Il racconto della Piazza che non c’è

Il racconto della Piazza che non c’è

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Stigliano (MT), il rione Rotonda

In un pomeriggio di una estate bislacca mi lascio sorprendere da un forte e persistente temporale, mentre mi aggiro senza meta per il rione della Rotonda. E’ un rione a me poco familiare, con cui non ho una gran confidenza, anche se molto l’ho frequentato per svariate ragioni. Dall’ingresso della chiesa, dove mi sono riparato, fisso la cappa compatta di nubi, nere come la pece e gravide di pioggia. Giù, nella strada un cane randagio appare disorientato e corre inseguito dal fragore di tuoni minacciosi. Tra gli scrosci violenti dell’acqua s’insinua e mi raggiunge una voce dal tono sommesso.

«Credo che tu abbia fatto bene a raccogliere le testimonianze delle Piazze e a condividere i racconti di alcuni eventi stiglianesi e dei loro protagonisti. Che purtroppo risultano spesso sconosciuti, soprattutto ai più giovani, perché sono stati consumati dall’usura del Tempo. Farne memoria, invece, è doveroso, perché la memoria può essere considerata il santuario dell’identità collettiva e della storia di una comunità. E chi può essere, allora, più utile a questo scopo della Piazza?
Le Piazze sono state, da sempre e quasi dappertutto, cuore pulsante della vita comunitaria e sono diventate poi scrigni di ricordi preziosi. Tu, che non a caso ti sei messo in ascolto delle loro narrazioni, dovresti ben saperlo. L’agorà, si dice, fu il motore della vita politica nelle antiche poleis greche. Il Foro, al tempo dell’antica Roma, fu il centro vitale della Urbs e delle città che ad essa si ispiravano. Nel Medioevo la vita civile e religiosa della comunità si svolgeva all’ombra del campanile e della torre civica, gli imprescindibili simboli, religioso e laico, della Piazza e i custodi rassicuranti di tutti i cittadini. Anche negli oscuri borghi contadini dell’aspra e ignorata montagna lucana la Piazza è stata sempre un punto di riferimento insostituibile, testimone e talvolta protagonista, delle vicende grandi e piccole delle comunità.
Per questo, lo ripeto, sono contenta che tu abbia voluto ascoltare le Piazze di Stigliano con attenzione e divulgarne i racconti. Io non ne ho provato alcuna invidia. Non avrei peraltro potuto, per il semplice fatto che Io sono la Piazza che non è. Un non-luogo, insomma. Un luogo che sarebbe esistito, se non gli fosse stato impedito di nascere. In altre parole, un urbanistico aborto clandestino.
Per quanto inesistente, so però una cosa importante, che è tenuta molto in conto da voi che esistete. Vale a dire che la scrittura ha il potere di dare voce a chi non ha voce. Addirittura, di dare vita all’inesistente. Ti prego dunque di voler prestare un po’ di attenzione anche a me che non sono. Potrebbe essere per te l’occasione di narrare un altro brandello, non insignificante, della più recente storia stiglianese. E di raccontare così anche la mia triste condizione di essere una Piazza mai nata. Se tu volessi, potresti chiamarmi anche Piazza dell’Utopia. La Piazza del non-luogo, che è di tutti e di nessuno».

Queste parole, provenienti da un luogo indistinto e non riconoscibile, mentre la pioggia sferza furiosa le case e le strade, mi procurano un misto di disagio, stupore e tenerezza.
Sono anche imbarazzato per l’ingenua fiducia che la Piazza mai nata ripone non nella scrittura, ma nella mia scrittura. Alla fine, però, concludo che non sarebbe giusto sottrarmi ad una richiesta avanzata con grande pudore e rara delicatezza. Decido perciò di esaudirla e accetto anche di chiamarla, come lei stessa mi ha suggerito, Piazza dell’Utopia. Così sollecitato, constato che d’un tratto si accendono nella mia mente barbagli di ricordi. Giusto il tempo di metterli un po’ in ordine, evitando la ressa, e con grande meraviglia sento la mia voce che, senza più remore e con tranquilla naturalezza, inizia a raccontare.

