25 Aprile a Parma e in Lucania

25 Aprile a Parma e in Lucania

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25 aprile

Arriva il 25 aprile e nel sole di Parma, per dirla con le parole del Poeta, «c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico». D’incanto risuonano nell’aria non le voci, care al Pascoli, dei non dimenticati compagni del collegio di Urbino, ma le voci senza volto, epperò mai spente, dei martiri che combatterono contro i tedeschi e i fascisti.
Nella città, che orgogliosamente aveva respinto e messo in fuga le baldanzose milizie fasciste di Italo Balbo nelle epiche giornate dell’agosto 1922, la Resistenza iniziò già il 10 settembre 1943. Si strutturò poi il 15 ottobre successivo con la costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale, cui aderirono tutti i partiti antifascisti. Da allora, e fino all’aprile 1945, furono attivi 350 partigiani, distribuiti fra i diversi nuclei (Picelli, Betti, Penna, Beretta, Griffith) e fra loro si contarono 130 vittime dei rastrellamenti e delle rappresaglie nazifasciste. Fra i civili persero la vita altre 267 persone.
Anche a Firenze la lotta contro i nazisti e i fascisti diventò presto una grande drammatica epopea popolare. Essa, peraltro, diede vita ad una ricca e preziosa letteratura, la cui ultima gemma è il bel libro di Nicola Coccia, L’arse argille consolerai, dedicato alla permanenza di Carlo Levi nel capoluogo toscano in quegli anni di orrori e di speranze.
Non dissimili da Parma le condizioni nel resto dell’Emilia e in Toscana, dove si visse la tragedia di un’autentica guerra civile. In gran parte del Centro-Nord dell’Italia, a dispetto delle ricostruzioni di storici revisionisti o negazionisti, si sa che la Resistenza fu una lotta di popolo, che coinvolse uomini e donne di ogni ceto e di ogni età. Anche tantissimi giovani, o addirittura adolescenti. Come Gilberto Antonio Marselli, che poi fu allievo di Manlio Rossi Doria a Portici, amico fraterno di Rocco Scotellaro, autorevole sociologo e meridionalista, ma che all’epoca, ancora imberbe studente ginnasiale, percorse pericolosamente le colline intorno a Bologna, facendo la staffetta partigiana. Arrestato dai tedeschi, rimase per due mesi in carcere con altri coetanei, fra i quali Massimo Cordero di Montezemolo. Condannato a morte, si salvò dall’esecuzione solo per il provvidenziale intervento del cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca.
Ben diversa rispetto alle regioni centro-settentrionali fu, invece, la dinamica degli eventi in Lucania Basilicata, la piccola regione del Sud, che pure offrì un alto tributo di sangue nella 1ª e nella 2ª guerra mondiale, ma dove la Resistenza fu un fenomeno circoscritto o, come nella maggior parte dei paesi, addirittura inesistente.
Valida testimonianza di ciò è offerta dai fatti che a Maschito, un piccolo comune della provincia di Potenza, il 15 settembre 1943 portarono addirittura alla proclamazione di una Repubblica contadina. Ne fu protagonista Domenico Bochicchio, un contadino analfabeta, il quale, animato da sentimenti di legalità e di giustizia sociale, guidò l’assalto dei suoi compaesani al Consorzio Agrario, dove si erano perpetrati per anni i soprusi e le ruberie dei fascisti contro la popolazione maschitese. Tale rivolta, comunque, non sembra assimilabile alle lotte partigiane e presenta piuttosto i contorni di una jacquerie, come tante altre nel corso della storia lucana.
Gli stessi tragici eventi, accaduti a Matera il 21 settembre 1943 e ricordati come “La strage della Milizia”, che videro l’eccidio di 15 persone ad opera dei nazifascisti, rimangono ancora collocati in un incerto confine fra cronaca, storia e mito, come ha rilevato Giovanni Caserta nel suo saggio Dalla cronaca alla storia – il 21 settembre 1943 a Matera.
