foto di cinefoto ottica Caruso

La festa del Santo Patrono del 2013 a Stigliano è stata impreziosita da un evento di grande significato.La sera della vigilia, infatti, con una cerimonia sobria ma toccante, subito dopo la celebrazione eucaristica, è stato benedetto e  presentato il maestoso e composito dipinto di S. Antonio che il noto artista Nicola Iosca ha realizzato e donato  al  “Convento” del suo paese natale. Dopo i saluti del parroco don Pino Daraio e del sindaco Antonio Barisano sono intervenuti lo stesso artista e S. E. mons. Vincenzo Orofino, vescovo di Tricarico, che ha ringraziato Nicola Iosca per la sua generosità, sottolineando in particolare i nobili sentimenti che hanno ispirato il bellissimo ed originale lavoro, davanti al quale l’affollatissima assemblea è rimasta davvero incantata e commossa.
La relazione sull’opera è stata invece affidata a chi scrive, autore peraltro del commento riportato nella brochure preparata per l’occasione e distribuita ai numerosi fedeli presenti.

foto di cinefoto ottica Caruso
foto di cinefoto ottica Caruso

Lo stesso commento viene riproposto qui di seguito integralmente per contribuire a far conoscere l’opera di Nicola Iosca,  l’artista stiglianese emigrato giovanissimo in America, dove ebbe modo di affinare e mettere a frutto il suo notevole talento artistico nel campo della pittura e della musica.

Sant'Antonio: dipinto di Nicola Iosca
Sant’Antonio: dipinto di Nicola Iosca

Una premessa di fondo, scontata ma doverosa. Non essendo io un critico d’arte, le mie considerazioni non hanno minimamente la pretesa di proporre un’analisi motivata del quadro che Nicola Iosca ha realizzato e donato alla Chiesa di S. Antonio della “sua” Stigliano. Più semplicemente vogliono fornire segni e impressioni derivanti dalla lettura ingenua di una persona incompetente, che è innamorata della pittura dell’artista stiglianese cui è legata da un rapporto di fraterna amicizia.
Precisato ciò, ora è bene entrare nel merito. Occorre mettere subito in risalto, a mio modesto avviso, la centralità che alla figura del Santo ha voluto assegnare, naturalmente, l’autore. Tale centralità però dipende non solo dalla posizione spaziale che essa occupa, ma anche dal fatto che intorno vi ruotano tutti gli altri elementi del ricco e composito dipinto.
Dalla destra il flusso dei fedeli adoranti, stretti intorno alla veneranda persona di monsignor Vincenzo De Chiara che, prima di diventare vescovo di Mileto nel 1953, fu il primo parroco della parrocchia istituita nel 1949, naturalmente s’indirizza verso S. Antonio, inginocchiato in preghiera. Questi dunque assume una funzione assolutamente centripeta.
Sull’altro versante, infatti, anche i due angeli disposti a diversa altezza sulla sinistra, l’uno in posizione statica che regge il quadro con la bella facciata settecentesca a pietre bugnate del Convento, l’altro che si libra dinamicamente nell’aria, sembrano convergere verso il Santo. Questi a sua volta rivolge il suo sguardo verso Gesù Bambino ma sembra procedere oltre, verso un punto non rappresentato ma facilmente intuibile, cioè là dove è Colui al quale intende affidare la paterna protezione della chiesa stiglianese, che è indicata con un gesto di delicata tenerezza dalla sua mano sinistra.
L’autore poi propone una seconda fuga verso un “oltre” immaginario alle spalle dei fedeli, che quasi in progressiva dissolvenza vengono disegnati alle spalle del Vescovo De Chiara. Così l’abolizione dei confini reali assegna all’opera una suggestiva condizione metafisica, lasciando immaginare «spazi interminati» verso il cielo e verso il mondo irradiati da un’aura di solenne sacralità.
Ma meritano di essere messi in risalto anche alcuni dettagli, trattati con la cura quasi maniacale e con la rara finezza psicologica ed estetica che l’artista stiglianese manifesta in tutta la sua produzione pittorica.
Innanzi tutto va rilevata la figura della donna anziana, in atto di profondo raccoglimento e di totale straniamento dal contesto: essa è l’incarnazione, a mio modo di vedere, di quella religiosità popolare che deve essere amorevolmente custodita e trasmessa alle nuove generazioni.
Ed ecco, in perfetta simmetria, sull’altro lato di monsignor De Chiara, una giovane donna che, accogliendo l’invito del Santo fissa estatica la luminosa figura di Gesù Bambino, mentre trattiene per un braccio un’incantata e impaziente fanciulla irresistibilmente attratta da quel chiarore abbagliante che la investe insieme con tutte le persone che la circondano.
Altro particolare significativo è che, seppure sparsi in maniera irrituale per ovvie ragioni tecniche, sono presenti molti e importanti elementi dell’iconografia tradizionale del grande Santo portoghese: il saio, i gigli, il libro, Gesù Bambino.
A questo punto mette conto di sottolineare che alla bellezza del dipinto concorrono senz’altro e in maniera preminente le opzioni cromatiche, l’armonia, la luminosità, a conferma della validità della tesi ricordata da Loris Dadam, secondo cui «le opere d’arte raramente valgono per l’oggetto che rappresentano, per quanto aulico ed empatico possa essere: esse parlano attraverso i valori formali: l’equilibrio e le dinamiche delle forme, dei colori, della luce …».

foto di cinefoto ottica Caruso
foto di cinefoto ottica Caruso

Non rimane che un’annotazione conclusiva. Tutte le opere pittoriche di Nicola – quelle sacre e quelle ispirate al lussureggiante mondo della mitologia, ritratti e paesaggi – hanno come destinatari non solo o, direi meglio, non tanto gli occhi, quanto i cuori delle persone che le contemplano, e proprio per questo sono capaci di suscitare brividi di emozioni forti ed autentiche.
Ciò accade perché la sua sensibilità artistica, strettamente legata alla sua vibratile sensibilità umana, sempre si alimenta dei succhi vitali di una grande ricchezza interiore. Il dipinto di S. Antonio destinato al Convento di Stigliano ne è solo l’ultima eloquente conferma.

Angelo Colangelo