della lucanità

Si suole spesso affermare, incorrendo magari in triti luoghi comuni, che molti individui o addirittura intere comunità hanno atteggiamenti e comportamenti, vizi e virtù, pensieri e stili di vita, che sono strettamente connessi con i loro luoghi di origine. Non si esita, perciò, a ricorrere a sbrigative e apodittiche formule definitorie, entro cui si pretende di circoscrivere lo spirito di persone o di gruppi, collegandolo ad una ideale “anima del luogo”.

Si sono in tal modo affermati e cristallizzati nel tempo alcuni “topoi”, accettati e condivisi se non unanimemente almeno dai più: l’avarizia dei genovesi, la laboriosità dei milanesi, l’ipocrita cortesia dei piemontesi, la fastidiosa boria dei romani, il salace sarcasmo dei toscani, il pacioso epicureismo degli emiliani, la irrefrenabile creatività e lo straordinario spirito di adattamento dei napoletani, e così via dicendo.

Stigliano (MT), foto di F. Cocchia
Stigliano (MT), foto di F. Cocchia

In realtà, quando si sostiene che ciascuno di noi è segnato da ciò che ci trasmette il proprio luogo di origine, si dice cosa che può essere considerata vera, a patto che non s’intenda tale eredità in senso deterministico. E’ più corretto, invece, ritenere che si tratti di un patrimonio originario, che si è ricevuto dai nostri avi e che ciascuno poi ha provveduto a rinnovare e ad arricchire tramite la propria forza e il proprio ingegno, o a svilire e a depauperare per colpa della propria inettitudine o ignavia. Si vuol dire che alla fine, nel bene e nel male, ciò che davvero conta sono le personali e irripetibili esperienze di vita.

Il lungo preambolo serve a puntualizzare che, quando si parla di «lucanità», si indica semplicemente una propensione o un’attitudine degli abitanti della Lucania-Basilicata ad accettare o ad avere come punti di riferimento nel vivere quotidiano alcuni valori come la sobrietà, la discrezione, la riservatezza, l’umiltà, la tenacia, la laboriosità, che sono loro discesi «per li rami» come un prezioso retaggio.

Si tratta, come è facile intendere, di elementi connotativi che, provenienti perlopiù dalla cultura contadina, hanno segnato nei secoli la storia di questa regione. Sono, in altre parole, espressione di un mondo che è da tempo scomparso e che spesso è stato raffigurato da letterati e poeti con arte bozzettistica.

Gli elementi costituivi e distintivi di quel mondo, peraltro, non sono sfuggiti all’attenzione di etnologi, antropologi, sociologi, che hanno fatto della Lucania-Basilicata un interessante campo di ricerca, in cui hanno avuto modo di rinvenire un altro tratto psicologico significativo dei lucani, vale a dire la propensione ad una fatalistica rassegnazione, che si è andata via via trasformando in un marchio mai dismesso del loro carattere.

Ma a questo punto, per avvalorare le nostre considerazioni, è forse il caso di avvalersi di qualche autorevole testimonianza. Chiamiamo, perciò, in nostro soccorso Leonardo Sinisgalli, che per molte ragioni è un alto specimen della “lucanità”, di cui diede in diversi luoghi e momenti e in svariate forme una icastica rappresentazione. Ad esempio, in un’opera del 1975, Un disegno di Scipione e altri racconti, così egli scrive:
«Girano tanti lucani per il mondo, ma, nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all’ombra. […] È di poche parole. […] Non si capisce dove mai abbia attinto tanta pazienza, tanta sopportazione. Abituato a contentarsi del meno possibile si meraviglierà sempre dell’allegria dei vicini, dell’esuberanza dei compagni, dell’eccitazione del prossimo. Lucano si nasce e si resta».

Lo stesso Sinisgalli ci aiuta a cogliere un altro aspetto della lucanità, non meno rilevante ma troppo spesso trascurato o ignorato, che riguarda la predisposizione alla riflessione e alla meditazione dei lucani. Sono, anche queste, peculiarità provenienti da una tradizione plurisecolare, perché in questa terra fiorirono prestigiose scuole filosofiche, che molto contribuirono allo sviluppo del pensiero occidentale.

Leonardo Sinisgalli

Ce lo ricorda il grande poeta di Montemurro nei versi del suo celebre e struggente componimento “Lucania”: «Lo spirito del silenzio sta nei luoghi / della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto, / sofistico e d’oro, problematico e sottile, / divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio / nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce / con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati».

Tra le belle immagini, cui Sinisgalli ha fatto ricorso per tratteggiare lo splendido schizzo della sua terra, assume un pregnante significato quella de “lo spirito del silenzio”. Ed è nota non solo folclorica o coloristica, perché prefigura e lascia balenare allusioni di carattere sociale, etico e spirituale. In realtà, il silenzio, che nei secoli ha dominato sovrano tra i monti e le valli della Lucania-Basilicata, ha segnato la vita degli abitanti di una regione che, tagliata fuori dalle grandi strade di comunicazione, è stata costretta ad un secolare penalizzante isolamento.

Ma il silenzio, se in passato era un velo che lasciava trasparire simulacri di vita, seppur miserevole e grama, oggi sembra essere diventato invece un sudario di morte che avvolge un territorio barbaramente spogliato delle sue inestimabili risorse umane e naturali.

Basilicata

La popolazione regionale si è ridotta in meno di vent’anni di oltre 35.000 presenze, passando dai 597.468 abitanti del 2001 ai 559.084 del 2019, a causa di una forte denatalità e di una paurosa disoccupazione. Il virus dell’emigrazione non è stato debellato e in un secolo e mezzo non ha mai perso la sua forza e ha solo mutato sembianze. In luogo delle masse di contadini analfabeti, infatti, vittime della eterna diaspora sono adesso migliaia di giovani diplomati e laureati, obbligati a cercare altrove le occasioni di lavoro e di riscatto che sono loro negate nella propria terra.

Per moltissimi lucani, pertanto, la Lucania è stata e resta solo il luogo delle speranze tradite, la pallida ombra di un sogno svanito per sempre.

Angelo Colangelo

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