La manifestazione antinucleare a Stigliano del 1980

La manifestazione antinucleare a Stigliano del 1980

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Nonostante le proteste di Scanzano Jonico (2003), la possibilità che la Basilicata possa “ospitare” ancora il sito unico nazionale dove stoccare le scorie nucleari (1) rimane aperta. Bisogna prendere atto che il governo statale, fin dagli anni ’70, ha praticamente assegnato alla Basilicata il ruolo di regione pattumiera. In precedenza, a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80, il CNEN (poi CNEL, oggi ENEA) era intenzionato a realizzare nel territorio di Stigliano un impianto di rigenerazione nuclei esausti del reattore francese Superphenix (2), mentre una centrale nucleare di circa 1200 MW era prevista alla Trisaia (poco lontano da dove già esisteva l’attuale sito di stoccaggio).

Era la fine dell’inverno del 1980, quando a Stigliano cominciarono a circolare le prime notizie in proposito. La popolazione entrò in grande fermento: giovani, meno giovani, anziani, tutti presero consapevolezza del pericolo che si stava correndo. Nei giorni a seguire, dalle discussioni di piazza si passò all’organizzazione di veri e propri seminari in materia di nucleare, nelle scuole e in altre sedi non istituzionali. Un combattivo insegnante di chimica e matematica, Artemio De Sortis, instancabile nello spiegare il funzionamento delle centrali nucleari, della fissione e degli impianti di stoccaggio, sottolineava con veemenza la non idoneità del nostro territorio per impianti del genere e i pericoli per la salute e la vita della popolazione. Alle parole seguirono i fatti: le due vie di accesso del paese, alla Pineta e sotto il Pastificio, furono presidiate e bloccate con roghi di copertoni per impedire l’arrivo di forze dell’ordine o di eventuali imbonitori politici o istituzionali. In pratica il paese si chiudeva a qualsiasi forma di coercizione e di trattativa. Era più che mai chiaro, da parte degli stiglianesi, l’intento di impedire con qualsiasi mezzo la costruzione dell’impianto in località Torre (territorio del comune di Stigliano, ai confini con Ferrandina, Craco e San Mauro Forte).

Negli anni passati i governi considerarono molte decine di possibili localizzazioni e furono scartate tutte o perché erano troppo vicine a luoghi abitati, a grandi vie di comunicazione, o perché zone franose e soggette ad attività sismiche. La Basilicata presentava una scarsa antropizzazione del territorio e la lontananza da grandi vie di comunicazione, per contro era, e lo è tuttora, interessata da fenomeni franosi e da forti sismicità (nel novembre del 1980 un disastroso terremoto colpì gran parte della nostra regione e l’Irpinia). In caso di terremoto, per tutte le tipologie di impianti nucleari, ancora oggi non esistono adeguate ed efficienti contromisure; e i disastri di Chernobyl, (1986) e di Fukushima (2011) hanno mostrato quali sono le conseguenze sulla salute e i pericoli per la vita della popolazione a causa di fughe radioattive. La Basilicata, pur non rispondendo a tutti i requisiti, fu comunque dichiarata luogo idoneo. La scelta di destinare proprio il territorio di Stigliano a questo scopo fu voluta e caldeggiata in sede regionale e nazionale da Michele Cascino, noto politico di origini stiglianesi, alla cui linea si era adeguato anche l’allora sindaco di Stigliano Domenico Rasulo, e sostenuta dai politici nazionali e regionali. Attraverso una grandissima manifestazione, fortemente sentita, il popolo di Stigliano e una rappresentanza di cittadini dei comuni vicini (Cirigliano, Gorgoglione, Accettura, San Mauro Forte, Craco e Ferrandina) diedero sfogo al loro malcontento. Era il 25 marzo del 1980. Vi aderirono in massa cittadini di ogni età, orientamento politico ed estrazione sociale. Cartelloni, striscioni, bandiere e perfino foglietti disegnati e agitati dai bambini sottolineavano e ribadivano il NO AL NUCLEARE. I partecipanti furono più di ottomila, grazie anche all’apporto dei paesi vicini.

