Amarcord in viaggio

Amarcord in viaggio – In un lungo viaggio di ritorno da Stigliano a Parma riaffiorano i ricordi di persone, fatti e momenti significativi vissuti in trent’anni di vita alianese

Alle prime luci dell’alba di una giornata agostana, che si preannuncia splendida, partiamo, io e mio figlio Nicola, per Parma. Stigliano è ancora immersa nel sonno. Raggiunte e superate le ultime case nella zona più alta del paese, si apre, come d’incanto, un invisibile sipario e appare uno strepitoso fondale: sulla sinistra, in lontananza, il luccichio tremulo delle onde immote del Mare Jonio; al centro, in primo piano, le case di Aliano, perfettamente allineate sulla cresta della collina che domina la Valle del Sauro; sullo sfondo e verso destra le linee sfumate delle maestose montagne lucane. Uno scenario che lascia senza parole.

Amarcord in viaggio
Aliano vista da località “Cogne”

Nicola, per primo, interrompe l’incanto del silenzio mattutino. Sa bene dei ricordi di Aliano, che spesso si affacciano e fanno ressa nella mia mente. Moltissimi sono legati al mondo della scuola. Sono ricordi ben vivi e sempre emozionanti. Non potrebbe, d’altronde, essere altrimenti.
Già nel passato ha potuto constatare che amo soffermarmi, con un senso di sereno rimpianto, sui ventidue anni trascorsi nel paese che un tempo aveva ospitato Carlo Levi, quando l’artista torinese era stato condannato dal regime al confino per la sua attività antifascista. Sa che anche per questa ragione, oltre che per lo strepitoso paesaggio dei calanchi, il borgo fin dal primo momento esercitò su di me un fascino straordinario. Ultimo motivo di innamoramento, ma non per importanza, fu la malia di un ambiente ricco di una grande umanità. Ora, perciò apre il discorso con tono scherzoso, come spesso gli capita di fare:

«Caro prof, immagino quante volte hai potuto godere di uno spettacolo simile. Certo non all’alba … Scommetto anche che ricordi perfettamente ancora adesso i particolari del tuo primo incontro con Aliano, che è diventato il tuo paese di adozione».
«Io – dico rispondendo alle sollecitazioni di mio figlio, che mi aiuta a sospingere la navicella della memoria sull’onda quieta dei ricordi – arrivai ad Aliano nel 1975, in una luminosa e stupenda giornata di ottobre. La lasciai, in una calda e afosa giornata di giugno, nel 1997. Nel mezzo una lunga ed intensa esperienza professionale ed umana, esaltata da momenti, fatti e incontri significativi, che concorsero a disegnare la mia identità e la mia vita.
All’arrivo mi accolse il volto sorridente di za Fanuzza. L’avrei vista negli anni vestita perennemente di nero, come usavano un tempo in tutti i paesi lucani le donne che avevano perduto un parente stretto. Fortunata Colucci, così in realtà si chiamava, era rimasta vedova in giovane età e ora provvedeva a garantire una vita dignitosa alle due figlie con il suo lavoro di bidella. Di quella donna vestita a lutto, con un dolce e mesto sorriso perennemente disegnato sul volto color di cera che contrastava col nero dell’abbigliamento, ricordo bene l’atteggiamento discreto, gentile, sempre premuroso nei riguardi di tutti. Un atteggiamento naturalmente materno.
Qualche minuto dopo mi salutò con grande cordialità Giovanni Maiorana il farmacista, insegnante di matematica e fiduciario, che con grande cordialità mi accompagnò nella classe che mi era stata assegnata: la II B. Sì, hai capito bene, “B”, – ripeto a mio figlio che mi guarda interrogativo – perché, dovresti saperlo, all’epoca nella scuola media di Aliano c’era anche il corso “B”: si contavano, infatti, ben sei classi, con circa centodieci alunni!
Il farmacista, persona dinamica e intraprendente, lasciò presto l’insegnamento, ma in due anni riuscii a instaurare con lui rapporti cordiali, che sarebbero durati nel tempo. Andavo, perciò, a trovarlo spesso in farmacia o a casa. Mi piaceva discorrere con lui di molte cose, ma soprattutto lo invitavo a condividere i suoi ricordi legati al tempo in cui, lui tredicenne, aveva avuto modo di conoscere e di frequentare Carlo Levi.
Sempre il primo giorno di scuola, alla fine delle lezioni, venne a darmi il benvenuto il parroco don Pietro Dilenge, per tutti don Pierino. Lo ritrovavo, per una strana coincidenza, a distanza di sette anni, dopo averlo conosciuto casualmente in un’aula dell’Università di Napoli. Con lui, che fu collega di religione per pochissimo tempo, sarebbe iniziato fuori della scuola un fecondo sodalizio, che diede vita a diverse e interessanti iniziative culturali. Alcune, a dire il vero, nacquero tra lo scetticismo generale.