«Per Stigliano fu una primavera distruttiva quella del 1973. Cadde una pioggia che non si ricordava da decenni. Sembrava che le cateratte del cielo si fossero aperte per non richiudersi più. Insomma, il paese, che aveva visto la sua storia plurisecolare scandita da pesti, frane e terremoti, si ritrovava ad affrontare, sotto forma di una paurosa alluvione, l’ennesimo cataclisma della sua lunga esistenza. Forse l’ultimo, dicevano perplessi e preoccupati alcuni anziani.
Fu drammaticamente devastata la parte più vecchia dell’abitato. Irrimediabilmente colpiti i rioni della Villa, di San Vincenzo, del Tragghiaro, della Chiazza, da sempre esposti al rischio letale delle frane. Tante case furono abbattute, molte famiglie evacuate. Si rese necessario intervenire d’urgenza e costruire subito alcuni alloggi popolari. Fu deciso di utilizzare le aree vergini sulle pendici del Monte Serra per dare un tetto alle molte famiglie rimaste senza casa. Nello stesso tempo bisognò affrontare il difficile e complesso problema di un eventuale trasferimento a valle dell’abitato.

Iniziò un lungo dibattito tra i partiti politici e le varie associazioni, per individuare la zona più idonea alla fondazione della nuova Stigliano. Come purtroppo è capitato troppo spesso in altri momenti cruciali della storia stiglianese, il dibattito, molto acceso e appassionato, risultò alla fine inconcludente. Anche perché inficiato, si continua ancora oggi a pensare, da interessi di parte. Dopo una lunga, furiosa ed estenuante logomachia si scelse la soluzione più improbabile. Anziché trasferirsi a valle, come alcuni paesi lucani avevano già fatto prima o stavano facendo adesso, si andò controcorrente e fu deciso di arrampicarsi ancora di più sulla montagna. Insomma, gli stiglianesi vollero andare sempre più in alto. Un folle volo di nuovi Icaro. Fu forse l’inizio della fine.

Stigliano (MT), il rione Rotonda anni 80
Stigliano (MT), il rione Rotonda anni 80

Fu avviata una tumultuosa opera di cementificazione. In breve tempo scomparve la meravigliosa campagna della Serra, custode da molti anni di un tesoro prezioso, che elargiva con grande prodigalità. Nei mesi estivi donava la sua aria salubre, condita di silenzio e di pace, a stiglianesi e foresti bisognosi di curare il loro male di vivere in città come Taranto o Bari, Torino o Milano. Per alcuni anni quella sublime campagna era stata anche il rifugio prediletto di Nicola Berardi. Là, nella sua casetta sospesa tra terra e cielo, fra le fatiche quotidiane il poeta-contadino trovava il tempo e il modo per riflettere e per poetare.
Il trasferimento urbano alla Serra fu una scelta che, a distanza di appena un quarto di secolo, sarebbe risultata ingiustificata e improvvida. Dopo le prima case popolari, in poco tempo spuntarono come funghi un mastodontico edificio scolastico, imponenti condominii, private abitazioni. Tutto fu imbrigliato in un intricato reticolo di strade piane, scoscese, dritte, sghembe, sinuose: tante tessere disarmoniche di un improbabile mosaico».
«Eppure, – sussurra piano per una sorta di connaturale timidezza Piazza dell’Utopia – mi pare che, almeno nella fase iniziale, nel nuovo quartiere fosse stato programmato di lasciare un ampio spazio per la mia realizzazione. Tutt’intorno dovevo essere incorniciata da graziosi e accoglienti portici, che potessero essere luogo d’incontro e di aggregazione per i cittadini trasferiti dai vari rioni di Stigliano. E, invece, non se ne fece niente. Io fui sacrificata sull’altare del Dio Cemento».
«Di un tale progetto – le rispondo – a suo tempo sentii parlare anch’io. Alla fine però tu, al contrario di quanto forse era stato saggiamente immaginato, non fosti costruita. Venne a mancare al neonato e popoloso quartiere ciò che ogni piazza rappresenta: occasioni d’incontri, di contatti umani, di scambi di idee, di commenti, magari anche di pettegolezzi. Per questo l’amalgama tra i suoi abitanti non avvenne. Essi continuarono a frequentare il “Piano” per la spesa quotidiana, per l’aperitivo con gli amici, per lo struscio serale. Ciascuno per proprio conto. La “Rotonda” ebbe allora il destino segnato: fu dall’inizio e rimase per sempre solo un accogliente quartiere dormitorio. Degno di competere con il nuovo Rione Labruto, sorto in prossimità dell’ospedale. Due nuovi quartieri, due quartieri nati entrambi senz’anima.

