Riflessioni a margine delle Simmetrie esistenziali di Nicola Fornabaio

I poeti cercano parole. Parole per dire la pena e la speranza. Ma è arduo scolpirle dal niente di quel soffio che le parole rimangono.

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Nicola Fornabaio

di Sebastiano Villani

Ho conosciuto Nicola Fornabaio alla fine degli anni Novanta, prima come giovanissimo maestro elementare, poi come docente di lettere nella scuola media di Stigliano, dove abbiamo lavorato insieme per alcuni anni. Poi, nel 2010, le nostre strade si sono divise, lui al nord e io in pensione. Benché non ci siamo mai persi del tutto di vista, il suo Simmetrie esistenziali, Eretica edizioni, 2020, mi giunge, inaspettato, come una gradita sorpresa e una piacevole scoperta. Hai sempre un po’ timore ad aprire un volume di poesie, perché non escludi di poterti imbattere in una voce insincera, petulantemente autoreferenziale. Fortunatamente non è stato così con il libro di Nicola.

Non so da quanto tempo egli scriva versi – da poco meno di un anno, insomma dall’inizio della pandemia, a quanto pare – ma è evidente che nella sua pure in qualche caso diseguale raccolta, la ricerca della verità, con la quale, manifesta la sua «volontà a farsi poeta» programmaticamente si presenta come una ricerca impegnata nel lavoro sulla parola e non solo nell’inseguimento di suggestive immagini e situazioni. Un lavoro di scalpello che talvolta (per esempio in Poietica, p. 48) raggiunge la perfezione del cammeo:

«Ogni creazione / uno strappo / una separazione. / Ogni segno / la sua ombra / il suo nulla. / Anche la vita /contiene / la sua morte. / La parola /il suo silenzio.»

Non minore nitore e freschezza di immagini mi sembrano evidenti in questi altri versi:

«Il cardo o una rosa / Ogni tanto / rivolto i sogni / come l’aratro la terra. /Poi aspetto /soltanto / il cardo o una rosa.» (p. 71)

O in questo paesaggio metafisico:

«Montagne. / Cattedrali del mondo / spingono / il naso all’insù /per annusare l’infinito.» (p. 97)

Poesie che nella loro disciplinata scrittura mi sembrano trovare la loro giustificazione di poetica, quasi un manifesto di poetica, qui appresso:

«Parole ricercate / Parole / ricercate / nel mare del niente / parole / ripescate e ricucite / artigianalmente /per provare a improvvisare / lampi di senso / un senso / che cuce appena / i lembi del niente.» (p. 90)

Ho provato – non per furore tassonomico, ma per una mia personale esigenza di orientarmi nel giardino della poesia di Nicola – a riconoscere nelle sue composizioni alcune tipologie ricorrenti: poesie-bilancio-di-vita o poesie-di-ripartenza; poesie-buongiorno e poesie-buonanotte; poesie-volta-pagina ovvero poesie-esortazioni-a-se-stesso; poesie di ispirazione mistico-ecologica, poesie- rêverie ecc. Altre potrebbero trovarne sicuramente i lettori, come io stesso ne ho trovate. Non le ricordo tutte qui, per non privarli del piacere di un loro personale esercizio classificatorio.

Voglio soffermarmi in questa mia nota solo su una poesia, la prima del suo libro. Ho cercato, cioè, di rispondere con Nicola stesso alla domanda martellante che egli si pone in questa specie di lirica-manifesto (Chiamo verità) provando a dirci che cosa sia la verità per lui. Già il verbo “chiamare” usato nel titolo la dice lunga, nascondendovi una felice ambiguità, a mio parere. Perché la verità, che certo non è imprigionabile in una formula o una definizione, può essere “chiamata”, ma non nel senso di “definita”, “formulata”, ma nel senso di in-vocata, attesa. Un linguaggio evidentemente di sapore mistico, almeno in filigrana, questo di Nicola, inequivocabilmente lo stesso dell’amato che “chiama”, che implora, che invoca, che insegue l’amata, in “una arrampicata in solitudine”, come recita il verso conclusivo.