Videro la luce in quei primi anni di permanenza ad Aliano il periodico “La voce dei calanchi”, ancora oggi letto non solo dai pochi alianesi rimasti, ma dai moltissimi alianesi che hanno cercato fortuna in Italia e nel mondo. Molto significativa sarebbe risultata nel tempo anche l’Estemporanea di Pittura, che via via ha coinvolto la maggior parte degli Istituti d’Arte delle regioni meridionali. Nella fase iniziale importante fu la collaborazione dell’artista grassanese Pietro Benevento, prematuramente scomparso in un tragico incidente stradale. All’affermazione definitiva dell’evento, che ha superato la trentesima edizione e fa registrare ogni anno circa trecento partecipanti, diede un decisivo contributo il grande pittore materano Luigi Guerricchio.
Altrettanto importante fu l’istituzione del Premio “Carlo Levi”, per il quale generosamente si spese il meridionalista Gilberto Marselli. Discepolo e collaboratore di Manlio Rossi-Doria a Portici e amico di Carlo Levi, condivise l’idea di raccogliere le tesi di laurea sull’artista e scrittore torinese e di premiare le migliori. Volle sostenere così il progetto nella difficile fase dell’avvio per un debito di amore verso la Lucania-Basilicata. Non a caso lui amava definirsi campano di nascita ma lucano di adozione, anche per la fraterna amicizia con i due celebri Rocco tricaricesi, Mazzarone e Scotellaro. Nelle prime edizioni, prima di caratterizzarsi con l’Istituzione del Parco Letterario, il Premio fu assegnato a insigni personalità quali il regista Franco Rosi, l’imprenditore lucano Pasquale Vena, il pittore siciliano Piero Guccione, l’archeologo Dinu Adamesteanu.

Parlando di iniziative socio-culturali extrascolastiche, alle quali potei dare sin dal primo momento una convinta collaborazione, ricordo anche il sostegno all’attività del Circolo “Nicola Panevino”, che era stato istituito l’anno prima del mio arrivo. L’Associazione porta il nome di un eroico magistrato, nelle cui vene scorreva sangue alianese, essendo il padre Giambattista nato e vissuto nel paese dei calanchi, prima di trasferirsi a Carbone, un piccolo paese della provincia di Potenza.
Il magistrato Nicola Panevino, che nutriva sentimenti antifascisti, era entrato a fare parte del gruppo di “Giustizia e Libertà” e aveva condotto una strenua lotta contro il regime. Arrestato per una delazione e tradotto nelle carceri prima di Savona e poi di Marassi a Genova, fu fucilato dai tedeschi con altre diciannove persone vicino al cimitero di Cravasco il 23 marzo 1945. Solo due giorni prima, ancora fiducioso che non accadesse l’irreparabile, in prossimità della domenica di Pasqua aveva scritto una struggente lettera alla moglie Elena, alla quale raccomandava di prendersi cura in ogni caso della piccola figlia Gabriella.
È bello e consolante constatare che alcune di quelle iniziative, nate oltre quaranta anni fa, hanno resistito all’usura del tempo, come di rado capita dalle nostre parti. Sai bene, infatti, che nei nostri paesi per molte ragioni predominano l’effimero e l’evanescente, soprattutto nell’ambito delle attività sociali e culturali».

Nicola interrompe per un momento l’appassionata narrazione paterna. Conferma che sa bene dei suoi sentimenti di affetto e di stima per alcuni colleghi: Felice Calvello e Filomena Castiello, scomparsi purtroppo prematuramente; Teresa Zamparella, con la quale ha condiviso l’esperienza degli studi classici all’Università di Napoli; l’ingegnere Renato Molfese, che egli ha sempre indicato come un signore garbato e simpatico, un vero gentiluomo di stampo antico; il siciliano Liborio Giunta e Leonardo Tucci, amabili compagni di viaggio per molti anni. Alla fine chiede, ironicamente, se per caso ci siano altri ricordi del “primo giorno di scuola” ad Aliano. E, gettata l’esca, si predispone all’ascolto.
«Ti parrà strano, – gli spiego – ma del primo giorno di scuola ad Aliano mi è rimasto ben impresso nella memoria un inimmaginabile particolare. È un particolare olfattivo, vale a dire l’afrore proveniente da una vicina mascalcìa, contigua al vecchio palazzo Langone, che allora ospitava la scuola media. Infatti, là, nella strada, Antonio Grimaldi, noto con il soprannome di Tallone, stava ferrando una superba giumenta.
Ma del primo giorno sopravvivono soprattutto frammenti sparsi di altre immagini meno stravaganti ma indimenticabili. Come è ovvio, esse riguardano innanzi tutto gli alunni. Una ventina in tutto, alcuni dei quali venivano dalla frazione di Alianello o dalla campagna. Li ricordo bene tutti, e non solo perché la memoria degli anziani è presbite come la loro vista. Lavorammo bene insieme per due anni, stabilendo un rapporto umano significativo. Alcuni di loro li ho rivisti spesso, altri non mi è capitato più di rivederli, perché andarono presto via da Aliano, emigrando in Germania o in Svizzera per trovare lavoro.
Comprendi bene, dunque, la sorpresa e l’emozione provate proprio qualche giorno fa, quando ho ricevuto inaspettatamente dopo tantissimi anni un cordiale messaggio di saluti da Luigi, un ex alunno di Alianello, che, ancora ragazzo, andò a cercare lavoro in Germania e tuttora vive a Brunswick, una città tedesca della Bassa Sassonia. Mi vengono le vertigini, se penso che è trascorso poco meno di mezzo secolo e nello stesso tempo mi sorprendo a considerare quale sia stato il futuro imprevisto di tanti alunni che la sorte ha portato in giro per l’Italia e per il mondo».

