La grande illusione

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Il cinema in 3D imperversa ormai pomposo e incontrastato nelle sale cinematografiche di mezzo mondo. Una terra promessa della settima arte che, a fasi alterne, da circa un secolo ritorna alla ribalta senza riuscire però a conquistare il completo gradimento del pubblico. Di Giuseppe Colangelo. Lo scontro di opinioni tra coloro che amano o detestano il cinema tridimensionale si protrae da un lasso di tempo più o meno lungo come l’intera storia dell’universo in celluloide. Da sempre molti spettatori lamentano fastidio per il necessario uso degli appositi occhiali, per la perdita conseguente di luminosità delle immagini fruite o per gli eventuali rischi igienici. I produttori, invece, continuano a proclamare il crescente affermarsi di questo tipo di film sciorinando, cifre alla mano, numeri da capogiro al box office. Per non parlare della loro recente assurda propensione a rimodulare in questo formato capolavori e non del passato con risultati tutt’altro che esaltanti.

Opere concepite e realizzate in un determinato contesto storico, culturale e sociale, che proprio nella loro identità intrinseca conservano intatto nel tempo il valore estetico ed emozionale. Ne è un esempio la recente disertata riedizione in 3D de L’ultimo imperatore (1987) di Bernardo Bertolucci. Pietra miliare della storia del cinema, premiata nel 1988 con ben 9 Premi Oscar, la cui straordinaria fotografia in 70mm curata dal maestro Vittorio Storaro non ha certo nulla da invidiare ai pallidi esperimenti tridimensionali. Un’operazione ai più incomprensibile stigmatizzata dal lapidario commento di Claire People, la moglie del grande regista italiano: «… Ma quale 3D, è il film che conta.»

Parole che si aggiungono a quelle pronunciate più volte dallo stesso James Cameron considerato a ragione, dopo il fortunatissimo Avatar (2009), il risuscitatore della contraddittoria terza dimensione cinematografica. Cineasta che, nonostante il successo del suo film dalle superlative qualità tecnologiche, ritiene che il 3D sia semplicemente un’alternativa al 2D, solo una tecnica diversa, da usare quando serve. E questa dovrebbe essere una prerogativa artistica, una precisa scelta degli autori. Ciò che non accade con la miriade di scadenti trasposizioni le quali, al di là della conseguente proiezione tridimensionale, rivelano d’acchito come il regista che ha girato un determinato film in modo tradizionale non abbia affatto preso in considerazione gli accorgimenti necessari per rendere efficace una eventuale futura riedizione in 3D. Quindi seguendo il ragionamento di Cameron, tutte le conversioni dal 2D al 3D delle vecchie pellicole, dai cartoni al capolavoro di Bertolucci, si riveleranno solo un inganno per il pubblico.

Ma come nasce questo tipo di film? «La prima proiezione pubblica in 3D si tenne il 10 giugno del 1915 all’Astor Theater di New York» scrive Patrick Robertson nel suo “Il Guinness del cinema”, Gremese Editore, Roma 1993. «Il programma era composto da tre cortometraggi: il primo mostrava scene di vita rurale negli Stati Uniti; il secondo, una selezione di scene tratte da Jim, The Penman (1915) di Edwin S. Porter, con Harold Lockwood e John Mason: il terzo era un documentario di viaggio alle cascate del Niagara… L’esperimento non ebbe successo, per lo stesso ordine di motivi che si ripresenteranno quarant’anni dopo.»
Pessimismo ribadito anche da Lynde Denig che sul Moving Picture World dice: «… Le immagini tremolano come riflessi sulla superficie di un lago. Con grave disturbo alla comprensione stessa della trama del film; allo stato presente di perfezionamento, dunque, il cinema tridimensionale sembra non avere un futuro commerciale.»
Tuttavia, pur se a tappe molto distanti fra loro, il cinema in 3D continua a ripresentarsi ostinato ai nastri di partenza. Così, nel 1922 viene proiettato il primo lungometraggio in questo formato. Si tratta del melodramma Power of Love (1922) di Nat Deverich, con Terry O’Neal e Barbara Bedford. Ma per vedere il primo esempio di film sonoro bisogna aspettare il 1936, quando l’italiano Guido Brignone dirige Nozze vagabonde (1936), con Leda Gloria, Maurizio D’Ancora ed Ernes Zacconi. Seguito undici anni dopo dalla prima pellicola sonora a colori Robinson Crusoe (1947) di Alexander Andreyewesky, con Pavel Kadochnikov e Yuri Lybimov, prodotta nell’allora Unione Sovietica.

Poi, come scrive John Kobal: «… quando Gig Young, in Arena (1953) di Richard Fleischer, tira un pugno agli spettori nel primo film in 3D della MGM, una volta esauritasi la novità di essere presi a cazzotti in faccia dai propri attori preferiti, la mania per questo tipo di visione scomparve da un giorno all’altro.»
Come spiegare dunque, dopo lunghi anni di tentativi frustrati, l’attuale massiccia invasione sugli schermi di pellicole in 3D? A scorrere le cifre che circolano sui presunti cospicui risultati economici verrebbe da pensare a un fenomeno di grande successo. Ma se invece di leggere l’ammontare degli incassi, come amano fare gli americani, si andassero a contare le presenze, come prediligono i francesi, si potrebbero avere molte sorprese. Basta confrontare i primi due film in testa alla classifica dei proventi mondiali più alti di tutti i tempi. Secondo i dati aggiornati al 27 agosto 2013, facendo riferimento ai favolosi introiti di Avatar (2 782 275 172 $), i quali hanno superato il record di Titanic (2 185 372 302 $), sempre di Cameron, abbiamo una differenza che fa pensare a un maggiore numero di presenze del primo rispetto al secondo. Calcolando invece il numero di spettatori paganti e il differente costo dei rispettivi biglietti d’ingresso, -nel nostro paese 12,50 € Avatar in 3D e 14.500 Lire (7,31 €) Titanic-, allora i rapporti improvvisamente s’invertono. Un po’ come accade nel calcio, in cui ai giocatori in attività degli ultimi tempi vengono attribuiti come goal anche le autoreti conseguenti a un loro tiro: quante sarebbero quindi oggi, applicando lo stesso metro di giudizio, le marcature di Silvio Piola, Gunnard Nordhal, Gigi Riva e Marco Van Basten?

Forse, l’unica spiegazione plausibile a giustificare l’intensificarsi delle produzioni in 3D, risiede nel tentativo estremo di arginare il dilagante fenomeno della pirateria. Una piaga che va sempre più dilatandosi e che ha già messo in ginocchio ampi settori del mercato musicale e degli home video. Tuttavia, se il risultato di questo grosso impegno produttivo, con notevoli aggravi per lo spettatore pagante, è perlopiù paccottiglia farcita di furbizia e di qualche falce affilata che sbuca dallo schermo per terrorizzare la platea, allora anche la lotta alla pirateria potrebbe essere solo un alibi, il perpetrarsi di una grande menzogna.

Giuseppe Colangelo

(Per gentile concessione della rivista “Qui Libri”, BookTime Editore, Milano 2013)

 

 

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