A poco servì, per dare vita alla Rotonda, il Centro sociale costruito, subito dopo il terremoto del 1980, su iniziativa delle Associazioni Sindacali. Dotato di una sala immensa, ospitò di tanto in tanto importanti assemblee pubbliche, interessanti manifestazioni scolastiche, pregevoli spettacoli teatrali. Ma il suo ruolo rimase marginale e non riuscì a dare impulso alla vita del nuovo quartiere.
Fu costruita anche la “Casa Hostilianus”, una importante struttura capace di accogliere e di assistere circa cinquanta anziani. Era stata istituita già da qualche anno per una idea luminosa del vescovo stiglianese Nicola Rotunno, che nel 1951, a ventitré anni, era stato ordinato sacerdote da monsignor Raffaello Delle Nocche. Entrato ben presto nella Diplomazia Vaticana, incominciò a servire Santa Madre Chiesa in ogni angolo del mondo. Fu in Oceania, Honduras, Nicaragua, Portogallo. Come Nunzio Apostolico operò fattivamente in molti Paesi difficili, afflitti da molti e gravi problemi. Siria, Sri Lanka, Rwanda e Burundi furono il teatro della sua intensa e preziosa attività religiosa e missionaria.

da sinistra, Papa Giovanni Paolo I, Mons. Nicola Rotunno
da sinistra, Papa Giovanni Paolo I, Mons. Nicola Rotunno

Tornato dopo molti anni in Italia, a don Nicola, come amava essere chiamato, fu affidata la guida della diocesi laziale di Sabina-Poggio Mirteto. Lasciato questo incarico, ebbe modo poi di tornare più spesso e di risiedere per lunghi periodi a Stigliano.
Fu allora che si rese conto della necessità di creare nel suo paese un luogo di accoglienza per gli anziani, sempre più numerosi e spesso soli, perché i figli erano emigrati all’estero o nelle città del Nord. Don Nicola non esitò a mettere a disposizione gratuitamente la sua abitazione privata, in attesa di realizzare il progetto ambizioso di una sede definitiva che potesse offrire una ospitalità dignitosa e serena. Cosa che avvenne all’alba del nuovo millennio, quando il suo ispirato ideatore era ormai scomparso da qualche anno dopo una lunga malattia.

Qualche anno prima della Casa Hostilianus era stata costruita la chiesa di Santa Teresa. Fu possibile grazie alla lungimiranza di un altro Vescovo illuminato, monsignor Francesco Zerrillo, che aveva compreso la urgente necessità di dotare la Rotonda di una struttura che, oltre ad accogliere la comunità dei fedeli, favorisse la integrazione di persone diverse per provenienza e per condizione socio-economica.
Monsignor Zerrillo era stato chiamato da Benevento a guidare la diocesi di Tricarico nel 1986 e la resse con saggezza e sapienza fino al 1997. Fece in tempo a veder nascere la Creatura da lui fortemente voluta a Stigliano, prima di essere nominato Vescovo della storica diocesi di Lucera.
La nuova Chiesa, progettata da un francescano di Cremona, frate Costantino, vide la luce nel 1996. Solo due anni prima, il 2 ottobre 1994, in una di quelle splendide giornate di sole, che spesso l’autunno riesce a regalare anche a Stigliano, vi era stata la cerimonia della posa della prima pietra. Una folla enorme di fedeli aveva partecipato alla Messa solenne celebrata all’aperto. Con il vescovo Zerrillo concelebrarono, oltre a molti sacerdoti diocesani, alcuni Padri Barnabiti stiglianesi, che avevano sostenuto concretamente l’iniziativa fin dal primo momento. Fu un momento memorabile nella ancora breve vita della Rotonda».