Nicola interviene e dice la sua su quest’ultima considerazione, dichiarandosi assolutamente d’accordo sulla imprevedibilità della vita di ciascuno di noi. Ma non può fare a meno di chiedere quando e come nacquero, invece, le prime relazioni al di fuori dall’ambiente scolastico, che egli immagina essere state tante e per qualche verso anche importanti.

«È vero, – rispondo – i rapporti esterni furono molto importanti e mi aiutarono ad inserirmi nella vita della comunità alianese. Iniziarono subito, già il giorno successivo al mio arrivo, per pura casualità. Nell’ora libera dalle lezioni, la cosiddetta ora-buca, mentre mi crogiolavo al sole davanti alla scuola, mi ritrovai a parlare con un signore, che avevo già notato il giorno prima andare e venire, sempre trafelato.

Amarcord in viaggio
Minguccio Sarli, il sarto

Era Minguccio il sarto. Aveva proprio vicino all’ingresso della scuola, la sua bottega, dove al mattino appariva e scompariva, come se fosse tarantolato. Seppi che, prima di prendere in mano ago e filo, lui, Domenico Sarli, divenuto provetto infermiere sotto le armi, girava per le case a fare le iniezioni agli ammalati. Un’assistenza puntuale ed efficiente … che manco nel migliore degli ospedali …!
Minguccio si rivelò subito affabile nella nostra prima chiacchierata avvenuta mentre cuciva sull’uscio della bottega, godendosi anch’egli la bella giornata di sole. A quella prima conversazione ne seguirono molte altre. Anche d’inverno, quando lo vedevo apparire con un inconfondibile colbacco nero calato sulla fronte, che sembrava essere tutt’uno con i grossi occhiali, pur essi neri, da miope, e con un eterno indecifrabile sorriso, che sembrava sfuggirgli di soppiatto dalle labbra socchiuse. Ne fui stregato: era davvero una persona simpaticissima e uno straordinario affabulatore.
Da lui appresi tante vecchie storie alianesi. Storie pubbliche e private, comiche e tragiche, di cui era stato testimone diretto o che aveva sentito raccontare. Perché, come è noto, nei piccoli paesi certe storie si tramandano per generazioni e si sedimentano nella memoria collettiva. Magari dopo aver subito, con il trascorrere del tempo, profonde mutazioni, per addizione o per sottrazione di molti elementi talvolta reali, talaltra inventati da chi nel raccontare ama tessere frange colorite.
Negli incantevoli racconti di Minguccio affioravano vecchi e duri contrasti familiari, spesso per futili questioni, che finivano per risolversi solo davanti al Pretore di Stigliano, lasciando una scia lunghissima di odii e di rancori, che non si estinguevano neppure con la morte dei protagonisti e continuavano a trasmettersi per saecula saeculorum.
“Professo’, che brutta fine farebbe la Pretura di Stigliano, se non ci fossero le liti degli alianesi e soprattutto degli abitanti della frazione di Alianello a tenerla in vita. Senti a me, gli avvocati di Stigliano e dei paesi vicini farebbero tutti la fame!”, commentava, sornione, il simpatico sarto.
Strepitosi erano poi i suoi racconti di alcuni matrimoni combinati per motivi di interesse da parenti che, avidi della “robba”, usavano gli stratagemmi più impensabili, contando magari sulla connivenza di notai acquiescenti. Per altri matrimoni, invece, il sarto ricordava che si era fatto ricorso alle straordinarie arti di irresistibili fattucchiere, per vincere l’avversione di genitori contrari al fidanzamento di giovani innamorati. Erano matrimoni, questi ultimi, che quasi sempre finivano per procurare agli inguaribili spasimanti poche ore di piccole gioie e un’intera vita di grande infelicità.
Io rimanevo incantato ad ascoltare quelle interessanti storie, in cui Minguccio mostrava naturali doti di provetto narratore, che richiamavano alla mia mente malata di letteratura l’arte narrativa dei grandi novellieri toscani del Trecento. Devo anche dire che quelle storie a volte mi sembravano incredibili, ma quasi sempre trovavano un puntuale riscontro nelle testimonianze di altre persone che mi capitava di ascoltare. Anche se non avevano la capacità di affabulazione del sarto.
Devo aggiungere, infine, che molte di quelle storie mi appassionavano, perché riguardavano il periodo in cui Carlo Levi si trovava al confino. Esse, perciò, mi aiutavano ad entrare in quel mondo, per certi versi magico e misterioso, che molto mi affascinava e che, trent’anni prima, era stato magistralmente rappresentato nel famoso libro “Cristo si è fermato a Eboli”.
Gli incontri con il sarto non si diradarono neppure quando la scuola fu trasferita da “Casa Langone” a “Palazzo Caporale” e poi alla periferia del paese nel prefabbricato, che la comunità italo-svizzera di Kreutzlingen aveva donato ad Aliano dopo il terremoto del 23 novembre 1980. In quegli anni, infatti, fu mio alunno Giuseppe, il figlio di Minguccio. Era, questi, un ragazzo simpaticissimo ma, per così dire, un po’ troppo vivace. Quel che è sicuro è che non spasimava affatto per lo studio. Per questo si richiedeva una assidua presenza paterna a scuola e così i miei rapporti con il sarto non solo continuarono, ma finirono per essere ancora più familiari.
Gli affascinanti racconti di Minguccio cessarono del tutto, con mio grande rammarico, solo quando si trasferì a Bologna. Sarebbe comunque rimasta blindata per sempre nella mia memoria l’immagine istrionica di lui che si era trasformato, nel pomeriggio di un martedì grasso, in un esilarante pazzariello, che imperversava per le vie di Aliano, apparendo e scomparendo seguito da un corteo di bambini festanti.
Di recente ho visto con gioia alcune foto di Minguccio inviatemi dal figlio Giuseppe, che vive a Zurigo. Mi capita, infatti, di ricevere ogni tanto messaggi da parte di ex-alunni rimasti in paese o sparsi per il mondo. Sono quotidiani sussulti che mi sbalzano irresistibilmente in un tempo che non posso dimenticare».

