Il Cineclub “Massimo Troisi” di Stigliano chiude la stagione celebrando Stanley Kubrick

Il Cineclub “Massimo Troisi” di Stigliano chiude la stagione celebrando Stanley Kubrick

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Stanley KubrickStanley Kubrick

Giovedì 23 maggio con la proiezione del documentario “2001 IN 2001 SECONDI” di Gian Luca Margheriti, Simone Galbiati e Monica Diani, prodotto a Milano da “La Tenda Rossa”, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, Excalibur, ļT Comix e Mondadori Bookstore Melzo, si è concluso l’ultimo incontro della rassegna cinematografica 2018 – 2019 organizzata dal Cineclub “Massimo Troisi”.Un appuntamento di gala per rendere omaggio al grande Stanley Kubrick e al suo capolavoro di fantascienza. A raccontare a quanti seguono il nostro sito cosa è stato e rappresenta ancora dopo oltre mezzo secolo di vita questa opera possente, trovate a seguire l’articolo di Giuseppe Colangelo, pubblicato su gentile concessione della rivista “Qui Libri”, e il link del documentario.
Dopo questo evento, il Cineclub “Massimo Troisi” dà appuntamento agli appassionati della settima arte al prossimo mese di agosto per godere all’aperto del fascino e della bellezza che solo i film sanno offrire.

GLI INOSSIDABILI CINQUANTANNI DI 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO

Il 12 dicembre del 1968 esce in Italia 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, il capolavoro di fantascienza che avrebbe consacrato il talento inarrivabile di un regista ancora oggi senza pari.

Di Giuseppe Colangelo

L’uscita in sala di 2001: Odissea nello spazio coincide con un anno fatidico della seconda metà del secolo scorso. Il 1968. È l’epoca in cui la protesta giovanile definisce i termini della critica sociale e il mondo ha tanta voglia di cambiare. Kubrick non è da meno e irrompe sulla scena con un capolavoro che rivoluziona il modo di fare il cinema di fantascienza e non solo.Una pellicola caratterizzata dall’itinerario, misterioso e allucinante, che il regista sceglie per affrontare in qualche modo la storia. Già il titolo incorpora il sostantivo “Odissea”, preludio a una lunga e faticosa avventura che si delinea fin dalla durata della sua lavorazione: un anno per la stesura del soggetto, sei mesi per l’organizzazione del film, cinque mesi di riprese con gli attori, un anno e mezzo di lavoro per gli effetti speciali per un totale di circa quattro anni. È l‘esempio più lucido ed estremo del rapporto di Kubrick con la narrazione. Un lungo racconto, che ignora volutamente ogni regola cronologica legando con un enorme salto temporale la preistoria al dopostoria, capace di risucchiare lo spettatore nel profondo abisso del buio spaziale.
Tutto ha inizio in un deserto roccioso dove delle scimmie si aggirano stupite intorno a uno strano ed enorme monolito nero. Poi uno degli animali comprende che un semplice osso può essere usato come arma. Così arriverà ad uccidere, a nutrirsi di carne e a sottomettere i suoi simili. È l’alba dell’uomo.Lo stesso uomo che migliaia di secoli dopo troviamo in viaggio nello spazio, diretto verso una base scientifica insediata su un pianeta dove è stato scoperto un monolito nero che emette potenti irradiazione verso Giove. Gli scienziati sono convinti che quella lastra di pietra sia stata collocata lì da tempo immemore da una volontà intelligente.Durante il viaggio verso Giove entra in scena il super computer di bordo che governa l’astronave Discovery: Hal 9000. L’unico a conoscere il vero obiettivo della missione. Ma, quando due uomini dell’equipaggio si accorgono che il cervello elettronico ha commesso un errore, decidono di spegnerlo. La macchina però non è disposta a morire e per sopravvivere uccide tutti i membri dell’equipaggio, tranne uno che poi riuscirà a distruggere il computer. Improvvisamente nei pressi dell’astronave compare danzando nel vuoto il monolite nero. Il superstite continua il suo viaggio verso Giove.Infine, l’astronauta, dopo essere stato inghiottito in un vortice di luci e colori sfavillanti, si ritrova in una grande stanza asettica di fronte a un vecchio che non è altri che sé medesimo. Poi lo si vede giacere in un letto, ai piedi del quale si innalza il monolito nero. Subito dopo nello stesso letto il vecchio ritorna nella condizione di feto.
Al di là dei grandi valori estetici e simbolici dell’opera, Kubrick mette in atto una sorta di disubbidienza artificiale, abbandonando i passivi soggetti umani alla mercé del frutto della loro stessa ambizione. Ovvero li sottomette alla volontà di Hal 9000. Così, dopo aver invertito i ruoli dell’uomo e della macchina, la quale pur consapevole di essere giunta al capolinea riesce a non rivelare lo scopo effettivo della missione, Kubrick sembra rivolgersi allo spettatore attraverso la voce del super computer. Ma non fa sconti per accattivarsi le simpatie del pubblico, anzi sembra porlo di fronte a pesanti interrogativi: quale futuro attende l’uomo? Sopravviverà alle sue stesse scoperte e ai condizionamenti di vita che esse impongono?
«Utilizzo le mie capacità nel modo più completo» dice Hal, «il che io credo è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare.»
Il film è talmente sorprendente da condizionare profondamente l’immagine che lo spettatore di allora aveva dello spazio. Nella realtà l’uomo non è ancora sbarcato sulla luna. E Kubrick ce lo porta con un anno di anticipo. Il realismo stupefacente del suo lungometraggio è suffragato successivamente dalle immagini inviate sulla Terra dalla Missione Apollo 11. Immagini che contribuiscono a rendere ancora più realistico il suo sguardo avveniristico.


