Pio Rasulo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un’altra significativa testimonianza su Pio Rasulo a poco più di un mese dalla sua scomparsa. Ne è autore Dante Maffia, scrittore, poeta e noto critico letterario, che vive da tempo a Roma, ma è nativo di Roseto Capo Spulico, dove nei primi anni Cinquanta del secolo passato ebbe come maestro di scuola elementare proprio Pio Rasulo, quando questi iniziava la sua lunga e prestigiosa attività didattica e culturale.
Dante Maffia ha al suo attivo una ricca produzione letteraria in lingua e in vernacolo, molto apprezzata in Italia e all’estero. Qui piace ricordare, solo a titolo esemplificativo, il bel romanzo “Monte Sardo”, edito da Rubbettino nel 2015, e la preziosa silloge di poesie “Matera e una donna” (edizioni Terra d’ulivi, 2017), che testimonia il profondo legame umano e culturale dell’autore con la Lucania Basilicata.

RICORDO DI PIO RASULO

Con l’affetto e l’attenzione che sono prerogative della sensibilità del suo animo, Giovanni Caserta mi ha fatto sapere che è morto il mio primo maestro delle scuole elementari, Pio Rasulo, quello che m’insegnò a leggere e a scrivere, che m’abituò a stare attento ai suoni delle parole, quello che platealmente un pomeriggio al Bar di mio padre disse che bisognava smetterla di chiedere una “tassa” di caffè, perché la tassa era un tributo e il recipiente del caffè un piccolo oggetto di creta o di porcellana che si chiamava “tazza”.
Sì, spesso interveniva affettuosamente, sempre senza spocchia, per correggere i compaesani che esibivano una lingua italiana che italiana non era. Lo faceva sorridendo. Lo faceva soprattutto con noi scolari, suoi scolari. Ben 42 il primo anno, accatastati, come altrimenti dire?, in una vecchia casa al secondo piano del Mercatillo di Roseto Capo Spulico. Ovviamente una stanza piccola, senza bagno, senza acqua corrente, senza finestre.
C’era la lavagna, però, e c’era il suo violino che ogni tanto ci faceva fremere, ci portava lontano, nelle vaghezze del sogno.
Ogni settimana faceva l’albo d’onore degli alunni che avevano studiato di più e si erano impegnati; lo appendeva dietro la porta. Io non ci figurai mai, avevo altre cose belle da fare anziché studiare, andare negli orti a rubare frutta, andare al campo sportivo a tentare di giocare con il pallone di stracci, assistere al gioco del tressette al bar, organizzare gare con la fionda per vedere chi era capace di cogliere una rondine a volo.
Il Maestro sposò una ragazza del paese e dopo due anni fu trasferito in Lucania, ma prima ebbe l’idea di portare la classe a Matera a vedere i Sassi.
Siamo nel 1953!!!
Una gita, durante la quale mangiai il mio primo gelato e mi toccò di subire le linguacce di una ragazza, poco più grande di me, che saliva una lunga scalinata e voltandosi m’indirizzava, non so perché, i suoi sberleffi linguistici, no no, linguacciuti, linguaioli, linguaccioli?
Non lo so, Pio, nonostante il suo nome, anche dopo laureato mi metteva ancora in imbarazzo, tanto è vero che seppe del mio essere poeta quando gli mandai in dono “Il leone non mangia l’erba”, il mio primo libro, con la Prefazione di Aldo Palazzeschi.
Non si rese mai conto che anche se molto inquieto, il mio stare continuamente dentro e fuori dal banco, ero attentissimo quando parlava di poesia, quando recitava versi di Scotellaro, di Sinisgalli, di Quasimodo, di Michele Pierri, di Vittorio Bodini. Forse ero offeso per quell’albo d’oro che ogni settimana condannava o assolveva e che vide quasi sempre prima una contadinella graziosa e anche un tantino petulante.
Incontrai poi Pio nel 1984, a Bari. Ero commissario dei concorsi a cattedra e mi disse timidamente che una sua figliola aveva sostenuto il concorso. Non una parola in più.
Non rispose mai agli invii dei miei libri, neppure con un grazie, ma continuai a mandarglieli.
Non mi permisi mai di recensirlo, io che ho recensito centinaia, forse migliaia di libri su “Paese Sera”, su “La Fiera Letteraria”, sulla rubrica culturale di “Rai, radio 2”, su “Nuova Antologia” e su “Nuovi Argomenti”. Mi sembrava un brutto gesto, se l’avessi fatto (perché ci pensai più volte, ovviamente), lo scolaro si metteva a giudicare il maestro!
Un pudore strano e non giustificato da niente mi ha impedito di considerarlo e di scrivere sulle sue pagine. Ma l’ho letto, ho sentito la frescura del suo impegno letterario, la sua umiltà nel cercare i segni del mistero dietro la scrittura e anche l’impegno meridionalistico.
Io spero che la Basilicata si accorga finalmente di questo suo figlio, come non citare Quasimodo, anche se l’ho fatto ultimamente più volte, che “ha portato il suo nome un po’ più in là dell’odio e dell’invidia”?
Basti dare uno sguardo alla sua biografia per capire la qualità e la consistenza della sua scrittura, per rendersi conto che il suo amore per la terra natale è stato totale e mai cieco e che ha contribuito a vederci chiaro in molte problematiche, non ultima quella degli arbereshe.

Dante Maffia

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