Nicola, quasi a voler far riprendere fiato al narratore, commenta che quella di Minguccio il sarto è una bella storia e, però, aggiunge:
«Immagino che non sia neppure l’unica. Certo, ventidue anni non sono pochi e chissà quante altre persone e quanti altri episodi vi sono che per un verso o per l’altro non riesci a dimenticare …», dice lasciando in sospeso la frase. L’esca ormai è stata di nuovo lanciata e, infatti, la risposta non tarda ad arrivare.
«Sicuramente! Non meno brillante conta-storie del sarto era Felice Cappuccio, che era considerato la vera memoria storica di Aliano. Ma ora ti voglio raccontare solo due o tre episodi molto divertenti, che hanno per protagonisti altre persone indimenticabili.
Un giorno, era di sabato, andai a comprare il giornale con l’intenzione di leggerlo, non avendo lezione, tra la seconda e la quarta ora. In quel periodo leggevo ogni giorno “Il Tempo”, il quotidiano romano fondato dal lucano Renato Angiolillo. Mi piaceva perché era di orientamento liberale e vi scrivevano, fra gli altri, due illustri firme del giornalismo italiano: Enrico Mattei, acuto notista di politica interna, e Giovanni Mosca, giornalista, vignettista e autore anche di bellissimi racconti per ragazzi. Uno, “Ricordi di scuola”, lo dovresti ricordare anche tu, perché te lo feci leggere quando frequentavi la scuola elementare.
Insomma, andai a prendere il giornale. Ma non feci in tempo ad arrivare sulla porta del negozio che mi raggiunse la voce stridula di zio Vincenzino Garambone, un vecchietto dai modi gentili e affabili. Nel corso centrale di Aliano era proprietario di un bar, dove si vendevano anche generi alimentari, giornali e molte altre cose. Allargando le braccia e con tono mortificato zio Vincenzino mi disse:
– Professo’, stamattina i giornali non sono arrivati, mi dispiace, mi dispiace tanto …
Non riuscii a nascondere il mio disappunto e l’anziano negoziante, come se fosse stato lui il colpevole, per riparare alla delusione che mi aveva provocato, premurosamente aggiunse:
– …però, in compenso mi è arrivata una ricotta finissima. È vèrә bbònә … credetemi, professo’, è proprio la fine del mondo! Pәgliatәvìll, prendetela, ve la portate a casa e gliela fate mangiare ai
vostri bambini.
Al mio cortese ma deciso rifiuto non si arrese. Non voleva che me ne andassi scontento e così mi invitò, in maniera perentoria, a prendere almeno un caffè. Mi parve sconveniente un altro rifiuto e, dopo aver bevuto con gusto un caffè eccellente e aver ringraziato il caro vecchietto, uscii per tornarmene a scuola.
Rimuginavo tra me e me cosa avrei potuto fare in quelle due ore di pausa, quando, fatti pochi passi, mi imbattei in due persone che conoscevo bene e che stavano amabilmente parlottando fra loro, come facevano spesso. Erano Giuseppe Resta e Giambattista Scelzi, per gli amici don Peppino e don Giannino.
Il primo era il maresciallo della locale Stazione dei Carabinieri, una persona da tutti molto apprezzata, perché sapeva essere a seconda delle occasioni comprensivo o severo, umano o inflessibile. Sempre il suo atteggiamento era determinato da intelligenza e buonsenso, che gli consentivano di comprendere le varie situazioni e di decidere per il meglio.
Il secondo era il responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Comune. Di lui avevo già avuto modo di verificare, dopo averne tanto sentito parlare, la memoria prodigiosa, che gli permetteva di ricordare tutte le date di nascita o di morte dei suoi concittadini. Era capace, pertanto, di compilare uno stato di famiglia o un qualsiasi altro documento, senza aver bisogno di consultare i registri di archivio.
Don Giannino e don Peppino mi invitarono a fermarmi con loro e mi unii, perciò, alla loro amabile conversazione. Si parlava affabilmente del più e del meno, quando d’un tratto vidi avvicinarsi Antonio. Era un contadino, un buonuomo innocuo, che aveva però la cattiva abitudine di intromettersi nelle faccende degli altri. Non lo faceva con malignità, ma per pura curiosità.
Appena Antonio fu abbastanza vicino, vidi i due amici scambiarsi una rapida occhiata. Dopo quel muto cenno d’intesa, presero a parlare a voce alta. Si scambiavano informazioni varie, ma, quando il contadino fu tanto vicino da poter intendere bene le loro parole, incominciarono prima a chiedere notizie e poi a congratularsi l’un l’altro sull’ottimo stato “di salute” dei rispettivi frutteti. E per un bel po’ si soffermarono con compiacimento sull’argomento. Ad un certo punto successe quello che i due si aspettavano. Antonio, morso dalla curiosità, non riuscì più a trattenersi. Confidò che spesso li aveva sentiti magnificare questi loro frutteti, che lui però non conosceva. Si decidessero, perciò, una buona volta a darne una prova, facendo assaggiare anche a lui i loro prelibati frutti.
A quel punto il maresciallo, fingendo un forte risentimento, intimò al contadino di non azzardarsi a fare simili sconce richieste, minacciando che altrimenti avrebbe agito di conseguenza. Intervenne allora don Giannino, che si preoccupò di calmare l’amico, spiegando che Antonio aveva fatto la sua domanda in buona fede, non sapendo che, quando loro due parlavano dei frutteti, facevano riferimento alle rispettive consorti, che di cognome facevano l’una Arancio e l’altra Mele. Antonio capì l’antifona: forse era il caso che tenesse un po’ a freno la sua curiosità ed evitasse di fare il ficcanaso. Almeno quando c’era il maresciallo.
A questo punto non posso fare a meno di ricordare un altro gustosissimo episodio, accaduto un paio di mesi prima, che vede protagonisti sempre i due amici, in particolare don Giannino.
Si dovevano tenere a scuola le elezioni per scegliere i rappresentanti dei genitori nei consigli d’Istituto e di classe e dovetti occuparmi della costituzione del seggio. Per essere tranquillo che tutto procedesse nel migliore dei modi, pensai che fosse il caso di avvalermi della collaborazione di gente esperta. E allora chi meglio di don Giannino?
Andai, dunque, al Comune per chiedergli la disponibilità a fare il Presidente del seggio. Egli accettò senza problemi, ma solo a condizione che fosse lui stesso a scegliere una persona di fiducia, che gli facesse da segretario. Non ebbi difficoltà a dirgli subito di sì, anche perché avevo capito subito le ragioni della sua richiesta e su chi sarebbe caduta la scelta. Quando, perciò, alle sette di mattina di una domenica sferzata da un vento pauroso, arrivai a scuola da Stigliano, non fu per me una sorpresa vedere con don Giannino il suo amico maresciallo. Essi avevano già provveduto a sbrigare tutte le operazioni preliminari necessarie all’apertura del seggio elettorale. Mi aspettavano solo per prendere insieme un sacrosanto caffè.
Non passò molto tempo e di buon’ora si presentò per votare una brava donna. Era la madre di due miei alunni, venuta appositamante dalla lontana campagna per votare. Appena la vide, don Giannino la salutò con grande cordialità e poi le chiese di mostragli un documento di riconoscimento. La donna incominciò a rovistare in una grande borsa, ma inutilmente. Dopo un po’ si convinse di averlo dimenticato e incominciò a rimproverarsi ad alta voce per la sua distrazione. Era costernata, perché temeva di aver fatto un viaggio a vuoto. Intervenne allora don Giannino, che la tranquillizzò dicendo:
– Cùmma Nunziatì, comare Nunziatina, non ti preoccupare, non è successo niente di grave. Statti calma, sono cose che si risolvono, solo alla morte non c’è rimedio. L’importante è che adesso tu mi dici la tua data di nascita e puoi votare lo stesso.
Il maresciallo-segretario sorrideva, sornione, sotto i baffi. Da persona esercitata a cogliere al volo le intenzioni del suo amicone, aveva capito immediatamente che, se don Giannino chiedeva all’interessata la data di nascita, gatta ci covava. E, infatti, alla donna che aveva appena dichiarato di essere nata il 13 ottobre 1931, con tono di affettuoso rimprovero disse:
– Benedetta donna, ma quante volte te lo devo ripetere che sei nata il 18 ottobre 1931. Non il 13… il 18!
– Don Giannì, kómә dìcәsә tu. Kómә piàcәtә a ssәgnәrìjә – fu la risposta disarmante della buona donna che, in sostanza, diceva:
– Don Giannino, come dici tu … Come piace a vossignoria.
Con le sue semplici parole riconosceva l’indiscutibile autorità di don Giannino, confermando che in quel campo la sua parola era legge. Fu un episodio divertentissimo, che contribuì non poco ad affrontare con lo spirito giusto una due giorni elettorale, altrimenti per me fastidiosa e noiosa».

