Divieto di sosta

Divieto di sosta

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Stigliano (MT), il Centro Sociale

Questa volta, non ho scampo: sono di nuovo qui, nel mio strano paese, e in un giorno di vero inverno, tradito da un sole luminoso, che smacchia la brina sui tetti, restituendoci un odore di primavera all’O.G.M.  Stamattina, alle otto, una cagnetta rossiccia, mandata in calore da un clima birichino, si trascinava dietro un branco di patetici corteggiatori, tra cui un goffo pastore maremmano, che ansimava come una balena spiaggiata.

La salita non mi ha giovato, e nemmeno il paesaggio muto e i colori meticci della vegetazione eroica, che avvolge e strazia gli spenti edifici di questa periferia pensile, e suburbana.
Mi dirigo ad est, dove la montagna rinvia il profumo di cotto tra verde e marrone, che distilla il colore indefinito dell’autunno-inverno, quando non sai se le querce dormono o ruttano sospiri cromatici sospesi, che richiamano la indissolubile sintesi tra corpo e spirito, nella quale trova senso il mistero del nostro essere … esseri, come diceva S. Agostino.
Ho paura di guardare a sinistra … Lì, sotto l’occhio obliquo, spunta l’angolo sdrucito del Centro Sociale, un edificio pubblico, che i Sindacati unitari regalarono a Stigliano, dopo il terremoto del ventitré novembre 1980: quando ero sindaco del mio paese, e mi saziavo la sera degli sguardi dei vecchi compagni, nella stanza piena di fumo della sezione, dove si parlava delle cose fatte, da fare, e da sognare. Ho spinto lo sguardo, e nella torsione passionale del ricordo, ho visto il becco meridionale dell’edificio, ingoiato per metà dalla frana … Sembra un Titanic, prosaico e disarticolato, che in prua non ha le croci romantiche sovrapposte di due amori, prossimi alla fine, ma il volo fugace di un corvo o di … un colombo.

Stigliano (MT) il Centro Sociale

Lì, in quell’edificio, in anni bui e pimpanti, e fino alla ragnatela digitale di oggi, io e gli altri, piccoli nani della cultura, abbiamo presentato le asmatiche fatiche scritte del nostro improbabile desiderio di essere scrittori. La gente plaudiva senza aver letto una sola riga dei nostri deliri …
Ma era bello. Perché a quella gente piaceva l’idea che anche tra di noi ci fosse qualcuno in grado di impugnare, sia pure peccando, un pennino, una biro, o un mouse, per tentare di fare storia, cultura, informazione, o solo “tanta spicciola dialettica illuministica, che scorre da Minerva in giù”, come scrive un amico carissimo, al quale auguro di cuore di aver saldato definitivamente i suoi conti con … Dio. Rientro, digiuno di emozioni. E penso ai tanti passeri scomparsi sotto l’arroganza di falchi, corvi e gazze ladre. Un pettirosso inatteso frigna sul ramo bianco del mio pioppo gigante; poi vola tortuoso nella palude verdissima di cedri e pini. Sono le sedici. Decido di fare visita ad un amico che si sta spegnendo nel reparto di lunga degenza. Sembra un fagottino di carne magra fra quelle lenzuola bianche. Dice di stare bene, e che presto verrà a trovarmi a Bologna, lui che si muove su una sedia a rotelle, spinto da una polacca, che lo imbocca come un pulcino implume. Ed ecco la spinta nomade a lasciare questi luoghi, questo ospedale, quel Centro Sociale, e i tanti volti ridisegnati dal tempo. Penso a Bologna, all’osteria della pace, dove ho incontrato persone occasionali, che ho imparato a conoscere e ad ascoltare, nel loro splendido dialetto, segnato da inflessioni grammaticali perfette, comunque affogate in quella cantilena che pare commuovesse anche Dante. In quella trattoria ho conosciuto Angela, morta di cancro nel giro di sei mesi. Non era bella ma aveva una voce e un garbo che incantavano; e poi Franco Ferri, Carlo, Walter dagli occhi azzurri, Giulio, Marco, Ivan, e Daniela, l’ostessa instancabile che passa dal riso al pianto sulla schiuma di un cappuccino, come una bambina naif vestita di nero, e Jenny, Stefy, un signore garbato di cui non ricordo il nome, e tanti altri. Da quell’osteria passò anche lei, L., che un giorno di neve avrei incontrato al bar di Esselunga. Aveva un cappotto nero e una sciarpa grigia. Arrivò ticchettando sul pavimento, si sedette di fronte a me, rosicchiò un pasticcino, bevve un goccio di prosecco, e poi si asciugò le labbra splendide, fissandomi negli occhi, come si fa con una persona, alla quale si dice addio prima ancora di averla conosciuta. Io mi ero illuso di scrivere un piccolo libro dal titolo svenevole “Un amore a Esselunga”.
La mia stupidità lucana si consumò tutta quel pomeriggio freddo in un supermercato, che frullava gli aliti freddi degli avventori. Non ho più rivisto quella donna, e a me piace pensare che non sia mai esistita. Come non esiste in nessun romanzo immaginario la signora Piera, che però esiste, straordinaria, elegante odalisca, che nel suo incessante andirivieni da un negozio all’altro, illumina un pezzo di via Emilia Ponente, altrimenti buio e anonimo come un pezzo di strada messicano. E se fossi a Bologna? Certo avvertirei l’istinto di tornare qui, in questo paese che cade a pezzi, ma che resiste nella mia memoria come la macchia di un peccato originale.
Che fare, allora? Pubblica ammenda, danza per l’eternità, esercizi spirituali per rendermi grato agli dei, o sognare ancora qualche straccio mnestico di perduto amore? In questa finale acrobazia esorcistica, mi sento elegantemente déraciné.
Tutto è fine. Tutto è inizio. La poesia e la disperazione sono nell’intercapedine di questi opposti estremi, nella quale devi fare in fretta a esprimere un pensiero, un desiderio, o una imprecazione, se vuoi evitare di pagare l’ennesima multa agli agenti invisibili della nostalgia, che già issano un nuovo palo di Divieto di Sosta, per me.

Rocco Griesi
Telefono Cel. 3207025419
Stigliano li 27/01/2015

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