Aliano, da luogo di confino a paese d’elezione di Carlo Levi

Aliano, da luogo di confino a paese d’elezione di Carlo Levi

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Nel 2015 curiosamente ricadono tre ricorrenze legate alla biografia umana e letteraria di Carlo Levi: il 70° anniversario della pubblicazione di Cristo si è fermato a Eboli, il 40° della morte e, prima fra tutte ma non solo in senso cronologico, l’80° dell’incontro con la Lucania. E’ noto che Carlo Levi, giovanissimo, entrò in politica, come egli stesso puntualizzava, non «per natura, ma quasi a malincuore per dovere dei tempi». Sull’esempio dello zio, Claudio Treves, di Augusto Monti e di Piero Gobetti, dalla cui morte fu molto scosso, appartenne all’aristocrazia di persone (fra le altre Leone Ginzburg, Sandro Pertini e i fratelli Carlo e Nello Rosselli), che per il loro straordinario rigore morale ritennero la politica non «l’arte del possibile», ma come si scrisse di Giovanni Amendola, «una religione dei martiri».
Per la sua intensa, convinta e coerente attività antifascista Levi, dunque, fu processato, arrestato e infine assegnato al confino in Lucania per tre anni. Giunto a Grassano il 3 agosto 1935, per motivi di sicurezza fu poi trasferito ad Aliano il 18 settembre e qui rimase fino al 26 maggio 1936, quando fu liberato per l’amnistia concessa dopo la proclamazione dell’Impero.
E’ innegabile che con la nuova sede Levi ebbe un impatto negativo, addirittura traumatico. «Tutto – confessa nelle prime pagine del Cristo – mi era sgradevole» in questo strano paese circondato da «precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria; e d’ognintorno altra argilla bianca, senz’alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, coni, piagge di aspetto maligno».
Ma è altrettanto vero che egli non tardò a superare molte difficoltà iniziali, grazie al suo spirito di adattamento, al suo connaturato ottimismo e soprattutto alla sua sensibilità artistica ed umana, che lo aiutarono ad accostarsi con curiosità e fiducia alla nuova comunità.
Aliano, il busto di Carlo LeviIntenso fu il rapporto con i contadini, verso i quali si mostrò subito concretamente solidale, condividendone i problemi e le sofferenze quotidiane e soccorrendoli, nei limiti delle sue possibilità, come uomo e come medico. Da loro, a sua volta, ricevette in cambio stima e cordialità manifestate ed espresse sempre con sincerità e discrezione.
Certamente anche il fatto di essere ebreo, cioè storicamente condannato alla sofferenza e alla discriminazione, spinse Levi a fare proprie le ambasce della povera gente di Aliano, di cui era riuscito a comprendere presto le miserevoli condizioni di vita rese drammatiche dalle ingiustizie secolari, dall’analfabetismo, dalla malaria.
Ma il merito maggiore di Carlo Levi va individuato nel fatto che egli, figlio della civiltà urbana, si accostò alla cultura contadina con straordinaria curiosità e assoluto rispetto. Ciò gli consentì di conoscere l’essenza di una cultura a lui estranea, intrisa di sconcertanti superstizioni, di ingenue credenze, di riti magici stupefacenti, ma anche di rispettabili tradizioni. E, quel che più conta, di solidi valori quali il senso religioso della famiglia; l’importanza della vita di relazione ispirata al rispetto, alla comprensione e alla solidarietà; la dedizione al lavoro; lo spirito di sacrificio.
Sono valori, che forse oggi meriterebbero di essere recuperati per contrastare i mali prodotti da un relativismo morale pervasivo e deleterio, da un individualismo accecante ed esasperato, dai falsi miti di un modernismo fuorviante e funesto.
Va anche sottolineato che ad alimentare in Carlo Levi l’ansia di conoscenza del mondo contadino concorrono lo scrittore, il pittore e il medico, ma soprattutto l’abito mentale, per cui egli non si lascia condizionare mai da pregiudizi verso un mondo per lui del tutto nuovo. Come annota opportunamente Walter Pedullà, Levi «non fa mai il voltairiano ai danni dei suoi creduli contadini. Li prende sempre maledettamente sul serio, perché nulla di ciò che fanno è insignificante».