«Questo episodio è molto simpatico – commenta Nicola – e conferma tra l’altro che in quegli anni la vita dei nostri paesi era veramente quella di un piccolo mondo antico, dove dominavano il rispetto, la cordialità, l’umiltà, tutti ingredienti che insaporivano le umili esistenze della gente.
Si deve anche riconoscere che Aliano, Stigliano e tutti gli altri piccoli paesi della nostra montagna, benché non mancassero i problemi, erano paesi pieni di vita ed era bello viverci anche per i giovani e i ragazzi. A Stigliano vi erano tanti uffici importanti, l’ospedale era apprezzato in tutta la regione, la scuola elementare aveva due plessi, in via Roma e in via Berardi, e la scuola media contava ben cinque corsi. Per noi ragazzi erano disponibili ben due scuole di calcio iscritte a campionati regolari. Ricordo ancora le divertenti trasferte con i dirigenti Gabriele Peragine, Vito Tucci, Tonino Geronimo, Mattia Latorraca. Si stava in allegria anche quando si perdeva, perché l’importante era stare bene insieme facendo un’attività sportiva sana.
Era proprio un’altra realtà rispetto a quella desolante di oggi. Vi è stato un cambiamento in peggio in così pochi anni che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Veramente c’è da essere sconfortati. Ma, tornando ai tuoi anni alianesi, perché non mi racconti delle persone che avesti modo di conoscere in occasione delle diverse manifestazioni che si organizzavano ogni anno?».

