Il mio bel Crocifisso

Il miracolo, attribuito al Crocifisso di Stigliano, è riportato in un documento dell'epoca, che fu trascritto su una pergamena incollata a due tavolette.

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Il mio bel Crocifisso

Il mio bel Crocifisso – di Angelo Colangelo

Quante volte, nella mia vita di ultrasettantenne, mi è capitato di fermarmi di fronte allo splendido Crocifisso della chiesa di Sant’Antonio, che a Stigliano amano chiamare “Il Convento”!
Ancora oggi, di tanto in tanto, mi ritrovo a sostarvi. Preferibilmente da solo, nella chiesa vuota. Buon cristiano, spero, ma, temo, cattivo cattolico, non sono un osservante puntuale delle pratiche religiose. Non sono neanche capace di pregare in maniera ortodossa ed evito l’uso quotidiano del macinino delle preghiere. Ma il muto colloquio con il mio bel Crocifisso mi avvince. Mi ha spinto in passato e tuttora mi sollecita a interrogarmi. Mi fa meditare sulle ragioni dell’umana esistenza. Mi consola.
Pur se tante domande sono rimaste finora senza risposte, e tali purtroppo sempre resteranno, penso che il mistero e il paradosso della Croce rappresentino uno sprazzo di luce nel buio in cui ci cacciano le contraddizioni e le fragilità della vita. Convinto, come Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante tedesco morto in un campo di concentramento nazista, che Cristo “non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma della sua sofferenza”.

Stigliano, Crocifisso (particolare), foto Caruso

I sentimenti, che provo, e i momenti, che vivo, davanti al mirabile Crocifisso del Convento, spesso poi si fermano a far ressa dentro di me, talvolta anche in maniera convulsa e contraddittoria. In una occasione sono divenuti tanto ossessivi e urgenti, che hanno addirittura reclamato di essere rappresentati in un tormentato componimento poetico sullo scandalo della Croce. Così, pur tra molte perplessità, ho provato ad accontentarli.

INRI
Davanti al Cristo, in Croce
inchiodato, io naufrago
e mute dico parole
al Dio fattosi Uomo
per la salvezza del mondo.

Trafigge il sole, d’un tratto,
l’abside oscura del tempio
e incendia il serto di spine,
terribile icona di scherno
… Umana Follia!

Il Volto dolce e dolente,
che accoglie i peccati del mondo
con sovrumana clemenza,
esorta a morire d’amore
… Divina Follia!

Mi spauro e brancolo allora
nel sacro mister de la Croce,
la paradossale risposta
a tutto il dolore innocente,
che ogn’ora l’uomo sgomenta.

Il mio bel Crocifisso – Ma la visione del Crocifisso non solo favorisce il frequente insorgere di domande e riflessioni esistenziali, ma consente l’irruzione nella mia mente di una folla di ricordi legati all’infanzia, che, se pur mimetizzati, permangono in vita a dispetto del tempo.

