10 novembre 1861, la battaglia di Acinello

10 novembre 1861, la battaglia di Acinello

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Crocco

Nell’anno 1861, l’opera di annessione del Regno delle Due Sicilie da parte di Casa Savoia si poteva dire terminata. E’ terminata si poteva dire anche la dinastia dei Borbone. L’ impresa non fu ben vista dagli altri sovrani e Stati europei, Spagna e Austria su tutti. Questa labile opposizione fece cadere in un errore di valutazione lo stesso Francesco II di Borbone, che da Gaeta e poi da Roma, dove si era rifugiato nella speranza di poter rientrare a Napoli e reimpossessarsi del suo regno, cercò di promuovere attraverso i Comitati Borbonici, sparsi un pò dovunque nel Meridione e all’ estero, iniziative a sostegno della propria causa. Egli affidò ai briganti il compito di restaurare con le armi il vecchio regime, e a pochi “fedeli” il progetto dell’ intera operazione. Nel vano tentativo, dunque, di restaurare il regno dei Borbone, le bande di Crocco e di Borjes iniziarono una sorta di crociata intesa a liberare tutti i paesi della Basilicata controllati dalle truppe piemontesi e sotto il nuovo governo unitario.

Molti furono gli scontri tra i briganti e l’ esercito regolare, ma la storia ricorda tre vere grandi battaglie: la prima fu a Toppacivita, la seconda ad Acinello e la terza a Gaudiano. La più importante sul piano politico, la più grande per il numero delle forze in campo e per la strategia adottata dai due schieramenti fu quella di Acinello, presso Stigliano, che si svolse il 10 novembre 1861. Discordanti sono le versioni sul numero dei combattenti (e non solo). Secondo Crocco (nella sua autobiografia – “Come divenni brigante”) la sua banda raggiungeva i 2.000 uomini, mentre Borjes, nel suo “Giornale”, parla di 400 uomini e stima l’avversario in circa 550-600 uomini. I giornali “governativi” dell’ epoca scrissero che le forze comandate dal Pelizza contavano circa 100 soldati di linea e 150 guardie mobili. Le autorità cittadine di Corleto Perticara nel descrivere all’ autorità prefettizia regionale dell’ attacco avvenuto ad Acinello dichiararono “500 dè valorosi nostri lasciano 40 morti col proprio comandante, dopo già di aver fatto gran massacro delle numerose orde comandate da Borjes”.

Crocco parla di perdite considerevoli sia tra le sue fila che in quelle del nemico; Borjes dice che vi furono 40 morti fra i nemici e nessuno fra i suoi soldati. Ma passiamo ai fatti. Il capitano Icilio Pelizza da Parma, comandante di due compagnie di bersaglieri del 62° fanteria, provenienti da Matera, e di un contingente di Guardie Nazionali provenienti da Corleto Perticara, informato che i briganti di Crocco stavano facendo sosta ad Aliano, decise di affrontarli presso la località Isca di Acinello, tra l’ omonima taverna e l’ uliveto del principe Colonna, nella valle del Sauro. Crocco venne a sua volta informato della spedizione piemontese. Alla banda di Crocco si era unito da qualche settimana il “cabecilla” spagnolo Josè Borjes, inviato dal Comitato Borbonico di Marsiglia con l’ assicurazione che avrebbe trovato denaro uomini e armamenti, semplicemente da inquadrare e guidare alla riconquista del Regno delle Due Sicilie. Non trovò quanto gli era stato promesso, incontrò, invece, un brigante che lottava per la propria sopravvivenza e poco propenso a cedergli il comando. Comunque il “cabecilla” tenne fede ai patti stipulati con il Comitato e partecipò alle imprese di Crocco.

I due capibanda, stimando debole la forza avversaria e inesperta la mano del suo comandante, decisero di attaccare. Le cronache governative dell’ epoca diranno, invece, che fu il capitano Pelizza a stanare i banditi. Lo scontro fu durissimo. Vi furono perdite, dall’ una e dall’ altra parte. La cavalleria di Crocco, comandata da Ninco-Nanco, attraversò il Sauro e girò sul fianco destro del nemico in direzione della Taverna di Acinello, poi con una manovra fulminea attaccò e mise in fuga la Guardia Nazionale. I bersaglieri, rimasti soli intorno al loro capitano, indietreggiarono e presero posizione presso il Mulino di Acinello.

Esaurite le ultime cartucce e col nemico a pochi metri, il capitano Pelizza e i suoi bersaglieri tentarono un’ assalto alla baionetta. Molti riuscirono ad aprirsi un varco e a fuggire in direzione di Stigliano, per gli altri, ormai circondati dalle truppe di Crocco e di Borjes, fu la fine. Quattro ore durò lo scontro. Nella battaglia perirono quaranta militari e lo stesso comandante Pelizza. I briganti, incontrastati, presero la via per Stigliano. La sconfitta del 62° fanteria, la morte del suo comandante e la defezione delle Guardie Nazionali destò non poche preoccupazioni tra gli alti vertici del comando dell’ esercito italiano: gli scarsi presidi militari sulla via per Potenza non potevano opporre alcuna valida resistenza; pertanto i briganti avrebbero trovato via libera per l’ occupazione del capoluogo. La capitolazione di Potenza avrebbe avuto come conseguenza quella dell’ intera Basilicata e sancito una grave ed umiliante sconfitta per lo Stato Unitario. Ciò, tuttavia, non avvenne per i contrasti che fin dall’ inizio caratterizzarono i rapporti tra Borjes e Crocco. I briganti si ritirarono presso Lagopesole. Qui i due capi si separarono. Crocco divise i suoi uomini in tante piccole bande: da quel momento la guerra divenne guerriglia. Il movimento del cosiddetto “grande brigantaggio” o “brigantaggio politico” era finito lasciando il posto a quello del brigantaggio comune, che durò fino al 1865, in modo consistente, e per i successivi cinque anni, in modo sporadico.

Salvatore Agneta

Stigliano 10 novembre 2009

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