«A questo proposito devo premettere che ancora oggi continuo a ritenermi un privilegiato. Ho, infatti, avuto la fortuna di incontrare e conoscere persone davvero straordinarie, che molto mi hanno insegnato anche sul piano umano. Con alcune di loro si stabilirono addirittura rapporti di cordiale amicizia.
Come potrei dimenticare i personaggi conosciuti nelle tante edizioni del Premio Letterario? Rimangono ben vivi nella mia mente frammenti di episodi e di immagini incancellabili: le grandi emozioni suscitate dalla visita del Maestro Franco Rosi; la fine sensibilità di Clara Sereni e di Isabella Bossi Fedrigotti, l’esuberanza coinvolgente di Pino Aprile, la simpatia contagiosa di Vincenzo Cerami e di Mimì Notarangelo, il garbo e la modestia di Giorgio Montefoschi e di Stefano Rodotà.

Con Isabella Bossi Fedrigotti

Ma anche l’umanità di Giuseppe Pontiggia, che non riesce a trattenere la commozione davanti alla tomba di Carlo Levi; la bonomia di Raffaele Crovi, che, stregato dalla cucina lucana, fonda a Milano la “Accademia dei Cruschi”; la naturale eleganza di Dacia Maraini, che è certo il riflesso di una chiara luminosità interiore; l’olimpica serenità di Dinu Adamesteanu, il padre venerando dell’archeologia lucana, che amabilmente conversa con gli ospiti, tra i quali non manca Rocco Mazzarone, venuto apposta da Tricarico per condividere con l’amico fraterno la gioia del riconoscimento; il sano epicureismo di Alberto Bevilacqua. A proposito di quest’ultimo mi colpì molto il fatto che in un nostro successivo incontro a Parma ricordò con compiacimento, a distanza di tempo, la straordinaria ospitalità ricevuta ad Aliano e benevolmente tornò a rimproverarmi il rifiuto di donargli un’edizione rara del suo romanzo “Una città in amore”, che a lui mancava e di cui io ero miracolosamente in possesso.
Grazie al Premio Letterario ho avuto anche modo di stabilire con alcuni una relazione durevole e importante sul piano umano, prima ancora che culturale. Penso al bel rapporto, per me molto gratificante, con Raffaele Nigro, Giuseppe Lupo, Mario Trufelli, Guido Conti, Nicola Coccia, Donato Sperduto, Rocco Brancati.
Ma voglio ora parlarti di Guido Sacerdoti, nipote di Carlo Levi in quanto figlio di sua sorella Lele, che ebbi modo di conoscere a metà degli anni Novanta. Gli tenni compagnia durante una visita alla tomba del celebre zio nel cimitero di Aliano.

Con Guido Sacerdoti a Roma

Non esitò, strada facendo, a complimentarsi per la recente pubblicazione del mio saggio “Gente di Gagliano” e su una copia del mio libro scrisse una dedica affettuosa ma enigmatica, che ancora non sono riuscito a decrittare del tutto.
Un’altra volta, in occasione di una delle tante manifestazioni in cui ci incontravamo, passeggiando per le vie di Aliano e conversando piacevolmente del più e del meno, scoprimmo di avere in comune una preziosa amicizia. Era capitato che ad un certo punto il discorso fosse caduto non so come su alcuni suoi colleghi medici. Guido, sapendo che ero di Stigliano, mi chiese se conoscessi un ottimo medico, che era diventato suo amico durante il servizio militare e che aveva lavorato per alcuni anni al nostro ospedale. Mi venne spontaneo, non so perché, fare il nome di Franco Maratia. Lui mi fece cenno di sì e mi sorrise, compiaciuto. Fu anche sorpreso e contento di sapere che non solo lo conoscevo, ma ero suo amico. Aggiunse che era dispiaciuto di averlo perso di vista da molto tempo. La cosa, per il momento, finì lì.
La sera, però, al ristorante Guido pretese che ci sedessimo vicino. Capii subito che aveva voglia di riprendere il discorso interrotto al mattino. Mi parlò del periodo in cui aveva prestato servizio militare a Bari e aveva avuto modo di conoscere Franco. Avevano fatto subito amicizia, ma il fatto che uno dei due fosse subalterno all’altro (ora io non mi ricordo chi era il superiore di chi) diede vita ad alcuni episodi divertenti, che egli raccontò divertito. Dopo mezzanotte, prima di andar via, non mancò di improvvisare su un foglio di fortuna un gustoso disegno con un messaggio per l’amico e me lo consegnò con la calda raccomandazione di farglielo pervenire. Appresi con piacere qualche tempo dopo che i due ex-commilitoni erano riusciti a rivedersi dopo molti anni con le loro signore Marcella e Roberta.
Come ho già accennato, con Sacerdoti avemmo modo di incontrarci spesso, e non solo ad Aliano. Accadde, per esempio, a Roma, quando fummo invitati come relatori ad un convegno su Carlo Levi, che si tenne a Palazzo Firenze, sede della “Dante Alighieri”. Ci ritrovammo ancora una volta l’uno a fianco all’altro e lui, come era solito fare, dopo il suo conciso ma efficace intervento, si mise a seguire gli altri relatori tratteggiando il profilo di un ospite seduto in prima fila, al quale poi, alla fine, ne faceva omaggio. Quella sera la scelta era caduta su Emilio Colombo, l’anziano ex Presidente del Consiglio, ritratto mentre era seduto tra l’ambasciatore Bruno Bottai e il vescovo di Pescara, che era originario della nostra regione.
Durante il convivio serale, organizzato dall’ineguagliabile “Sisina la contadina” nel grande e suggestivo cortile di Palazzo Firenze, ci fermammo a parlare cordialmente con altri amici, finché verso le dieci Guido si congedò per andare a prendere il treno per Napoli. Lo vidi scomparire tra la folla, zainetto sulle spalle e con l’aria sbarazzina di un giovane studente liceale. Mai avrei potuto immaginare che non l’avrei più rivisto».

