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Centenario della nascita di Rocco Montano

Dopo l’inaugurazione della sede del Centro Studi dedicato all’opera dell’importante critico letterario stiglianese, anche il nostro sito intende celebrare questa ricorrenza pubblicando un suo interessante saggio dedicata ai tormenti di uno dei personaggi più importanti creati dalla penna di William Shakespeare.

Amleto o della coscienza cristiana di Rocco Montano

A mano che nel tempo del romanticismo si fece più sentita la rivolta contro i valori tradizionali della coscienza morale e religiosa, gli spiriti romantici vennero a specchiarsi in Amleto, nella sua malinconia, nel suo incessante interrogarsi, nell’incapacità, o rifiuto, di decidersi, nella sua angoscia di fronte a un oscuro destino. Goethe lo vide come una fragile creatura, un eroe «che è schiacciato da un peso che non può sopportare e non può deporre». E l’immagine è restata. La critica posteriore ha soltanto cercato di trovare la ragione di una fisionomia che appariva sempre più malata e ambigua. Si è parlato di complessi freudiani, di nausea del sesso, che l’autore stesso avrebbe trasmesso a un personaggio fra tutti autobiografico, o di una crisi di valori, pure sentita dal poeta nell’ultimo anno del secolo, quando il dramma fu compiuto. Ma l’immagine dell’eroe perplesso e solitario, oppresso dal dubbio, incapace di distinguere tra male e bene, dovere e rifiuto, non è sostanzialmente mutata.
Ed è, occorrerebbe rendersi conto, un’immagine totalmente deformata. Il tempo della composizione del dramma fu, tanto per cominciare, ben diverso da un tempo di crisi, di vuoto morale. Fu un tempo di intensi, tragici conflitti religiosi, di grandi eroismi, di feroci persecuzioni. Nell’ultimo decennio del secolo ci furono diverse centinaia di martiri della Chiesa cattolica, fatti uccidere, squartare nelle piazze, dalla regina Elisabetta. Ci furono sofferenze, forme di fanatismo calvinista, non già perplessità o assenza. E se leggiamo con un minimo di attenzione vediamo che già al principio dell’Amleto c’è un deciso, scoperto intervento del poeta nella tragica disputa religiosa. Troviamo la presentazione di Claudio, il nuovo re, che ha sposato la moglie del fratello ucciso, che è assorto nella preghiera. Ma l’appello a Dio, egli stesso sente, non giunge in alto. Egli si aspetta che la sua fede, come volevano i protestanti, secondo i quali «la fede sola, senza le opere, salva», riesca a lavare la colpa e faccia in modo che la coscienza  «torni come neve bianca» (mi servo della vecchia traduzione del Carcano). Egli si domanda: «a che vale la pietade adunque/ se la colpa al paragon non viene?» Tutto dovrebbe essere cancellato dall’atto di fede; questo dovrebbe essere «argine al male/ e fonte di perdono quando caggiamo». Ma purtroppo non è così. Egli possiede ancora i frutti del peccato, il trono, la regina.  I cattolici gli avrebbero ricordato, ed egli stesso se ne rende conto, che occorrono gesti di riparazione, atti di pentimento e di rinunzia a ciò che è stato ingiustamente preso. Nella condizione in cui il re si trova, la preghiera è assolutamente vana, la fede è una parola vuota. Ed è, si vede del tutto chiaramente, il poeta stesso che ha voluto presentarci, per un atto di accusa alla religione protestante, la condizione, completamente falsa, del reo che cerca perdono, ma non pensa di compiere le opere necessarie all’ottenimento. La preghiera, vediamo, non è per nulla necessaria allo svolgimento dell’azione. È il poeta che ha voluto mostrarci l’inconsistenza di una posizione protestante di fronte alla colpa e al perdono divino.
Quanto ad Amleto è possibile vedere con anche più netta chiarezza qual è la sua condizione mentale e la sua coscienza religiosa: una coscienza che non potrebbe essere più salda e profonda. Ci basta, per rendercene conto, ascoltare quello che egli dice alla madre in un colloquio segreto in cui egli non ha bisogno di fingersi pazzo, come fa con altri. Il colloquio è il più lungo e importante del dramma, il più centrale. Qui possiamo vedere chi è Amleto. Sua madre, egli sa, e mostra nel modo più preciso, è anche più colpevole del re omicida in ciò che è successo. Essa ha insudiciato la «dolce religione» senza attendere il tempo prescritto dalla Chiesa; ha offerto la possibilità allo stesso re di legittimare la sua delittuosa presa del trono, ha messo sul trono di Danimarca un mostro al posto del nobile re ucciso e lo ha fatto -Amleto rivela- solo per lussuria; ha insozzato i «sacri voti» del matrimonio (sacri, s’intende, dal punto di vista cattolico).
