Pio Rasulo

E’ trascorso meno di un mese da quando Pio Rasulo ci ha lasciati, chiudendo il 17 dicembre a Taranto, città di adozione, la sua lunga parabola terrena. Era nato, infatti, nel 1926 a Stigliano, paese della montagna materana, da cui non si era mai separato, pur essendo stato spinto dalle circostanze della vita a viverne lontano fin da piccolo. Con lui scompare una figura importante del panorama culturale e letterario meridionale, che fu anche un appassionato cantore della lucanità.
Intendo qui rendere omaggio alla sua memoria, perché a lui sono stato legato da un antico rapporto di amicizia, che andò consolidandosi nel tempo, non ostanti la lontananza, la differenza di età, il divario enorme dei nostri ruoli professionali. Pio, infatti, tra le molte e belle qualità annoverava una cultura mai ostentata e una umiltà non ipocrita, che lo inducevano a creare relazioni significative, soprattutto con i giovani. Per questo, quando ero ancora giovane studente, io potei stabilire un rapporto intenso e fecondo con lui, che già era docente universitario e scrittore molto apprezzato.

Pio Rasulo
Come molti sanno, Pio Rasulo ha svolto un’intensa ed eclettica attività: oltre che docente e dirigente scolastico, fu giornalista, scrittore e poeta. Già nel 1954 pubblicava la sua prima silloge poetica, I canti del Basento, e poi il saggio Cultura e società del Mezzogiorno, che rivelavano un profondo attaccamento alla sua terra e un forte interesse per i problemi del Sud. Come attestano, peraltro, le accurate indagini sugli insediamenti arbëreshë nell’Italia meridionale e, in particolare, in Basilicata, che diedero vita al volume Tradizioni popolari degli Arbëreshë .
Direttore didattico di ruolo come vincitore di concorso ordinario nel 1965, operò per alcuni anni a Bernalda, finché nel 1972 fu nominato direttore delle scuole italiane in Benelux.
Nel 1973 è assistente ordinario di Letteratura italiana all’Università di Salerno e nel 1976/77 professore incaricato di Estetica all’Università di Lecce. Tre anni dopo, un’importante missione culturale in Medio Oriente lo vede impegnato in Libano, Giordania, Irak e Cipro. Divenuto titolare della cattedra di Estetica nel 1982, sempre nell’Università della città salentina, pubblica il saggio L’estetica di Mario Pagano. Nel 1992 è insignito dal Presidente della Repubblica della medaglia d’oro come benemerito della Cultura e dell’Arte.

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Tratteggiata per sommi capi la multiforme e intensa attività pedagogica, letteraria e culturale di Pio Rasulo, desidero a questo punto condividere solo alcuni fra i tanti e cari ricordi personali che mi legano alla sua persona.
Innanzi tutto quello, ben vivo nella mia mente a dispetto dei molti anni trascorsi, che evoca il mio primo vero incontro con lui: un incontro inusuale e, per certi versi, virtuale. Studente ginnasiale, ero tornato a Stigliano per le vacanze estive e nella vetrinetta del negozio paterno, che era destinata a contenere le novità librarie e che molti ancora non hanno dimenticata, faceva bella mostra di sé il volume La lunga notte della civetta. Fui subito incuriosito sia dal titolo molto suggestivo, sia dal nome dell’autore, che conoscevo per i rapporti di grande familiarità che egli aveva con i miei genitori.
Mi portai il libro in collegio ad Empoli, dove ero ospite dei Padri Scolopi, e lo lessi più volte. Ciò accadeva, per pura e felice coincidenza, poco dopo aver letto Cristo si è fermato a Eboli. Devo confessare che la lettura di quei libri produceva in me due sentimenti forti e contraddittori, perché da un lato acuiva la nostalgia del paese lontano, dall’altro mi aiutava a lenire la sofferenza della lontananza.