Siamo, dunque, sin dalla prima pagina, davanti ad una ricerca appassionata quanto necessariamente incerta, non si sa se destinata al successo o al fallimento. Rimane il fatto che la verità sia cercata e che insieme se ne riconosca l’epifanicità, ovvero la sua gratuità, il suo non poter essere più che il bagliore di un attimo: insomma, paolinamente, uno sprazzo (sempre accecante) di luce, anche quando si configurasse solo come un’increspatura, una sfumatura casuale. Benché, insomma, Nicola non osi scrivere questa parola, verità, con l’iniziale maiuscola, parere a me di assoluta evidenza che “verità” sia per Nicola un altro modo per dire l’Assoluto, perché la verità, così Nicola chiude il suo manifesto, non è lei ad aver bisogno di me, ma io ad aver bisogno di lei.

Sono andato avanti nella lettura per vedere se ci fossero nel seguito del libro le risposte / la risposta così ardentemente cercate/a, risposte o almeno sprazzi di risposte. Mi è parso trovarne in molte pagine, per esempio a p. 109, dove Nicola sembra pronto a firmare un almeno provvisorio armistizio in quella specie di “lotta con l’angelo” che è la sua ricerca poetica: “alla fine mi arrendo / trovo un accordo / con me stesso, /provvisorio”. Un rassegnarsi che, però, non è un rassegnare le armi, ma solo un provvisorio dire basta, un concedersi una tregua. Il cammino di Nicola poeta io credo sia, infatti, appena incominciato. Sarà anche per noi una scoperta camminare con lui, cercare di comprendere meglio il gioco a nascondino delle sue domande e delle sue risposte. Chi sono per esempio le sirene ammaliatrici che eroicamente Nicola decide, a questa svolta della sua vita, di non ascoltare più? Quali i conti già regolati o che rimangono da regolare? In un anno dantesco come questo 2021, direi che quella di Nicola è una poesia radicata nel qui ed ora ma con inclinazioni metafisiche evidenti. Cos’è infatti il titolo di p. 17, Ad un certo punto, se non un’attualizzazione del dantesco «Nel mezzo del cammin…». Cosa davvero Dante intendeva dire nel suo memorabile incipit se non la voglia di fermarsi a pensare, per provare a dire basta, a non farsi più incantare dalle «serene», ovvero da quei miraggi di verità, di beni parziali che «nulla promission rendono intera» (Purgatorio XXX, 32), vale a dire gli idola fori dei carrierismi facili di tutte le risme.

Ritornare dunque a se stessi, nel senso di confessarsi, di tirare bilanci, riconoscendo i propri errori, ma non senza un po’ di «clemenza» anche per se stessi. E questo è molto bello, suona molto cristiano, anzi direi cattolico, perché la religione francescana alla quale Nicola sembra aderire, in letizia, è certo quella del Laudato sì (Ringraziamo ogni tanto, di p. 100, è un’umile riscrittura della lauda del poverello di Assisi), ma è anche una religione della misericordia: bisogna imparare a perdonare anche se stessi per avere il coraggio e la forza di perdonare agli altri, così come imparare ad aver cura di se stessi è indispensabile per imparare ad aver cura dell’altro, del creato in primis.

Ma la cifra, la spinta più segreta della poesia di Nicola mi pare, come ho accennato, di ispirazione paolina, per quel suo franco riconoscere di non poter scappare più, per quel suo coraggioso riconoscere che ad un certo punto vale la pena arrendersi (vd. Trascurabili imprevisti, p. 109): arrendersi alla verità e alla luce che, talora, piove inattesa sulla nostra tenebra, inondando i nostri occhi e … i nostri polmoni. Che, in Soffiatemi dentro (p. 58), hanno fame di aria nuova, pulita, come un otre nuovo ha sete di vino novello, non di vino vecchio (Luca 5, 37-38).

E qui chiudo con questa, si spera non troppo idiosincratica lettura della poesia di Nicola. Alla quale auguro di continuare ad essere scavo (morale) della parola, ricerca vera di nuovi sensi e nuovi balsami per le nostre umane ferite, e mai prestidigitazione in sé conchiusa.