Nessun rimprovero potrebbe essere più sincero, più sostanziato di profonda coscienza religiosa, e anche di amore. E infatti egli cerca di richiamarla dall’infame connubio (egli sa che la Chiesa annullerebbe presto il matrimonio incestuoso), le insegna come vincere la tentazione, fingendo almeno di avere la virtù, anche se nello stato attuale della sua anima, non la possiede. Le dice, ovviamente, di non rivelare a nessuno che egli ha parlato nel pieno possesso dei suoi sensi. Né può essere più chiara, più profonda la consapevolezza che Amleto ha della propria situazione. Egli sa bene che nel suo caso sarebbe ineluttabile la vendetta feudale. Tutto lo sospinge ad agire affinché il criminale usurpatore del regno sia soppresso. L’amore di Ofelia, che egli sa di perdere se si mostra vile, l’amore della madre , che egli non può vedere maritata all’uomo che gli ha ucciso il padre, il bene della Danimarca, l’impossibilità, prima di tutto, per lui di sopportare «dell’oppressor gli oltraggi e del superbo/ la contumelia di schernito amor l’angosce» lo spingono ad agire. La sua vita stessa, come appare dal piano che Claudio subito ordisce, è in grave pericolo. C’è l’ingiunzione del fantasma del padre visto sugli spalti. Ma con la sua profonda sensibilità religiosa Amleto sa bene -in contrasto con tutti gli interpreti per i quali quell’ingiunzione è sacra e Amleto dovrebbe assolutamente ubbidire a essa- che il fantasma può essere un’apparizione demoniaca che si veste di una «grata sembianza» per tentarlo: non può venire da Dio un comando di uccidere. Ma ragioni morali, di affetto, di cura dello stato, di onore, il dovere feudale della vendetta, impongono la rivolta e la soppressione del re.
Amleto è l’ultimo che possa venir meno agli obblighi che il mondo, l’amore per la sua stessa coscienza gli impongono. Ma egli è pure lo spirito più legato alla religione che Shakespeare abbia creato -come si è visto nel colloquio con la madre: nessun uomo di fede avrebbe potuto parlare con un sentimento e una consapevolezza religiosa, cattolica più profonda- e sa che l’uccisione del re, per quanto giustificata da tante ragioni, può significare per lui la perdita dell’anima, la dannazione eterna. E proprio perché queste due istanze, quella del mondo, dell’amore, dell’onore e quella dell’anima sono ugualmente forti, invincibili entrambe nel suo spirito, che Amleto non può agire. Non si tratta di indecisione del carattere. È proprio la grandezza e nobiltà del suo animo, la sincerità del sentimento cristiano che tolgono ogni possibilità di risolversi in un senso o in un altro. È proprio perché certi sentimenti, di orgoglio, di onore, di fede cristiana sono invincibili in lui che egli non può agire. Egli si insulta, si chiama «codardo»; cerca, non essendoci una via d’uscita, di guadagnare tempo, inventa la rappresentazione drammatica con la scusa di voler indagare se è davvero lo zio l’uccisore di suo padre (una cosa di cui egli è più che certo, internamente, fin dal primo momento), accetta di essere mandato in Inghilterra sperando così di allontanarsi dal luogo del destino. Ma tutto è vano; non c’è via di sottrarsi. Ed è certo che il dilemma che egli dibatte nel famoso soliloquio -«Essere o non essere…» non è quello di uccidersi o meno, non è certamente la paura della morte. Rinunziare alla vita, egli dirà a Laerte, è per lui la cosa più facile di tutte. Ma egli non può decidersi per il suicidio.
Questo non risolverebbe nessuno dei mali esistenti. Ed egli sa, prima di tutto, che Dio ha posto il più assoluto divieto alla soppressione di se stesso. Non è questo il dilemma per lui, anche se tutti i lettori di Shakespeare sono convinti che di questo si tratti: di un interrogarsi circa il suicidio o meno. Quello che Amleto chiede a se stesso è quale può essere per lui un vero vivere, un vero essere, se può essere vita accettare l’oppressione e il disonore, il male della Danimarca o se è vivere il prendere l’arma, l’agire contro lo zio e così mettere a repentaglio la sua «cara anima». Ciò che egli domanda è che cosa è «più nobile», uccidere il re o subire la vergogna, vivere una vita di obbrobrio. Sarebbe ben facile, egli aggiunge, «con la punta saldar del suo stiletto/ le sue partite», muovere, cioè, contro il re e rispondere così a tutti i propri doveri verso il mondo. Ma c’è «il terror di qualche cosa/ Dopo la morte»; c’è «quell’ignoto confine onde giammai/ non torna il viandante». È il timore di Dio, cioè, che impedisce di sopprimere il re; è la «coscienza che ne fa codardi tutti». E l’ultima cosa che si possa dire di Amleto è che egli sia codardo o anche indeciso. Quando non si tratta del tragico dilemma fra il proprio onore, il destino della Danimarca e la perdita della propria anima egli è sempre il più pronto, il più coraggioso. Lo si vede già nella scena dell’apparizione del fantasma, nella prontezza con cui, alla vista degli attori, escogita il suo piano per costringere il re a tradirsi, nel fatto che egli è il primo a saltare sulla nave dei pirati. Offeso dai lamenti di Laerte per la morte di Ofelia egli dice che amava la sorella di lui più di quarantamila fratelli, lo sfida a mangiare coccodrilli, a farsi seppellire da una montagna. Ma è diversa la situazione quando sono in giuoco i due corni del suo terribile dilemma: la sfida a Dio o l’accettazione della vergogna e dei mali del mondo. Egli cerca di posporre, si interroga. Ma non serve. Al ritorno dal viaggio egli chiede a Orazio di correre da lui più che se fuggisse la morte. Ha in animo di lottare; ma quando sa del duello organizzato, pur conoscendo la superiore destrezza di Laerte, rifiuta di posporre la prova, si affida alla Provvidenza; morrà in un infame complotto; ucciderà. Ma tutto questo è ormai fuori della sua decisione. Non c’è, infine, che la speranza di Orazio,«che gli angeli lo accompagnino/ cantando al suo riposo». Ha combattuto da eroe la sua impossibile lotta. Quello che è presentato come il dramma dell’indecisione, del dubbio, è in verità la più alta tragedia cristiana.