***

Il mio bel Crocifisso – Era la mattina del 4 novembre 1956. La mattina di una grigia domenica, resa più uggiosa da una nebbia leggera ma umida, che però non ci aveva impedito di giocare a lungo a pallone sul sagrato del Convento. Come accadeva quasi tutte le domeniche. Finalmente ci decidemmo, io e una ventina di altri ragazzi, a entrare in chiesa, per ascoltare la messa.
Eravamo esagitati e chiassosi, ancora presi dall’eccitazione della partita appena interrotta. Dovette intervenire più volte il sagrestano, zio Vito Barone, per richiamarci con severa affettuosità a un contegno più corretto, considerati il luogo e il momento.
Finalmente suonò la campanella, che annunciava l’inizio della celebrazione. Il giovane parroco don Giacomo Polidoro, che da tre anni era succeduto a don Vincenzo De Chiara, nominato Vescovo della diocesi di Mileto, si accostò con i chierichetti all’altare.
Noi ragazzi, sistemati come sempre nelle prime file di banchi, pregavamo compunti sotto la guida attenta di Suor Pia e della catechista Teresina Zinno, recitando meccanicamente le misteriose formule latine, che ormai conoscevamo a memoria, pur senza comprenderne il significato. Tutti attendevamo, come sempre con grande impazienza, “la predica”, perché don Giacomo era capace di affascinarci, grandi e piccoli, con la sua calda e fluente oratoria. L’omelia di quella domenica non solo non tradì le attese, ma fu destinata a rimanere ben impressa nella memoria, perché trattò di un evento storico eccezionale.
Il parroco parlò a lungo dei tragici fatti che stavano accadendo in Ungheria dopo l’invasione armata decisa a Mosca, per sedare una rivolta antisovietica. Dieci giorni prima, il 23 ottobre era iniziata, infatti, un’insurrezione pacifica ad opera degli studenti universitari di Budapest. Ben presto a loro si erano uniti molti soldati dell’esercito ungherese e si erano radunati presso la statua del poeta e patriota Sándor Petöfi. Di lì una folla di oltre duecentomila persone si era poi mossa verso il Palazzo del Parlamento e lungo il percorso aveva demolito la statua del dittatore sovietico Giuseppe Stalin. La pacifica manifestazione, però, diventò subito lotta armata di popolo contro gli invasori, che avevano occupato Budapest e con i carri armati presidiavano ogni angolo della capitale.
In quegli epici e tragici giorni tanti furono gli episodi di eroismo di cui si resero protagoniste persone di ogni età e condizione. Una bambina di circa dieci anni – raccontava con parole commosse don Giacomo – con il pretesto di donare un vaso di fiori ad alcuni soldati stranieri, si avvicinò a un carro armato e, seguendo le istruzioni ricevute dai capi dell’insurrezione, riuscì a farlo saltare per aria, rimanendone vittima lei stessa.
Per tutto il tempo che il sacerdote parlò dall’altare, noi ragazzi rimanemmo muti e immobili, scossi dalla narrazione di quei fatti drammatici. A me capitò più volte di indirizzare lo sguardo verso la imponente Croce, la cui immagine risultava appannata da un velo di lacrime mal trattenute e dalla luce tremula delle candele fumiganti. Ebbi la strana sensazione che fosse proprio il mio bel Crocifisso a parlare per bocca del sacerdote e mi parve che il suo Volto fosse più sofferente del solito.
Le parole di quella memorabile domenica non mi lasciarono più. Mai spente del tutto e custodite sotto la cenere calda della memoria, si ravvivarono d’improvviso molti anni dopo, quando mi capitò di leggere il magistrale romanzo Il treno dell’ultima notte, in cui Dacia Maraini racconta in maniera impareggiabile la tragedia del popolo magiaro e il suo effimero sogno di libertà.

***

Il mio bel Crocifisso – Spesso mi capita di ripensare ai tanti racconti che fin da bambino ho ascoltato sui miracoli fatti dal Crocifisso del Convento. E, sorridendo, ricordo che io stesso, proprio l’anno prima dell’episodio appena raccontato, ero stato in un certo senso miracolato.
Era la festa del Corpus Domini. A me e altri tre ragazzi fu assegnato il compito di camminare alla testa del corteo processionale davanti al sacerdote, che, sorreggendo l’ostensorio sotto il baldacchino, lo esponeva all’adorazione dei fedeli. Dovevamo avanzare lentamente e con movimenti sincroni. Indossando una cotta bianca su una lunga tunica nera, ciascuno di noi quattro sorreggeva una sorta di scudo con sopra scritte due sole parole, a formare, tutte insieme, la frase: IO SONO – LA LUCE – LA VERITA’ – LA VITA.
Al termine della lunga ed estenuante processione doveva seguire una recita in chiesa, che ci avevano fatto preparare con molta meticolosità per circa un mese, per rappresentare la storia e il significato del Corpus Domini. Io non avevo ancora compiuto otto anni e per la prima volta mi toccava di recitare in pubblico. Era comprensibile, perciò, il mio stato di agitazione all’approssimarsi dell’ora fatidica. L’ansia era aumentata a dismisura, di momento in momento, già durante il corteo processionale.
Quando vidi la chiesa stracolma di gente, ne rimasi letteralmente terrorizzato. Mi rifugiai in un angolo. Provai a ripetere mentalmente almeno le battute iniziali della lunga parte che mi era stata assegnata. Non riuscivo a ricordare una parola. Un buio totale era calato nella mia mente. In preda al panico, fui tentato di sgattaiolare via e darmela a gambe. Ma capii subito che era impossibile.
Alzai allora uno sguardo implorante verso il Crocifisso e mi affidai completamente a Lui. Finalmente, in un silenzio surreale, la recita ebbe inizio. Presto arrivò il mio turno. L’ansia di colpo svanì. La luce riapparve nella mia mente. Come per incanto. Presi a recitare con speditezza. Alla fine non potei non pensare che il Crocifisso avesse fatto la sua parte, venendo in mio soccorso e compiendo quello che ero persuaso fosse un vero e proprio miracolo.
Si capisce bene, però, che non è questo il miracolo per cui Il Crocifisso di Stigliano è conosciuto e venerato. L’evento, che gli assicurò meritata fama, è legato alla memorabile peste del 1656, che colpì la Basilicata un quarto di secolo dopo quella scoppiata nel Milanese, che fu immortalata dal Manzoni nel mirabile capolavoro de “I Promessi sposi”.
Il miracolo, attribuito al Crocifisso di Stigliano, è riportato in un documento dell’epoca, che fu trascritto su una pergamena incollata a due tavolette. Ecco qui di seguito il testo integrale.

