Mentre Roma celebra con una grande mostra Sergio Leone, esce in in questi giorni in dvd e in blu ray l’ultimo film di Quentin
Tarantino. Una straordinaria coincidenza che accomuna ancora di più due ineguagliabili geni del cinema

Di Giuseppe Colangelo

Basta scorrere un qualsiasi dizionario del cinema per rendersi conto di quanto non siano solo l’ordine alfabetico e cronologico dei titoli ad accomunare C’era una volta il West (1968) e C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone con C’era una volta… a Hollywood (2019) di Quentin Tarantino. Ma il mito. «… Il cinema dev’essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito» ha sempre ribadito Sergio Leone. «Poi, dietro questo spettacolo, si può suggerire tutto quello che si vuole: attualità, politica, critica sociale, ideologia. Ma bisogna farlo senza imporre, senza prevaricare, senza obbligare la gente a subire. C’è lo spettacolo e poi, in seconda battuta, se uno vuole può anche trovare la riflessione. È molto più onesto lavorare così, presentare ad esempio la politica in questo modo, che non pretendere di dire la verità a tutti i costi. E’ proprio quando si crede di dire la verità, e quindi di rappresentare oggettivamente la realtà, che si dicono le più grandi bugie. Insomma, il cinema è fantasia e questa fantasia, per essere veramente completa, deve avere uno spessore.»

Opinione condivisa e sottolineata da Quentin Tarantino, non solo per la sua conclamata ammirazione per il maestro italiano che con umiltà non manca mai pubblicamente di omaggiare, caso per la verità più unico che raro nel mondo popolato dalle iene dello star system, fermamente convinto del potere manipolatorio del cinema. «… Un potere immaginifico immenso, unico, capace di ridefinire e alterare anche solo per due ore la realtà» scrive Giuseppe Grossi. «Perché poche cose riescono a rievocare il mito, a essere mito meglio della settima arte. E Quentin Tarantino è uno che il mito lo maneggia spesso e volentieri. Come una pistola nelle mani di un abile cowboy, Tarantino prende il mito e lo gira, lo rigira, lo svuota e lo riempie con quello che gli va. Con quello che gli fa più comodo raccontare, spesso con raffiche di parole, citazioni e rimandi a un mondo altro. Il mito è sempre stato il passeggero preferito da Quentin. Il veicolo, ovviamente, è il cinema. Un posto nel quale il mito viaggia comodo e veloce, puntando dritto verso il pubblico. Gli eroi duri e puri dello spaghetti western, l’ingenuità cruda del poliziottesco, le mirabolanti arti marziali del kung fu: Tarantino ha capito che il mito non è altro che ripetizione, rievocazione, riproposizione di fatti, di storie, di personaggi.»

Andando avanti lungo il sentiero delle loro carriere, entrambi i cineasti sentono la necessità di guardarsi indietro, di confrontarsi, di scontrarsi con ciò che il cinema e la realtà sono stati, hanno rappresentato, hanno mitizzato. Nello specifico, rischiando tutto, non hanno esitato a rivoltare come un guanto il mito americano. Sergio Leone, al pari dei pistoleros disposti a rimetterci la pelle in uno dei suoi famosi trielli, sfida a duello in primis il genere western, uno dei filoni più prolifici del cinema a stelle e strisce, per poi invadere il campo dell’altrettanto conclamato gangster movie con il capolavoro C’era una volta in America, mettendo in scena, per dirla con le parole di Paolo Mereghetti: «un lungo canto funebre del mito americano.» Tuttavia la sfida non è intrisa di odio ma di amore. Un grande amore per un paese e per un cinema costruito con magniloquenza, che ha fatto sognare Leone, il quale con amore e stile visionario decreta la fine di un’epoca d’oro usando le stesse armi. Ribaltando però con un estro e un virtuosismo raro molti dei temi cari all’establishment hollywoodiano che strangolava la gola come una garrota all’ardire di molti registi dell’epoca. Emblematica la trasfigurazione di Henry Fonda in C’era una volta il West. A quello che fino ad allora era stato uno dei divi più eleganti e positivi dello star system, Leone affida il ruolo di Frank, un killer spietato ed ambizioso che nella prima scena in cui compare sullo schermo spara a sangue freddo a un bambino. Altrettando si può dire di come nel suo ultimo lungometraggio capovolga lo stereotipo che identificava la malavita americana come fenomeno tipicamente italiano o irlandese, per raccontare la vicenda del passaggio di un gruppo di amici dal quartiere ebraico all’ambiente del crimine organizzato nella New York del proibizionismo. Percorso che vedrà addirittura uno di loro scalare le più alte vette del potere politico.

Un gioco e un linguaggio filmico che affascinano fin da ragazzo Quentin Tarantino, da lì in poi disposto a spingersi come pochi oltre i confini di qualsiasi convenzione. Inventa un linguaggio tutto suo. Cita a piè sospinto i trielli e la montagna di film che ama, compreso i suoi e se stesso. Assurge a genio indiscusso del genere violento e ironico che è il pulp. Imprime alla sua opera una cifra estetica che è una firma. Nelle ultime opere anche lui si è divertito a capovolgere la storia. A scombussolare le carte a piacimento, poiché la settima arte offre soluzioni diverse dagli affanni del presente. Come per esempio potere eliminare in un colpo solo l’apparato dell’alto comando nazista, rinchiudendolo in un cinema a cui viene dato fuoco in Bastardi senza gloria (2009). Criticare le abitudini alimentari del suo paese, mettendo in bocca del cibo per cani a Cliff Booth (Brad Pitt) la cui eloquente espressione non lascia spazio ad alcun dubbio su quanto gli risulti più gustoso dei suoi pasti confezionati. O deludere la folta schiera di denigratori che prima dell’uscita di C’era una volta a… Hollywood, ha sparato a zero sul regista accusandolo di volere speculare sulla tragedia avvenuta a Los Angeles il 9 agosto del 1969 nella villa di Sharon Tate. Niente di tutto questo. Nel film i mandanti di Charles Manson sbagliano indirizzo, pagandone le conseguenze. La giovane Sharon è salva. Un ribaltamento dei fatti, rispettoso nell’evocare la tragedia, molto apprezzato da Barbara Bouchet, amica in gioventù della sfortunata attrice americana e in un primo momento irritata da come il regista avrebbe potuto raccontare la sua fine, la quale non ha esitato ad affermare che: «… Tarantino c’è l’ha resa algida e spensierata come lo era davvero.»
Sergio Leone da tempo ha lasciato ai posteri i suoi capolavori e Quentin Tarantino potrebbe essere giunto al capolinea, come sembrerebbe alludere, sempre che non stia bleffando… Due grandi registi lontani fra loro nel tempo ma accumunati da un unico sogno grandioso: il cinema con la C maiuscola. Con le sue storie, i suoi crimini, le sue menzogne, le sue illusioni, i suoi grandi divi e le sue affascinanti star. Quel crogiuolo di emozioni che, entrando all’improvviso in una sala cinematografica senza conoscere il titolo del film in proiezione, dal primo fotogramma sapremmo a quale maestro appartenga.

La mostra

C’era una volta Sergio Leone
Dal 17/12/2019 al 3/05/2020
Museo dell’Ara Pacis
Via Lungotevere in Augusta
Roma

Orario:Tutti i giorni ore dalle 9.30 alle 19.30
31 dicembre dalle 9.30 alle 14.00
1 gennaio: dalle 14.00 alle 20.00

Uscita C’era una volta… a Hollywood in DVD e in Blu Ray
2 gennaio 2010