Per saperne di più

Segnaliamo due pubblicazioni fra le più recenti dedicate al pensiero di Rocco Montano ad opera del professor Massimiliano Merisi dell’Università degli Studi di Trieste.

Come quei che va… di notte – L’esegesi dantesca di Rocco Montano tra filo-logia e radicalità. Società Dante Alighieri, Pordenone 2009

Ma non è un romanzo storico… Rocco Montano lettere dei Promessi Sposi. Edisud, Salerno 2010

Profilo biografico

Rocco Montano (Stigliano (MT) 1913 – Napoli 1999) è un importante critico letterario e accademico di fama internazionale. Ha insegnato presso le università di Napoli, Salerno e all’Harvard University negli Stati Uniti d’America. Fra le sue opere spiccano importanti contributi sull’estetica del Medioevo, su Dante e Shakespeare, che gli valgono nel 1987 il prestigioso Premio Prezzolini. Di formazione cattolica, il suo pensiero si pone fin dagli inizi della carriera in contrasto con la cultura dominante in Italia nell’immediato dopoguerra, al punto da determinarne un vero proprio isolamento. Condizione che però non gli impedisce di farsi apprezzare soprattutto in Inghilterra e in America, paese quest’ultimo da cui riceve l’invito del celebre dantista Charles Singleton, il quale nel 1956 lo vuole come suo erede a occupare la prestigiosa cattedra che sta per lasciare ad Harvard.

 

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