E la conoscenza genera poi un apprezzamento convinto e una condivisione reale, che ne ispirano profondamente l’opera letteraria e pittorica, la quale, a sua volta, aiuterà nel tempo la comunità alianese ad avere consapevolezza dei propri diritti, ad essere orgogliosa della propria storia e ad affrancarsi dal gravame di sottomissioni secolari.
Tale processo non fu né rapido né lineare, perché fu ostacolato dalle incomprensioni create dai “galantuomini”, o “luigini”, come Levi chiamò i “signorotti” locali dal nome del podestà di Aliano. Essi, infatti, dopo la pubblicazione di Cristo si è fermato a Eboli tentarono di accreditare presso i contadini, spesso analfabeti, l’idea che l’opera dello scrittore torinese avesse arrecato gravi danni all’immagine di Aliano e del Sud. Non meraviglia, pertanto, la cattiva accoglienza ricevuta dall’illustre ex-confinato, quando nel 1946 tornò per la prima volta ad Aliano, come candidato all’Assemblea Costituente, per il collegio di Potenza-Matera, nella lista dell’Alleanza Repubblicana.
Il Cristo, insomma, che al suo apparire aveva avuto, seppur tra polemiche, effetti vivificanti sul mondo letterario e culturale nazionale, ad Aliano era stato inserito nell’indice dei libri proibiti dalla piccola borghesia, risentita per essere stata aspramente criticata a causa della sua infingardaggine e della sua rapacità. L’ostracismo da parte di molti alianesi durerà a lungo e vi sarà una inversione di tendenza solo sul finire degli anni Ottanta, grazie anche alla meritoria azione pedagogica della scuola, che, diffondendo la conoscenza dell’opera leviana, contribuirà a rimuovere la diffidenza prodotta dall’ignoranza e dal malanimo.
Si comprese allora che con il suo libro Levi aveva voluto elevare una protesta a favore di Aliano e del Sud, vessati dal potere locale e, soprattutto, nazionaleuestiQ. Poco o nulla, infatti, avevano fatto per risollevare le penose condizioni di vita delle plebi del Mezzogiorno e per risolvere l’annosa questione meridionale sia i governi liberali del periodo postunitario, sia il governo fascista.
Per il Mezzogiorno l’autore del Cristo continuerà a battersi anche dopo la caduta del fascismo. Lo farà attraverso la sua attività letteraria e pittorica, ma anche intervenendo nel dibattito politico italiano e internazionale, prima e dopo l’elezione a senatore della Repubblica, avvenuta nel 1963 come indipendente nella lista del Pci.
Ciò che preme sottolineare, in particolare, è che l’impegno di Carlo Levi si tradusse in iniziative concrete di grande significato. Ne è un esempio la generosa attività dispiegata per molti anni a favore degli emigrati, che nei primi anni Sessanta furono costretti ad abbandonare Aliano, la Lucania, il Sud per trovare un lavoro nel Nord dell’Italia, in Germania o in Svizzera.
Non pochi alianesi, ancora pochi anni fa, ricordavano di essere stati accolti con cordiale ospitalità nello studio di Villa Strohl-Fern a Roma, che diventò per qualche tempo un crocevia e un punto di riferimento sicuro per molti emigrati lucani bisognosi di consigli e di aiuto. Ma ancora più importante fu la fondazione della Filef, un’associazione destinata a dare assistenza e sostegno agli emigrati e alle loro famiglie, cui Levi diede vita nel 1967 con Paolo Cinanni ed altri amici.
La vicenda culturale ed umana dello scrittore torinese mostra, dunque, che l’esperienza del confino alianese, benché sia stata limitata a soli otto mesi, servì a legarlo ad una comunità, di cui in vario modo continuò a rappresentare le istanze per il resto della sua vita.
Non sorprende perciò che Aliano, ormai universalmente nota come “il paese di Carlo Levi”, sia diventata una metafora atta a rappresentare i bisogni e i diritti di tutte le popolazioni che nel mondo sono oggi discriminate, emarginate e asservite.

Angelo Colangelo

 

 

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