Mentre vago tra i ricordi, si materializza a sorpresa alle mie spalle la figura di Antonio Fornabaio. Non so da dove sia spuntato. Il ticchettio furioso della pioggia ha coperto il rumore dei suoi passi. Saluto cordialmente, come sempre, il caro amico d’infanzia. Gli accenno brevemente i pensieri cui mi sono afferrato perché mi tenessero compagnia nel lungo tempo di solitudine coatta davanti alla chiesa. E non mi lascio sfuggire l’occasione per chiedergli informazioni sull’attività della ANSPI, l’Associazione Nazionale di San Paolo, che fu fortemente voluta dal parroco don Alberto Distefano e che lui ha presieduto con tenace abnegazione fin dagli inizi.
«E’ un’attività intensa ed articolata, – mi spiega Antonio senza lasciarsi pregare – che è possibile portare avanti grazie al lavoro volontario ed entusiasta di molte persone. Grazie alla loro disponibilità si organizzano corsi di formazione, convegni e seminari di studio, attività ludico-sportive, e, soprattutto, iniziative concrete di servizio civile a favore di tutta la comunità stiglianese».
«So bene – gli dico – che l’elenco delle cose che voi fate è molto lungo. Di molte cose sono già informato. Ti chiedo solo di raccontarmi come nacque la “Festa del Bentornato”, una manifestazione che è un po’ il fiore all’occhiello dell’ANSPI. Fu voluta, ricordo, da don Alberto per accogliere fraternamente d’estate gli stiglianesi provenienti dalle tante Stigliano sparse in Italia e nel mondo, ma non ne conosco i particolari».

Don Alberto Distefano
Don Alberto Distefano

«Tutto accadde – mi confida Antonio – subito dopo la nascita dell’ANSPI. Don Alberto che, come tu sai, aveva una straordinaria capacità di coinvolgimento, in una fredda sera d’inverno del 1998 organizzò nella canonica un simpatico incontro conviviale con il gruppo dei suoi collaboratori. Nel bel mezzo della gioviale conversazione espresse il desiderio di organizzare un momento d’incontro gioioso con gli stiglianesi che ogni anno, in estate, tornavano in paese. Suggerì anche il nome. Non gli sembrava il caso di chiamarla “Festa dell’Emigrante”, come qualcuno aveva proposto. L’espressione sapeva di estraneità e di separatezza. Era forse preferibile chiamarla “Festa del Bentornato”. Fu per noi un’idea illuminante. La realizzammo già nell’estate successiva. Due anni dopo, purtroppo, don Alberto ci lasciò per sempre. Diventò allora per tutti noi un obbligo morale portare avanti la manifestazione, che intitolammo alla sua memoria. In poco meno di venti anni abbiamo anche avuto modo di premiare circa quaranta concittadini che, lontano da Stigliano, in Italia e all’estero hanno onorato il nome del loro paese nel campo della cultura, della letteratura, della scienza, dell’arte, del lavoro e dello sport».
Non mi sorprende l’entusiasmo con cui Antonio mi ha parlato. Lo conosco bene da troppi anni. So che ha fatto dell’impegno sociale una seconda ragione di vita. Gli dico semplicemente della mia sincera ammirazione per lui e per i suoi impagabili collaboratori.

Smette finalmente di piovere ed è ormai quasi sera. Congedatomi dal mio amico, m’incammino lentamente. Sono avvolto da un silenzio surreale. Percorro via Cilento sotto un cielo opaco, che non accenna a schiarirsi. Per qualche attimo riesco ad allungare uno sguardo furtivo sull’orrendo squarcio creato dalla furia rabbiosa della Natura, che pare essersi voluta vendicare della stolta violenza subita dagli Umani. Ho l’impressione che quel pozzo senza fondo fatichi a contenere la pena infinita di un paese dal futuro inquietante. Non riesco a sostenerne la vista più di tanto.
«So cosa pensi – mi sussurra con tono commiserevole la Voce – e comprendo le tue apprensioni. Le condividerei anche le tue paure, se solo esistessi. Il Centro Sociale, inabissandosi nella voragine, sembra aver travolto recriminazioni e rimpianti, memorie e speranze. Ha polverizzato tutto. Per sempre. Nulla ormai è più come prima».
Sono colpito dalle parole secche e dolorose di Piazza dell’Utopia. Avverto la sensazione che la sua voce sia l’eco della mia anima.

Angelo Colangelo

 

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