L’opera di Pio Rasulo, pubblicata nel 1962, ebbe un grande successo e fu riedita nell’anno successivo con una nuova illustrazione di copertina realizzata da Carlo Levi e con la prefazione di Guglielmo De Feis, che la considerava “un libro nuovo, originale”. Molti critici la ritennero degna di reggere il confronto con le opere di autori più noti e celebrati, che in qualche caso Pio Rasulo non esitò a riconoscere come propri modelli letterari ed etici: Un popolo di formiche di Tommaso Fiore, Fontamara di Ignazio Silone, Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro, Contadini del Sud di Rocco Scotellaro e, infine, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Non è azzardato affermare ora che La lunga notte della civetta possa essere considerata un classico della letteratura meridionalistica.
Con il passare del tempo il libro, però, diventò introvabile e io purtroppo ne rimasi privo, per la mancata restituzione da parte di un amico cui l’avevo prestato. Ne parlai spesso con Pio, che molto se ne dispiacque. Fu l’occasione per invitarlo a pensare all’ipotesi di una ristampa. Egli vinse le perplessità iniziali e a distanza di circa mezzo secolo l’opera fu riedita dalla casa editrice Il Coscile di Castrovillari.
Io fui ben contento di accettare l’invito dell’autore a presentare a Stigliano nell’agosto del 2009 quel libro che mi era caro per molte ragioni. Lo consideravo un libro meraviglioso e di grande attualità. Mi pareva infatti che, proponendo un viaggio antropologico attraverso i paesi lucani di cui si rappresentavano magistralmente i miti e le leggende, gli usi e i costumi, le tradizioni e le superstizioni, Pio Rasulo non si limitava a raccontare con toni elegiaci il patrimonio irrinunciabile di un passato ricco di memorie e di tradizioni, ma riusciva a rappresentare lucidamente il convulso passaggio dal mondo contadino alla società industriale. Aiutava così a comprendere i mutamenti che, in un groviglio di contraddizioni, aveva prodotto nell’assetto sociale ed economico del Mezzogiorno l’irruzione caotica della modernità.

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Nel 1994, nel tardo pomeriggio di una domenica di fine settembre ricevetti a casa mia la visita, tanto inaspettata quanto gradita, di Pio. Aveva saputo della recente pubblicazione del mio primo saggio su Carlo Levi, Gente di Gagliano. Ne parlammo a lungo ed egli sottolineò l’originalità della ricerca sui personaggi del Cristo si è fermato a Eboli, già evidenziata da Giovanni Russo nella sua illuminante prefazione. Gliene donai una copia e dopo pochi giorni mi fece pervenire una sua preziosa testimonianza. Dopo qualche anno mi rivolsi a lui per la prefazione di un secondo saggio, Un Uomo che ci somiglia, scritto per il centenario della nascita di Carlo Levi. Accettò il mio invito senza esitazione e, a conferma della sua generosa disponibilità, assicurò la sua presenza alla presentazione del libro ad Aliano in una sera di aprile resa indimenticabile dalla presenza di un pubblico numeroso, non ostante la copiosa nevicata fuori stagione.

Numerose volte incontrai Pio Rasulo non solo in occasione di convegni letterari a Stigliano, Aliano, Taranto, ma anche privatamente a casa mia o in casa della sorella Antonietta nelle sue fugaci apparizioni estive nel paese natale. Ne ero davvero contento, perché con lui mi intrattenevo volentieri e lo ascoltavo sempre con grande interesse.
Dopo il mio trasferimento a Parma intercorsero fra noi frequenti e lunghe conversazioni telefoniche, almeno fino a due anni fa. Amavamo ricordare storie, fatti e persone delle nostre famiglie. Pazientemente egli si sforzava di spiegarmi i motivi di una nostra lontana parentela, ma i suoi tentativi risultavano vani, perché nella ricostruzione a un certo punto finivo per perdermi.
Spesso mi chiedeva informazioni di mia sorella Rosa, che agli inizi degli anni Settanta lui aveva guidato nella preparazione al concorso magistrale, brillantemente superato. Mi piace immaginare che fra le persone care che ora fanno corona a Pio al cospetto dell’Eterno, possa esserci anche lei insieme con i suoi genitori Giuseppe e Lucia, con il fratello Giovanni e l’amatissimo nipote Alessandro, scomparso giovanissimo per una tragica fatalità.

Angelo Colangelo

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