A Stigliano, poi, è ancora vivo nella memoria dei più anziani il tranquillo passaggio di un’autocolonna tedesca che, diretta verso Corleto Perticara, si fermò qualche ora per rifornirsi di carburante, destando nella gente più curiosità che paura. Si sfiorò un clamoroso incidente dalle conseguenze imprevedibili solo per l’imprudenza di Vincenzo Scotti, il titolare della stessa pompa di benzina, dove qualche anno prima campeggiava quel corvo Marco, che aveva attirato la curiosa attenzione di Carlo Levi, quando questi nel 1935, diretto al confino di Aliano, era transitato in piazza Garibaldi.
Lo Scotti, pretendendo di essere pagato, si rivolse animosamente agli increduli ufficiali tedeschi, senza pensare al rischio che comportavano le sue vivaci rimostranze. Tutto, per fortuna, si risolse senza conseguenze per
l’intervento degli stessi gerarchi fascisti locali, che si assunsero l’onere del risarcimento e accelerarono la ripresa del viaggio dei tedeschi.
Ma, se in Lucania Basilicata la Resistenza fu un fenomeno irrilevante, non mancarono però i lucani che si distinsero nella lotta contro il nazifascismo, operando in vari luoghi della Penisola.
Il grande poeta di Montemurro, Leonardo Sinisgalli, che viveva in quegli anni nella capitale, aderì alla Resistenza romana. Fu anche tratto in arresto nel luglio del 1944, ma fu subito liberato grazie alla prontezza della compagna Giorgia de Cousandier, che sarebbe poi diventata sua moglie.
Carlo Salinari, il noto critico e storico della letteratura nativo di Montescaglioso, partecipò attivamente, come il fratello Giambattista, alla Resistenza. Egli militò nei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) romani e nel 1944 fu tra gli organizzatori dell’attentato di via Rasella. Arrestato in seguito a una delazione, fu torturato e condannato a morte, ma riuscì a salvarsi per un intervento del Vaticano.
Infausta, invece, fu la sorte di Pietro Amato Perretta, che visse a lungo a Como ed operò in varie regioni del Nord con importanti incarichi nel comando delle Brigate Garibaldi. Il magistrato, che era nato a Laurenzana nel 1885, ferito dai soldati delle SS, morì nell’ospedale di Niguarda a Milano, dopo aver rifiutato le cure per il terrore di tradirsi negli interrogatori, cui si aspettava di essere sottoposto, se fosse guarito.
Nicola PanevinoAnaloga drammatica sorte toccò ad un altro magistrato lucano, Nicola Panevino, cui Aliano circa trent’anni fa intitolò un Circolo Culturale, perché alianese era il padre Giambattista, che fu Procuratore del Regno a Napoli. Nicola, invece, era nato a Carbone, in provincia di Potenza, il 13 luglio 1910 e, divenuto anch’egli magistrato, operò nelle Procure di Palermo e di Napoli, prima di trasferirsi a Savona.
Animato da profondo sentimenti antifascisti, costituì la Brigata “Savona” di GL (Giustizia e Libertà), che alla sua morte ne prese il nome, e fece parte del locale CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), come esponente del Partito di Azione.
Arrestato il 15 dicembre 1944 e rinchiuso nel carcere di S. Agostino, il giovane magistrato lucano fu trasferito nel carcere genovese di Marassi. Il 23 marzo 1945 fu ucciso dai nazifascisti con altri 17 detenuti per rappresaglia presso il cimitero di Cravasco di Campomorone.
Nella ricorrenza della prossima Festa della Liberazione, la comunità alianese, per onorarne ancora la memoria, inaugura nella piazzetta del centro storico, già a lui intitolata, un busto bronzeo di Nicola Panevino, realizzato dall’artista lucano Angelo Carbone.

Nicola Panevino

E’ una nobile iniziativa di grande significato simbolico, se aiuta a recuperare il senso delle parole scritte da Piero Calamandrei riguardo alla Resistenza: «Era giunta l’ora di resistere / era giunta l’ora di essere uomini / di morire da uomini / per vivere da Uomini».
E’ un messaggio di urgente attualità in tempi in cui, per molte ragioni, occorre prepararsi, seppure in un contesto storico per fortuna diverso, ad una nuova Resistenza. A Parma e in Lucania Basilicata.

V. Angelo Colangelo

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