcano, / all’alto privilegio e sommo onore / di nascere quaggiù, proprio a Stigliano» (V, 26, vv. 1-4).
Il lungo componimento, formato da 100 sestine in endecasillabi, coi primi 4 versi in rima alternata e il distico finale in rima baciata, è suddiviso in 5 Tempi. Dopo avere all’inizio proposto un rapido excursus storico e geografico, che prende le mosse da una rievocazione dell’antico nome latino di Stigliano, nel secondo Tempo il poeta indugia a trattare con tono amabilmente ironico il tema dell’avvento della modernità in un paese legato storicamente alla cultura contadina e dei pericoli che esso comporta. Avverte, perciò, il bisogno di ammonire che «il progresso non è vero progresso, / se prima e innanzi tutto non c’impegna / al giusto ed all’onesto al tempo stesso, / o se, contrariamente alla ragione, / ti faccia un bell’imbusto e mascalzone» (II, 3, vv. 2-6).
Il rischio maggiore, che Padre De Ruggiero paventa, è che svaniscano i buoni costumi tipici della cultura contadina stiglianese, che sono evocati con commossa nostalgia: «Che tempi d’oro invece erano quelli, / in cui le donne e sin le adolescenti, / eran, per verità, rari gioielli, / operose, solerti ed ossequenti, / e come le vegliarde, senza spocchia, / assidue all’ago, al fuso e alla conocchia». (II, 4, vv. 1-6).
I versi del Barnabita, che esaltano le virtù domestiche e civili del buon tempo antico, fanno correre la mente al celeberrimo passo dantesco, in cui il Sommo Poeta ricorda la sua città natale quale nostalgicamente la vagheggiava nella sua fantasia di esule: «Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond’ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica. / Non avea catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona» (Paradiso, XV, vv. 97-102).
Il brano del poeta stiglianese è uno dei tanti in cui è possibile percepire interessanti suggestioni letterarie, che ne rivelano la vasta e profonda cultura umanistica. Nelle 21 sestine del secondo Tempo, ad esempio, si possono riscontrare significativi echi pariniani nella passione civile che le anima, nella forma d’impostazione classica, nella sottile ironia che, essendo il componimento una “cantata semiseria”, non diventa mai sarcasmo.
Il tono giocoso e scanzonato stempera piuttosto quel tanto di didascalico, che qua e là affiora, attenuando la sensazione di severa rigidità per il decoro e il ruolo delle donne. Che Padre De Ruggiero nel comporre la cantata abbia tenuto presente il Parini, in particolare alcune sue Odi, non può essere ritenuta ipotesi azzardata, se si tiene conto che il poeta lombardo doveva essergli molto familiare, essendosi quest’ultimo formato tra il 1740 e il 1752 alle Scuole Arcimbolde dei Barnabiti a Milano, dove aveva frequentato le classi di grammatica, umanità, logica e teologia.
Nelle due parti successive del III e IV Tempo l’autore disegna con tratto leggero e sapiente un vivido schizzo della realtà sociale ed economica stiglianese, ricordando le feste, le fiere, le tradizioni e le molte risorse del paese, ad iniziare da alcuni pregiati prodotti agricoli. Non manca di segnalare due realtà, il pastificio e l’ospedale, che a quel tempo rappresentavano il fiore all’occhiello di Stigliano e che, ahimè, sono oggi scomparsi, lasciando solo il nostalgico ricordo di uno splendido periodo irrimediabilmente passato.
Il poeta, poi, segnala con fierezza la profonda religiosità popolare dei compaesani e, nel salutare il clero locale, ricorda, pur senza nominarli, lo storico Vescovo di Tricarico Raffaello Delle Nocche e «… chi regge a Mileto il pastorale, / che, per zelo e bontà non ha l’eguale». Ovvero, l’amato Vescovo stiglianese Vincenzo De Chiara (IV, 13, vv. 5-6).
Nel V Tempo, infine, dopo aver reso onore alla memoria dei Caduti in guerra e la laboriosità dei valenti contadini e artigiani, il poeta omaggia «la prosapia di casati insigni», i valenti medici e i severi ma benemeriti insegnanti di Stigliano. E si congeda rivolgendo un affettuoso saluto alla schiera dei numerosi barnabiti stiglianesi, che «dà, nel contempo, e ciò pur conta e vale, / singolare prestigio al suol natale».
A noi, dal nostro canto, non resta che terminare questo scritto esprimendo un sentimento di viva gratitudine a Padre Giuseppe De Ruggiero, che, al pari di Padre Cilento, diede lustro a Stigliano con la sua nobile testimonianza di scrittore, di uomo, di sacerdote.

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