Un’opera il cui risultato rivela definitivamente le enormi capacità di cui è dotato Kubrick. Un regista che dopo i precoci e brillanti esordi nel campo della fotografia dedica tutto se stesso al cinema. E lo fa con un rigore senza eguali. Per dirla con le parole di Hal 9000 ‘utilizza le sue capacità nel modo più completo’. Intransigente con tutti e con se stesso, maniaco dalla perfezione, instancabile controllore di ogni fase della realizzazione dei propri film di cui spesso si occupa della sceneggiatura e del montaggio, nonché di stabilire con esattezza ogni minimo dettaglio riguardo i manifesti e la pubblicità, Kubrick ama giocare sulle ossessioni, sui meccanismi ludici, sulle simmetrie impeccabili. Un agire con cui elabora un arazzo di rimandi alla letteratura, dalla quale attinge per quasi tutti i suoi lavori come nel caso del romanzo di Arthur Clarke per 2001, alla pittura, alla musica, all’architettura e al teatro. Un caleidoscopio poetico ed estetico difficilmente riscontrabile nella storia del cinema. Lontano anni luce da quel moralismo di maniera che in genere sullo schermo, dopo catastrofi o minacce aliene, si esplicita nella salvezza degli eroi positivi e conclude le sue storie ripristinando lo stato di quiete iniziale.
L’approccio filosofico e la modernità stilistica della pellicola contribuiscono a renderla quanto mai contemporanea. L’incognita irrisolta della vita-morte dell’uomo, l’impossibilità di ogni interpretazione univoca e assoluta dell’esistenza umana, e la claustrofobica atmosfera continuano a suggestionare tuttora il pubblico e a sollecitare nuove e molteplici deduzioni. Un’opera ineguagliabile e necessaria per cercare di comprendere lo smarrimento e la sottomissione dell’uomo di oggi al cospetto del crescente potere persuasivo dell’intelligenza artificiale.
Da vedere assolutamente al cinema nella versione originale restaurata in 70 mm, supervisionata dal regista Christopher Nolan e presentata al Festival di Cannes 2018 in occasione del 50° Anniversario dell’uscita del film.

 

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