La fine di un mito

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Così, tra nostalgia e ricordi, tra tristezza e rimpianti, un’epoca storica sembra emblematicamente concludersi  proprio con la scomparsa definitiva delle antiche e ultime vestigia medievali di Stigliano. Domenica 9 febbraio 2014, alle ore 12:45, un boato spaventoso ha improvvisamente rotto il silenzio del centro storico di Stigliano: un costone roccioso della rupe su cui sorgeva il castello medievale si è staccato, scivolando a valle come una valanga. Centinaia di metri cubi di detriti e di massi hanno invaso e distrutto il boschetto sottostante, minacciando e lambendo anche le prime abitazioni del centro abitato.
Questo episodio è l’ennesimo di una lunga serie di crolli che dall’inizio del secolo scorso hanno interessato il castello di Stigliano, del quale, a seguito di numerosi rimaneggiamenti e demolizioni, rimaneva solo la rupe su cui sorgeva, e alcuni resti delle antiche mura.
Purtroppo, questo ulteriore crollo sembra un simbolo, o una maledizione della storia, che si vendica a modo suo contro l’incuria, l’abbandono e  l’oblio a cui l’uomo aveva condannato la memoria e i luoghi della sua gloriosa storia passata.


Così, tra nostalgia e ricordi, tra tristezza e rimpianti, un’epoca storica sembra emblematicamente concludersi  proprio con la scomparsa definitiva delle antiche e ultime vestigia medievali di Stigliano, il cui simbolo era plasticamente  raffigurato da questa rupe maestosa e imponente che dominava, dall’alto dei  suoi 915 m. sul livello del mare, il centro abitato e tutta la provincia di Matera, fino alla Puglia e al mar Jonio.
Questo breve video vuole perciò essere un omaggio al castello, che fu dei Della Marra, e quindi alla nostra storia, alla nostra memoria e alle leggende che da bambini ci raccontavano sui misteri del castello e delle sue grotte interne, in cui si nascondevano briganti, lupi mannari e monacelli.
A voler fare un breve viaggio a ritroso nei nostri ricordi, certamente il castello e i palazzi signorili che lo circondavano occupano un posto importante, sia per il loro significato storico sia perché tutti, non solo da bambini, frequentavamo quei luoghi, divenuti un set ideale per giochi e scorribande.
Dall’alto del suo belvedere si dominava tutta la provincia di Matera, si contavano i Comuni, si ammirava il luccichio del mare, si giocava a chi vedesse più paesi anche oltre la Lucania, laggiù in fondo, fino alla Puglia.
Oppure quando, nelle primavere festose e spensierate, a gruppi salivamo in cima alla rocca, per goderci lo spettacolo delle rondini che a centinaia ci lambivano, sfrecciando come saette. E forse in tanti ricorderanno ancora quel gioco maldestro che era stato inventato per catturare le rondini in volo: utilizzando un pezzo di carta o una pagina di quaderno, si praticava un buco al centro e la si avvolgeva intorno ad una pietra, lanciandola  in aria, giù per la rupe. Il sasso subito cadeva, mentre il foglietto bucato rimaneva a volteggiare: chissà perché, le rondini correvano verso quel foglio e le più sfortunate rimanevano impigliate nel foro, cadendo a valle, per la gioia dei tanti bimbi che correvano a perdifiato per catturarle.
Quel luogo romantico era anche un sicuro rifugio per i ragazzini innamorati, che dall’alto di quel belvedere panoramico si scambiavano i primi innocenti baci e le prime definitive promesse.
Ma andando ancora più indietro nel tempo, quando la miseria aggrediva i nostri Comuni, e nelle case si viveva al lume delle candele, senz’acqua e senza servizi, la torre del castello, con il suo possente orologio che batteva le ore e le mezze ore, era un sicuro punto di riferimento. Era il nostro istituto Galileo Ferraris, che batteva il tempo con assoluta precisione, indicando l’ora ai contadini che andavano per i campi, o ai viaggiatori vicini e lontani, che dovevano raggiungere la via maestra per arrivare alle stazioncine del Basento. Di quell’orologio, che alcuni anziani ancora ricordano, si è persa ogni traccia, inghiottito dal malcostume amministrativo e dall’indifferenza generale, come i tanti fontanili rionali.
Ma la cosa ancora più curiosa, da raccontare con la dovuta pudicizia, riguarda l’uso che per anni s’è fatto della scarpata  circostante il castello, quando alla miseria diffusa corrispondeva anche l’assenza dei più elementari servizi igienici. Ebbene, per chi non lo sapesse, una volta i bagni erano all’aperto, e per una sorta di pudore la sera si usava uscire prima del tramonto, alla chetichella, e a piccoli gruppi, per raggiungere i posti prestabiliti dove ognuno poteva soddisfare i propri bisogni fisiologici.