Nicola rimane per qualche attimo in silenzio, ma non può fare a meno di commentare che Sacerdoti, di cui mi aveva già sentito parlare altre volte, doveva essere stato davvero una gran persona. Le sue qualità di medico e di pittore, ma soprattutto le sue doti umane lo rendevano degno di stima ben più del fatto di essere stato uno dei tanti nipoti, anzi il nipote prediletto, di Carlo Levi.
Dopo un po’ sono sollecitato a ricordare un’altra persona di cui mi è già capitato di parlare quasi con venerazione, ovvero il professor Gilberto Marselli.

«Ebbi la fortuna di conoscerlo – dissi – nel lontano 1987. Il nostro primo incontro avvenne in occasione di una riunione organizzata ad Aliano con il sindaco Giuseppe Centola e con don Pierino, per impostare il progetto del Premio “Carlo Levi”. Ho il ricordo vivo di una domenica in cui la luce di una luminosa giornata autunnale ravvivava i colori spenti delle argille, esaltando ancora di più la struggente bellezza della famosissima Fossa del Bersagliere.

Con Gilberto Marselli (primo da dx) ad Aliano

Finito l’incontro, in cui il Professore fu prodigo di molti e preziosi suggerimenti, prima del pranzo lo accompagnai a comprare i suoi irrinunciabili sigari toscani. Per la mia comprensibile soggezione, lungo tutto il tragitto il nostro dialogo si limitò ad alcuni brandelli di frasi convenzionali.
Giunti al tabacchino, bussammo insistentemente e dovemmo attendere un bel po’, prima che venisse ad aprirci l’anziana signora, che stava pranzando nel retrobottega. Il Professore ne approfittò per avviare nell’ombra fresca del vicolo un amabile colloquio e, togliendomi d’imbarazzo, iniziò a parlarmi del suo primo incontro con la Lucania e con Aliano, nei primi anni Cinquanta, quando ai tempi della Riforma Fondiaria girava, spesso a piedi, per i paesi lucani e tutti lo chiamavano “l’Ingegnere”.
Nei giorni seguenti fui curioso di leggere alcune sue opere, che provvidi a procurarmi. Ne apprezzai subito il grande spessore scientifico e fui così invogliato ad approfondire le mie conoscenze sui vari aspetti dell’annosa e complessa questione meridionale.
Ci rivedemmo più volte. Sempre per me era un piacere rivederlo e ascoltarlo, perché Marselli era dotato di un’arte affabulatoria nella quale scintillavano cultura profonda, ricchezza aneddotica, arguzia partenopea, ironia corrosiva. Quando raccontava, egli riusciva a creare un’atmosfera incantata, facendo rivivere le immagini del fraterno amico Rocco Scotellaro, di Carlo Levi, di Rossi-Doria, di Edward C. Banfield e di altre personalità, che splendevano di nuova luce grazie alla sua testimonianza.
Nelle appassionanti narrazioni marselliane, però, sfilavano anche tante persone anonime, da lui conosciute girando per i paesi lucani anche dopo gli anni Cinquanta, quando la Lucania-Basilicata, iniziato il processo di industrializzazione in Italia, si affacciava essa stessa alla modernità.
Ma, nonostante i nostri frequenti incontri, io non riuscivo a liberarmi di una certa soggezione nei suoi confronti. Le cose, al riguardo, cambiarono solo alcuni anni dopo.
Accadde dopo la pubblicazione del mio saggio “Gente di Gagliano”. Gliene mandai una copia. Marselli provvide spontaneamente a fare una lunga e bella recensione, in cui scrisse fra l’altro di aver letto il libro in una condizione molto particolare: in aereo, sospeso tra cielo e terra, mentre si recava a Loviano, in Belgio, per un convegno di studi. Al ritorno mi telefonò per mettermene al corrente e io lo ringraziai di cuore, rivolgendomi a lui col tono deferente di sempre. Ad un tratto mi interruppe quasi bruscamente e mi disse che era arrivato il momento di mettere al bando ogni formalità. Aggiunse, anzi, che mi avrebbe inviato il testo della recensione solo se mi fossi deciso a rivolgermi a lui immediatamente con il “tu” e a chiamarlo per nome. Anzi, gradiva che lo chiamassi, come tutti gli altri amici, semplicemente Gil.
Da allora iniziò fra noi un bel sodalizio. Frequenti furono le conversazioni telefoniche in cui si parlava familiarmente di tutto. Negli ultimi tempi mi confidava la fatica che gli costava l’ultimo lavoro che stava portando avanti, cioè “Mondo contadino e azione meridionalista”. Quando il saggio fu pubblicato, me ne inviò subito una copia. Dopo averlo letto attentamente, mi arrischiai a fare una recensione. Lui la apprezzò molto e se ne commosse. Continuammo a sentirci con frequenza ancora maggiore. Mi teneva al corrente di tutto. Volle condividere con me la gioia di aver ricevuto la cittadinanza onoraria di Tricarico, ma anche le sofferenze che gli procuravano i malanni della vecchiaia. Prima la rottura del femore, da ultimo un dolore al trigemino che lo tormentò per lungo tempo. Ciò gli aveva impedito di rispondere anche alle telefonate degli amici. Appena possibile, volle scusarsene anche con me. Lo fece con la sottile autoironia che gli era abituale. Solo tre giorni dopo avermi telefonato, improvvisamente “Gil” ci lasciava».