Il corteo percorse le principali vie del paese e del suo centro storico, e mentre il fiume di persone dilagava e riempiva Piazza Garibaldi la coda ancora affluiva dalla fine di Via Cavour. Mai forse nella sua storia Stigliano era stata così compatta e unita.

In sede di consiglio comunale il sindaco Rasulo fu messo in minoranza dai suoi stessi alleati di partito e dall’opposizione. La discussione e le votazioni giunsero ad una conclusione inequivocabile: NO AL NUCLEARE A STIGLIANO. Qualche giorno dopo, un numeroso gruppo di stiglianesi, guidati da esponenti della giunta e rappresentanti dei locali partiti della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano, si recarono a Potenza, presso la sede del governo regionale della Basilicata, per manifestare il dissenso della nostra comunità alla scelta di destinare il nostro territorio a sede dell’impianto di rigenerazione nucleare. Furono ricevuti dall’allora presidente Verrastro, il quale dichiarò che se Stigliano avesse accettato la costruzione dell’impianto avrebbe potuto chiedere ed ottenere tutto quello che voleva (strade, finanziamenti per opere pubbliche, ecc.) prima ancora che iniziasse la costruzione dell’impianto stesso. Il secco rifiuto degli stiglianesi chiuse la questione. Con il senno di poi qualcuno si chiede se non fosse stato meglio accettare la proposta fatta in sede regionale: oggi avremmo strade efficienti, attività produttive, e una popolazione ancora numerosa e attiva. Altri sottoscrivono le scelte fatte perchè si preferì salvaguardare il territorio, l’agricoltura, la salute delle nostre popolazioni e forse la vita stessa. D’altra parte a cosa ci sarebbe servito tutto quel benessere se fossimo stati costretti a vivere nella paura? Alcuni se ne sarebbero fatta una ragione, altri avrebbero scelto di andare via dal paese, lontano da quell’incubo. Forse non sarebbe cambiato molto rispetto ad oggi, o forse sì. L’unica certezza è che quella scelta, quella decisione ci ha permesso di vivere fino ad oggi senza la preoccupazione di un’incombente minaccia.

(1) Le scorie sono atomi radioattivi di vari elementi che vanno dai prodotti che si formano durante la fissione dei nuclei di uranio e di plutonio quando liberano calore, ai prodotti di attivazione che si formano per ulteriori trasformazioni dell’uranio durante la liberazione di energia. I rifiuti radioattivi si formano invece per irraggiamento dei materiali da costruzione presenti nei reattori. Tali rifiuti devono essere mantenuti in isolamento (per 15.000 o 200.000 anni, a seconda del tipo) da qualsiasi contatto con le acque e con esseri viventi. Un adeguato cimitero per le scorie radioattive dovrebbe essere situato in una zona a bassa densità di popolazione, con vie di accesso sicure e protette per la movimentazione di materiali di scavo e per la continua movimentazione dei contenitori dei materiali radioattivi da seppellire; deve essere sicuro da movimenti tellurici nelle migliaia di secoli in cui i rifiuti devono avere tempo per perdere la loro radioattività; deve essere sicuro da infiltrazioni di acqua che potrebbero corrodere, in tempi così lunghi, i contenitori e disperdere gli elementi radioattivi e tossici. Le scorie radioattive emettono continuamente calore che deve essere disperso con impianti di ventilazione i quali devono funzionare finché i depositi esistono; l’interruzione della ventilazione comporta pericoli di fughe radioattive.
(2) Il Superphénix era una centrale elettrica nucleare francese la cui costruzione venne approvata nel 1972 e la produzione di energia iniziò nel 1985. L’impianto fu gestito da un consorzio costituito in maggioranza dalla francese EDF, la quale deteneva il 51%, e l’italiana ENEL con il 33%. Rimase attiva fino al 1996 e l’anno successivo venne chiusa definitivamente. Le ultime barre di combustibile furono rimosse dal reattore nel 2003 e sono ora stoccate in vasche di raffreddamento. Il materiale radioattivo del circuito primario che si trova ancora nel nucleo del reattore deve essere mantenuto a 180 C° di temperatura (con enormi consumi di elettricità).

Salvatore Agneta

Le foto, gentilmente concesse dall’ archivio “L’Urrrlo del Colombo”, sono di Umberto Tricarico.

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