“Nel tempo della peste essendo concorso il Populo di Stigliano ad invocar gratia al SS. Crocefisso, che l’avesse liberato dalla detta peste nella quale terra era attaccata, et essendovi anco gionti venticinque battenti a sangue, li quali ad alta voce gridavano “Misericordia, Signore, liberateci dalla peste”, dopo essersi battuti un pezzo, ecco, miracoloso portento, si vidde dentro la Chiesa una nube che quasi ombrò gli occhi di detto Populo, e dispersa detta nube si vidde muovere, miracolosamente, il panno di taffettano, che vela detto SS. Crocefisso, e gridando detto Populo alli Padri che discoprissero detta Immagine, si vidde che il capo di detto Crocefisso era chinato dalla parte sinistra, da dove si tiene per certo a fede viva che detto SS. Crocefisso avesse fatta gratia, e che avesse liberato detto populo dalla peste. Nel medesimo istante, divulgatosi detto miracolo per la terra, Paolo Giafia disse, in presenza di più persone, dubitando della fede, se il SS. Crocefisso ha fatto detto miracolo io mi voglio andare a fare la disciplina, e corse verso la Chiesa et nell’intrare che fece la porta l’allesirono li braccia e li mani, et subito incominciò a gridare misericordia; e dimandato dalli Padri che cosa havesse, rispose il fatto che stava, et essendosi confessato, e ricevuto l’olio del SS. Crocifisso ne fu libero. Questo fu il 1° ottobre 1656”.

***

Il Crocifisso miracoloso, che secondo la tradizione popolare annunciò la cessazione della peste piegando la testa dal lato opposto a quello originario, come si è già accennato, si trova nella Chiesa di S. Antonio, inizialmente intitolata “Santa Maria la Nova” dai Frati Minori Osservanti, che l’avevano costruita nel 1619.

Stigliano, Convento di Sant’Antonio

Il mio bel Crocifisso – Ammirevole per la sua straordinaria forza espressiva, la pregevole scultura lignea fu realizzata da Frate Umile di Petralia. L’artista era un frate francescano, al secolo Giovanni Francesco Pintorno. Nato a Petralia Soprana, un piccolo paese in provincia di Palermo, intorno al 1600, imparò dal padre il mestiere di falegname nella bottega di famiglia. Si recò poi nel capoluogo per perfezionarsi alla scuola di un noto scultore professionista.
Avendo maturato in quegli anni la vocazione religiosa, alla fine del 1623 entrò nell’Ordine dei Francescani presso il Convento di S. Maria di Gesù di Palermo e diventò frate Umile da Petralia Soprana. Durante la sua vita monastica frate Umile realizzò ben 32 Crocifissi lignei, ma l’opera destinata al “Convento” di Stigliano è sicuramente una delle più suggestive per la straordinaria resa artistica: della stupenda scultura colpisce ed incanta, in modo particolare, il Volto del Cristo, segnato da una sconvolgente tensione drammatica.

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Il mio bel Crocifisso – Perché questa predilezione per il Crocifisso, e come lo stesso sia finito a Stigliano, è difficile da dire. Di certo c’è che le opere d’arte di argomento religioso erano frequentissime, se non uniche nei tempi della Controriforma.
Tra i soggetti dominanti era proprio la Crocifissione, insieme al peccato originale e alla cacciata dal Paradiso Terrestre. Il modo di sentire la religione, nel Seicento, fu quasi sempre tragico, perché, come al tempo del gotico e di Dante, doveva dare il senso sconvolgente della vita, suscitando sentimenti di paura, terrore e penitenza. Erano opere che viaggiavano moltissimo. I monasteri costituivano come una catena unica, per la quale i monaci, a piedi, si muovevano tra le facilitazioni del letto e della mensa. Era come avere a disposizione, gratis, una catena di alberghi. Ogni ordine monastico era una unica famiglia.
Né il Crocifisso dovrebbe essere estraneo alla personalità di Giovanni Francesco Pintorno, non certo dotto, che, avendo fatto il falegname, era solo dotato di una straordinaria manualità, come, non di rado, alcuni pastori e contadini da noi conosciuti. Doveva sentirsi umile come nel nome che si era dato. È scontato che, con tale caratteristica, non il Cristo trionfante lo affascinava, ma piuttosto il Cristo sofferente. Il Cristo che, col capo coperto di spine e il costato trafitto, fa suo il dolore del mondo.

 

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