L’albero e la Croce, ricordi del Calvario a Stigliano

L’albero e la Croce, ricordi del Calvario a Stigliano

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l'albero e la croce, i riti del Calvario a StiglianoG. Ferrari. Sacro monte di Varallo

L’avvicinarsi della Settimana Santa – con i suoi riti, le processioni, la via crucis, l’adorazione della croce – ha fatto riemergere lontani ricordi del luogo del Calvario a Stigliano.
Nella prima metà degli anni Sessanta, come molti ricorderanno, il sito del Calvario era ubicato in località Noci, su una piccola altura che sovrastava la rotabile 103 in prossimità della curva, pochi metri sopra la vecchia fontana del Pilaccello. Il Calvario, nella tradizione cristiana, è il luogo in cui Gesù fu crocifisso.

Brueghel, Salita al Calvario

Secondo la narrazione dei Vangeli sorgeva su una collina appena fuori Gerusalemme, chiamata Gòlgota (in aramaico= teschio). In molti comuni italiani è presente un sito che ricorda l’altura del Gòlgota. In genere è costituito da una serie di cappelle o da una semplice croce. A Varallo Sesia, in Piemonte, sorge il più spettacolare Sacro Monte finora edificato. Con gli altri Sacri Monti piemontesi e lombardi, è Patrimonio Unesco dal 2003. Giovanni Testori lo definì “Il gran teatro montano”: un’opera realizzata alla fine del Cinquecento, in pieno clima controriformista, per arginare l’eresia protestante, ma anche per dare ai credenti un luogo che ricordasse Gerusalemme, allora irraggiungibile dai pellegrini cristiani a causa del pericolo musulmano.

Negli anni ’60, il Calvario di Stigliano era simboleggiato da una robusta croce in cemento che si elevava su un piedistallo a gradini. Durante l’anno numerose persone sostavano ai piedi della croce per meditare, conversare o semplicemente per osservare il panorama. Solo il venerdì Santo, il sito era preso d’assalto da una folla immensa di cristiani. Era il giorno in cui alcune vie del paese si trasformavano in palcoscenico e il popolo dei credenti – diviso in due cortei, partiti rispettivamente dalla cappella dell’Addolorata e dalla Chiesa Madre – seguiva la statua della Madonna e del Cristo morto. Come una pièce teatrale dalle origini barocche, la popolazione rievocava la Passione di Cristo lungo le vie del paese. Un corteo di donne, avvolte negli scialli neri di spugna, seguiva la statua della Madonna che cercava il figlio morto in croce. I due cortei si congiungevano in piazza Garibaldi con la folla ammutolita che ascoltava l’omelia di un predicatore francescano venuto da fuori. Tra i membri delle confraternite e la folla di cristiani si distinguevano alcuni “fratill” con il capo cinto da una corona di spine, donne che in segno di devozione camminavano a piedi nudi, o ragazzi che roteavano le troccole di legno, producendo un suono rauco, simile ad un lamento funebre.

Antonello da Messina

Ad una dozzina di metri dalla croce, più in basso, si elevava maestosa una grande quercia. L’albero, d’estate, con la sua ombra imponente dava asilo alle cicale e a chi cercava refrigerio o desiderava chiacchierare, osservando la campagna che degradava verso il tavoliere. Le fronde scosse dai venti diffondevano nell’aria una musicalità dai toni agresti. Ripensando a quell’albero, da adulto, il paragone con alcune querce storiche è stato automatico. La farnia che si elevava sul piccolo poggio alla “curva dei Noci” ricordava la quercia profetica che gli elleni veneravano nel Santuario di Dodona in Epiro; la grande quercia che accoglieva e ristorava i pellegrini ebrei sul Monte Tabor; oppure la quercia sacra dedicata a Giove che i romani adoravano sul Campidoglio. La quercia delle Noci svettava all’estremità del paese, a pochi metri dalla fontana del Pilaccello, dove uomini ed equini facevano l’ultima sosta per abbeverare la vestia prima di entrare o uscire dal paese. Un albero-limite, dunque, che svettava sul punto dove l’urbe cedeva il passo alla natura; dove il domestico si abbandonava al selvatico. L’albero accoglieva i forestieri e salutava chi partiva con il fruscio delle sue fronde.
La Croce e l’Albero svettavano sul versante est del paese, nella direzione dove nasce il sole. L’albero era il simbolo di una spiritualità antica che ancora persisteva nella comunità. La croce, invece, era lì a ricordare il Sacrificio di Cristo, pilastro del Cristianesimo. In quel punto geografico del paese, religione della natura e credo rivelato continuavano a dialogare in completa armonia.
Con la fine del mondo contadino e la nascita di un nuovo modello sociale, essenzialmente fondato sul terziario, la comunità si emancipa dal passato e, al contempo, allarga i suoi confini. Negli anni ’80, il “poggio delle Noci” viene spazzato via da uno sterro per far posto ad un nuovo fabbricato. Un intervento che, in pochi giorni, cancella due simboli che a lungo avevano reso sacro quel luogo del paese. L’albero viene trasformato in legna da ardere e la croce smantellata.
La nuova società del terziario, nata dalle ceneri del mondo contadino, pastorale e artigianale, non solo ha fatto evaporare le antiche tradizioni ma ha anche allentato i legami con la fede. La nuova sede del Calvario viene trasferita su una piccola altura che precede il nuovo quartiere Labbruto, sorto, in quegli anni, alla periferia est del paese. Il nuovo simbolo non è più rappresentato da una solida croce in cemento (espressione di una fede tenace) ma da una semplice croce in legno assediata da sterpaglie ed erbacce. La scarsa manutenzione del sito e la totale assenza di decoro urbano hanno trasformato il Calvario, per anni, da luogo sacro a posteggio prediletto di un carro attrezzi di una vicina officina.

Don Pino, in questi anni, ha fatto riemergere dall’oblio numerose opere d’arte un tempo custodite nelle chiese e nelle cappelle del paese. Sculture e dipinti, alquanto malconci, sono stati restaurati e oggi arricchiscono il patrimonio ecclesiastico, riempiendo d’orgoglio la comunità. A breve, anche l’opera d’arte più monumentale del paese, il grande retablo custodito in Chiesa Madre, sarà sottoposto a restauro conservativo da parte della Soprintendenza.

Anche il sito del Calvario, da troppo tempo abbandonato a se stesso, chiede un ripensamento e una riqualificazione urbana. Abbiamo bisogno di simboli e non solo di beni materiali. All’Amministrazione Comunale, dunque, il compito di ridare dignità, decoro e senso del Sacro al luogo del Calvario.

Mimmo Cecere

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