«Ricordo – interviene Nicola – che me ne parlasti quel giorno stesso in cui apprendesti la notizia della scomparsa del Professore. Ripetesti anche di essere rimasto dispiaciuto, due anni prima, di non aver potuto essere presente a Tricarico quando gli fu conferita la cittadinanza onoraria. Ma ora, visto che siamo arrivati quasi a Firenze e temo che, per ovvie ragioni, tu possa distrarti, prima di porre fine a questo lungo amarcord, che ci ha tenuto compagnia per tutta la durata del viaggio, ti chiedo un’ultima cosa. Mi spieghi perché continuasti a frequentare Aliano negli anni in cui ormai insegnavi a Stigliano? Vi era qualche ragione specifica, oltre al comprensibile legame di affetto che si era creato dopo ventidue anni di permanenza?».

«Sì in effetti, è così. Erano passati molti anni e tanti imberbi ragazzi, che avevo conosciuto alla scuola media, erano diventati adulti. Nel 2001 alcuni di loro vollero cimentarsi nell’amministrazione della cosa pubblica. Con un gruppo di amici, tra i quali Gino Scattone e Giacomo Scelzi, Antonio Colaiacovo formò una lista civica con l’intenzione di ridare slancio al paese dopo alcuni anni di deprimente immobilismo.

Con Antonio Colaiacovo a Firenze

Apprezzai molto la voglia di quei giovani di mettersi in gioco per il bene della propria comunità. Ne seguii con curiosità e simpatia l’impegno e l’operato, dopoché furono eletti tra lo scetticismo generale. Essi dal loro canto ci tenevano a informarmi sui progetti, che portavano avanti e che intendevano realizzare soprattutto nel campo sociale e culturale.
Dopo tanti anni mi sento di dire con assoluta convinzione che il decennio in cui Colaiacovo fu sindaco rappresentò un periodo di grande e positivo cambiamento per la comunità alianese.
Si provvide al recupero, alla ricostruzione e alla valorizzazione del Centro Storico. Furono acquisiti da parte del Comune alcuni vetusti, e spesso fatiscenti, palazzi storici che, ristrutturati, divennero musei e pinacoteche, che oggi sono visitati da migliaia di persone. Fu istituito il Parco Letterario “Carlo Levi” e con esso furono avviati molti e interessanti progetti socio-culturali. Furono creati il cosiddetto borgo-albergo e con esso l’Auditorium, una sala convegni polifunzionale, che è un vero e proprio gioiello. In tale fervore di opere risalta la ristrutturazione della casa di confino di Carlo Levi, affidata a Lodovico Alessandri, valente architetto romano. La sua apertura al pubblico nel 2004 fu anche simbolicamente un segno tangibile della rinascenza alianese.
Il miserevole villaggio leviano, insomma, divenne un borgo grazioso ed accogliente. Certamente nessuno si illudeva che tutto ciò potesse bastare a sanare l’eterna piaga della disoccupazione e dell’emigrazione. Anche su Aliano, perciò, come sugli altri paesi lucani delle aree interne ora incombe purtroppo la minaccia concreta dello spopolamento. Ma è evidente che non potranno essere gli amministratori locali a trovare la soluzione di un problema grave e complesso che assilla tutte le aree interne italiane ed europee».

Così discorrendo, la pianura padana ci ha inghiottiti e ci accorgiamo che siamo quasi giunti alla meta. La conversazione allora si spegne. C’è solo tempo per me per un’ultima rapida riflessione, che non mi sembra il caso di esternare a mio figlio, già proiettato con la mente verso la prosaica realtà quotidiana.
«Ventidue anni – rifletto – sono un rapido sospiro nell’eterno respiro del Tempo, ma un tratto considerevole e indelebile nella breve parabola di una umana esistenza. Sono trascorsi ormai ventitré anni da quando l’ho lasciata, eppure sempre porto con me una valigia rigonfia di ricordi di Aliano. Sono ricordi mai spenti di fatti e persone reali, destinati a dipingere le mie giornate padane con i colori tenui di una consolante nostalgia».

Angelo Colangelo

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