E la scarpata sotto il castello, protetta dall’ombra e dagli arbusti, era il posto più sicuro ed anche il più panoramico dove gli abitanti del rione circostante avevano il diritto di poter concludere il ciclo  fisiologico delle proprie funzioni metaboliche.
Sono ricordi, ovviamente, e ognuno ha i suoi, legati indissolubilmente alla magia di quei luoghi. Ce li portiamo dentro distrattamente, quasi a vergognarci di un passato con poche luci e tante ombre. Però adesso, questo improvviso crollo ce li ha riproposti tutti in una volta, e lo testimonia l’emozione con cui tanti cittadini, appena dopo la frana, e ancora oggi, si sono recati e si recano come in processione a visitare lo scenario desolante di quei ruderi sventrati.
Quei massi e quei detriti hanno un aspetto triste, perché in un certo senso rappresentano la fine di un mito, avendo ridotto in polvere leggende e ricordi a noi tanto cari. Ci testimoniano –anche- (se ancora ve ne fosse bisogno) che anche la storia si sbriciola quando non si sa più custodirla.
Senza cadere nella retorica, si può però immaginare che adesso quei detriti ci interrogano: loro che per secoli ci hanno guardato dall’alto in basso, loro che hanno assistito a tutti gli scempi urbanistici che intorno si compivano, loro che sapevano e nulla hanno potuto opporre, adesso ci pongono domande ineludibili e angoscianti, attraverso il loro doloroso sacrificio.
Naturalmente questo sfogo amaro non è ideologico e non ha bersagli da colpire, piuttosto è una riflessione a voce alta che proponiamo a tutti i cittadini e agli organi istituzionali, affinché si faccia tesoro, una volta per sempre, di quello che il dissesto idrogeologico galoppante ci manda a dire.
Stigliano non è più una potenza economica, non è più un Comune orgoglioso e valente, e forse andrebbe stilata una lista definitiva degli errori storici che ci hanno visto soccombere, mentre il mondo correva, cambiando rapidamente intorno a noi.
Miopia politica, familismo, incapacità progettuale, indifferenza, codardia, fatalismo, sono alcuni dei difetti che storicamente ci hanno accompagnati negli ultimi decenni, fino al punto di spingerci, ormai, sull’orlo della più cupa sussistenza.
Perdendo forza economica e forza sociale, il nostro Comune è caduto preda delle più svariate calamità: dalle frane ai terremoti, dall’emigrazione alla carenza di servizi, dal dissesto idrogeologico alla paralisi degli investimenti, come se adesso tutti insieme questi nodi venissero al pettine.
Ma c’è di peggio che nel frattempo abbiamo lentamente e incautamente dissipato il nostro patrimonio storico-artistico, abbiamo trascurato l’emergenza ambientale, abbiamo lasciato languire nell’indifferenza i problemi legati al dissesto del territorio, per cui oggi si pagano le conseguenze più nefaste.
Sarebbe troppo lungo fare l’elenco degli errori commessi, però a nessuno sfugge che l’attuale degrado è certamente figlio delle inadempienze passate: la natura ha le sue leggi e fa il suo corso, e l’uomo  dovrebbe avere rispetto sia per le leggi sia per la natura. Dovrebbe, cioè, imparare a prevenire le calamità attraverso la manutenzione del territorio, il rispetto dei piani urbanistici, la salvaguardia del patrimonio storico-artistico, il rilancio dell’agricoltura e della zootecnia.
Sono cose semplici da dirsi, ma diventano irrealizzabili quando una comunità lentamente muore, quando gli egoismi individuali sovrastano gli interessi collettivi, quando la cosa pubblica diventa affare privato, quando perisce il senso di appartenenza, quando l’indifferenza generalizzata diventa un tarlo, scavando un abisso tra i cittadini e chi li amministra.
Il crollo della rupe del castello va perciò letto come un monito, un urgente e forse ultimo avviso per tornare a riprendere in mano la storia dei nostri luoghi e dei nostri affetti, prima che sia troppo tardi per poter riannodare tutti i fili che si sono già spezzati.
Con questo video, gli amici di CinicoFilm53, nel rendere omaggio alla memoria e alla storia del grandioso castello di Stigliano, ringraziano ancora una volta tutti i cittadini, gli amministratori, gli uffici e gli operatori del Comune, la protezione civile, i vigili del fuoco, l’arma dei carabinieri, i vigili urbani, le autorità e i volontari che ne hanno reso possibile la realizzazione.

Stigliano 20 Febbraio 2014                                         Il responsabile di CinicoFilm53

Antonio Giannantonio